4 Settembre 2022

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consigliato per te

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    In viaggio con Jova: la simmetria mancata del lavoro artistico

    “Vorrei vivere in un film di Wes Anderson. Inquadrature simmetriche e poi partono i Kinks”. Come canta Niccolò Contessa sul lungomare di Viareggio l’albergo alla Grand Budapest Hotel c’è (in un crossover con Shining), ma il sottofondo musicale è sempre lui, Jova, anche lontano dal palco, anche sotto il cielo nero che fa la voce grossa e minaccia tempesta, ci illude di poter lavorare tra specchi sui soffitti e carta da parati, per poi rivelarsi solo pioggia leggera e farci correre in spiaggia.

    Fonti Attendibili

    Jova Beach Party a Viareggio, dove carnevale e spiagge sono plastic free

    di

    Sofia Amadeo*

    02 Settembre 2022

    Al binario Giada e Charlie si corrono incontro. A rallenty, ovviamente. Che sorpresa ritrovare la principessina urban, l’avevamo salutata con un addio quasi commosso, invece è di nuovo qui con i suoi mille cambi d’abito, il cuoricino nero disegnato con la matita sullo zigomo destro e l’azzurro ormai scolorito dei capelli trasformato in un fucsia sgargiante.Anche Sofi ha due ciocche blu sui capelli neri, come la sua squadra del cuore, l’Inter della sua Milano. Si è diplomata quest’anno e scrive, anche in inglese e spagnolo, come se l’italiano non fosse abbastanza. Scrive per passione e per mestiere, nonostante sua mamma le abbia assicurato un futuro da fame a inseguire questo sogno. Allora si rifugia nel fantasy, tra magie e incantesimi che la allontanano da quella realtà che a volte si fa pesante. Marco no, il fantasy non fa per lui. Ama la prosa, qualche rara poesia, e i suoi testi preferiti sono quasi tutti di autori che non stima. Il potere della sorpresa di trovare, nelle parole di qualcun altro, le proprie emozioni descritte meglio di come faremmo noi stessi.Fra ce l’ha con chi sottovaluta il disegno. Gli schizzi veloci non hanno senso, né per chi li fa, né per chi li commissiona. Svalutano il lavoro di tutta una categoria. “Si parla tanto di Stem, e giustamente. Ma quando arriverà il momento di dare il giusto peso anche alle professioni artistiche, alle materie umanistiche, alla cultura?”, si chiede Marco. E mentre Charlie cerca una quadra, pensa a quel libro di illustrazioni che vuole regalare a una persona speciale, talmente bello che quasi vorrebbe tenerlo per sé. Anche se a giudicare dal rosso del biglietto, sarà un regalo che rivedrà spesso.

    Fonti Attendibili

    Jova Beach Party, si parte: alla ricerca di eroi green che con i loro piccoli gesti salvano il Pianeta

    di

    Paola Rosa Adragna

    01 Luglio 2022

    Ormai manca solo la dodicesima fatica. Come novelli Ercole facciamo tesoro dei consigli raccolti in queste tappe – dal non sprecare del fumettista Pera Toons alla tradizione che deve abbracciare la salvaguardia del Pianeta di Michelangelo Francesconi, maestro costruttore di carri di carnevale di Viareggio – e ci prepariamo per l’ultima sfida. Bresso, ci vediamo sabato. LEGGI TUTTO

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    Voti a scuola, basta 7 e “mezzo” e 6 “meno meno”: per i presidi il numero deve essere intero

    Addio al sei e mezzo, al sette e mezzo e ai mezzi voti in generale. E a maggior ragione addio alle valutazioni seguite dal più, dal meno e da quel “meno meno” che per anni ha fatto impazzire studenti e genitori. Domani suona la prima campanella in Alto Adige, e le altre regioni riapriranno i portoni delle scuole tra il 12 e il 15 settembre. Ma i presidi da qualche mese raccomandano ai propri insegnanti di attribuire nelle valutazioni scritte e orali voti interi. Dal punto di vista normativo non è subentrata infatti nessuna novità. Ma, secondo tutte le leggi, i decreti e perfino le circolari ministeriali, alla scuola media e al superiore la valutazione si esprime in decimi. Con i mezzi voti sarebbe in ventesimi e con i più e i meno addirittura in quarantesimi. Anche se da quando esiste la scuola gli insegnanti utilizzano per distinguere le prestazioni degli alunni anche le frazioni di voto che i dirigenti scolastici non vorrebbero più vedere nei registri.

    Il capo dei presidi: “Una prassi ambigua nei confronti degli alunni”

    Antonello Giannelli è a capo dell’Associazione nazionale presidi e conferma quella che è ormai una direttiva che si sono dati i capi d’istituto. Sperando che i docenti la imbocchino. “La prassi di assegnare voti non interi – spiega Giannelli – attraverso l’uso dei “mezzi punti“ e dei “+ e –“ è molto infelice. Essa non ha un fondamento normativo e inoltre risulta ambigua nei confronti dello studente. Prassi di questo genere – continua – complicano la comunicazione tra scuola, studenti e famiglie. Peraltro non contribuiscono a riempire di senso la valutazione della prestazione didattica. In realtà, per attuare seriamente e concretamente una valutazione formativa occorrono, lo ribadisco ancora una volta, una vera didattica per competenze e un effettivo coinvolgimento dello studente”.

    La dirigente scolastica: “La valutazione deve essere formativa, non punitiva”

    La collega dell’Andis (l’Associazione nazionale dei dirigenti scolastici), Paola Bortoletto, è sostanzialmente d’accordo: “La valutazione nella scuola secondaria ormai viene fatta sulla base di griglie e rubriche di valutazione. Pertanto se griglie e rubriche sono strutturate per voti interi non si capisce quale possa essere il senso dei più, dei meno, dei mezzi voti. Inoltre, 10 posizioni, in una scala valutativa che deve sempre ricondursi a criteri qualitativi e non quantitativi, sono più che sufficienti. Andis persegue la valutazione formativa e non punitiva”. Secondo i dirigenti scolastici, l’armamentario di voti e voticini che da sempre usa i docenti della secondaria dovrebbe andare in soffitta. Anche se non è escluso che si possa continuare una griglia di valutazione che non comprenda solo numeri interi.

    Il prof di Palermo: “Ma il mezzo voto può essere un segnale positivo”

    “Qualora le griglie – spiega la Bortoletto – dovessero essere strutturate anche con mezzi voti, ciò rientra nell’ambito dell’autonomia dei Collegi docenti sulla valutazione, ma saranno i Dipartimenti a supportare con idonei strumenti un tipo di valutazione che contempli i mezzi voti e che, al momento, è basato solo sulla prassi e la consuetudine”. Ma cosa ne pensano i docenti? Francesca Gambino, insegna Francese in un istituto tecnico di Palermo: il Marco Polo. “Ritengo che per valutare un compito o un’interrogazione si deve essere quanto più precisi ed esaustivi possibile. Per questo, attribuire il mezzo voto o dare un più o un meno significa far capire che c’è sempre la possibilità di migliorare. Del resto – conclude “arrotondiamo” già abbastanza, mi pare”.

    “… e consentono una fotografia del giudizio più accurata”

    Anche Guglielmo La Cognata, professore di Storia e Filosofia presso il liceo classico Spedalieri di Catania “è favorevolissimo ai mezzi voti”. E spiega perché. “Consentono una fotografia della realtà più accurata, capace di cogliere maggiormente le sfumature e di esprimere meglio i progressi dello studente. Abolire i mezzi voti sarebbe come disegnare un bel paesaggio con un solo colore nella tavolozza”. Mentre per Valeria Petrone, docente di Matematica e Fisica al liceo classico di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro “a mio parere, mezzi voti o meno quelli finali sono comunque voti interi. Quindi non cambierebbe nulla”.

    Il docente di Udine: “Giusto, in pagella il voto è intero”

    Ma c’è chi è disposto ad assecondare il desiderio dei dirigenti scolastici. “Da questo punto di vista – dice Alessandro Crocco, docente di Italiano e Latino al liceo delle scienze umane Uccellis di Udine – i dirigenti scolastici non hanno tutti i torti se consideriamo che il voto finale in pagella è intero. Il mezzo voto, o il quarto di voto, è più frutto di una consuetudine, a mio parere, nata dalla componente soggettiva della valutazione. Se vi fosse una griglia chiara ed esauriente che contempli solo il voto intero, non avrei problemi ad applicarla, anzi, renderebbe più comprensibile e trasparente il risultato della verifica”. Anche se quest’anno, nelle tabelle di valutazione delle due prove scritte e del colloquio della maturità post Covid il ministero ha fornito alle commissioni griglie di valutazione con i mezzi voti. LEGGI TUTTO

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    Scuola, Rachele Furfaro: “Alzare gli stipendi è il primo passo per dire che la scuola è importante”

    Nella sua lunga esperienza nel mondo della scuola, Rachele Furfaro ha sempre creduto nella pedagogia come scienza viva e applicata. Insegnante di ruolo nella scuola pubblica per un decennio, negli anni Ottanta ha fondato a Napoli un network di istituti, “Dalla parte dei bambini”, che vanno dal nido al secondo grado e che si focalizzano su un approccio attivo all’apprendimento. Già assessora all’Educazione del Comune partenopeo e consigliera per le politiche culturali della Regione Campania, è ora in libreria con La buona scuola. Cambiare le regole per costruire l’uguaglianza (Feltrinelli). Nel volume analizza con la ricchezza e la completezza dei dati il sistema educativo italiano. Alla vigilia della riapertura delle aule, il suo sguardo aiuta a individuarne i punti di crisi, a leggere le crepe di uno spazio “dove hanno messo radici le diseguaglianze”, ma anche a cercare possibili soluzioni. Che coinvolgano la politica ma che partano dal basso, facendo tesoro delle esperienze di chi nonostante tutto continua a credere nell’educazione come avventura.

    L’inizio del calendario scolastico coincide con la campagna elettorale. Le sembra che le proposte della politica colgano le necessità dei nostri ragazzi?

    “Partirei da un dato e da una constatazione. Le rilevazioni Ocse Pisa certificano che i nostri studenti sono costantemente sotto la media dei paesi europei. Ciò accade perché la scuola italiana ha attraversato il ‘900 e l’inizio del nuovo millennio senza innovarsi. Le riforme non hanno inciso in profondità, sono state applicate solo nella loro parte burocratica. Sento parlare, ad esempio, dell’idea di Letta di portare l’obbligo scolastico ai 18 anni. Non è sbagliato, ma mi chiedo se si possano caricare altre fatiche su una macchina di cui non riusciamo a sistemare gli ingranaggi”.

    Qual è il rischio di queste riforme “di carta”?

    “Nel caso della scuola per tutti fino a 18 anni, si rischia che diventi un altro ammortizzatore sociale. Per quel che riguarda l’obbligo per la scuola dell’infanzia, oltre il 90% dei bambini già la frequenta. Ma come? Secondo gli ultimi dati Svimez, ad esempio, nel Mezzogiorno circa 650mila alunni delle scuole primarie statali, il 79% del totale, non beneficia di alcun servizio mensa. Quindi il tempo pieno esiste solo per una minoranza di ragazzi. I dati della dispersione scolastica vanno letti a partire da queste cause remote, ad esempio dalla bassissima offerta di servizi educativi al sud. Ma attenzione, ciò non vuol dire sposare la narrazione di un nord che funziona e di un sud in crisi: il sud non rappresenta un’anomalia, piuttosto dimostra con più evidenza i difetti di un’intera nazione. Ciò che servirebbe è lavorare per fare della scuola un luogo di accoglienza e benessere e davvero inclusivo a partire dai primi cicli, e scardinare un modello inadeguato”.

    Il limbo dei professori: “La sinistra chiacchiera ma non votiamo a destra”

    di

    Conchita Sannino

    04 Settembre 2022

    Perché il modello della scuola di oggi non è più adeguato?

    “Perché è industriale, rigido, funziona per campanelli, aule, orari, e non risponde più ai problemi complessi che ci troviamo ad affrontare. Il suo linguaggio è totalmente autoreferenziale. Invece dovremmo ripartire dai ragazzi, dal fatto che ciascuno di loro arriva in aula, a sei anni, ricchissimo di esperienze. La scuola fa il gioco dell’oblio, parte dimenticando questo dato. Se si lavora invece sul mettere in moto processi, li si motiva a restare dentro un percorso. È un compito molto faticoso e necessita di personale formato. Stupisce che l’accento sia solo sulla formazione digitale, perché evidentemente non basta”.

    Eppure c’è chi sostiene che con la didattica a distanza la scuola sul digitale ha fatto il balzo in avanti.

    “Non credo che percepiamo ancora interamente la sofferenza che la pandemia ha creato nei più giovani. Il Covid ha scavato il fossato, allargando le diseguaglianze tra le famiglie e tra i bambini. Gli insegnanti che hanno saputo rispondere meglio alla pandemia sono stati quelli che già si muovevano su pratiche didattiche attive, non quelli che da casa hanno continuato a fare la lezione in modo frontale, concentrato sui saperi, senza occuparsi di rielaborare insieme quel momento di difficoltà e solitudine. Così si è incrinato ancor di più il rapporto di fiducia che è deve essere alla base di una buona scuola”.

    Lei insiste molto sulla fiducia: tra insegnanti e genitori, tra insegnanti e ragazzi o tra insegnanti e Stato?

    “Le tre dimensioni viaggiano insieme. Per ciò che riguarda il rapporto tra Stato e insegnanti, bisognerebbe finalmente affrontare il tema dell’adeguamento degli stipendi, agli ultimi posti in Europa. Alla remunerazione non adeguata corrisponde uno scarso valore attribuito socialmente al ruolo del professore, che invece è strategico nella costruzione di una società equa. Come si può pretendere in queste condizioni che le famiglie affidino alla scuola i propri figli in un rapporto di co-costruzione di un percorso formativo? È nella cooperazione che gli insegnanti danno il meglio di sé. Lo mostrano le esperienze positive che in questi anni sono nate sul territorio, spesso nelle aree della fragilità sociale”.

    Così si può contribuire a rafforzare la comunità. Cosa può dirci dell’esperienza di rigenerazione urbana che la Fondazione Foqus, che lei presiede, ha creato nei Quartieri Spagnoli di Napoli?

    “Tutto è partito da una scuola, che si è attivata per il recupero di un vecchio monastero, un’area di circa 20mila metri quadrati a cui abbiamo ridato vita. Abbiamo sperimentato che quello che normalmente l’insegnante fa dentro una classe può funzionare su una macro scala. Abbiamo coinvolto i genitori, anche in situazioni non semplici, e ciò ci ha permesso di aprire questo spazio non solo ai bambini del quartiere, ma anche a chi viene da altre zone di Napoli. Si tratta di una possibilità di sviluppo e di emancipazione che prima non c’era”. LEGGI TUTTO

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    Il limbo dei professori: “La sinistra chiacchiera ma non votiamo a destra”

    NAPOLI – “I leader pensano spesso, in campagna elettorale, che la parolina magica sia ‘stipendi’. Ora, quelli degli insegnanti vanno adeguati, lo sanno tutti. Ma ci sono cose che vengono anche prima. E di cui la scuola ha un disperato bisogno: più interventi ordinari e straordinari per gli edifici, più organici ai vari livelli, più figure di supporto. Perché qui dentro sono loro i primi a pagarne le conseguenze”. E il dito indica laggiù un gruppetto di bimbi, nuvole di voci e colori che stanno entrando in aula.

    Valeria Pirone, alla periferia di Napoli est, guida l’Istituto comprensivo Vittorino da Feltre, che significa 850 alunni, dai 3 ai 14 anni, divisi in quattro plessi. Non a caso, col suo polso fermo e un’attitudine a smontare gli ostacoli, è ormai un riferimento tra Bronx e Rione Villa del quartiere San Giovanni a Teduccio, dove la toponomastica promette il sogno, via Sorrento, via Ravello, piazza Capri, e poi ti scaraventa nella realtà.

    Lei ha avuto il crollo di un tetto (“Meno male che era agosto, un miracolo”), ha lottato per un campetto ancora non funzionante, ha accolto ministri e politici. Specie dopo che la camorra, tre anni fa, mise a segno un omicidio davanti a una succursale: Luigi Mignano portava per mano il nipotino verso l’ingresso, fu freddato dai killer davanti al piccolo, miracolosamente illeso, il suo zainetto rimasto accanto al cadavere. Alla scuola dell’infanzia, tante maestre arrivano, resistono un anno e scappano. Stipendio: 1.400 euro.

    La preside Valeria Pirone  LEGGI TUTTO