6 Agosto 2022

Daily Archives

consigliato per te

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    Una firma per un mondo bello

    Mentre il ventesimo secolo moriva, un padre nobile della sinistra italiana quasi novantenne, Vittorio Foa, si rifiutava di offrire ai giovani un’eredità fatta di disincanto. La fine delle ideologie — spiegava — ha aperto spazi che erano impensabili. «Anche se orfani, non siamo privi di bussola». Senza ipoteche marxiste o clericali, «c’è un’occasione straordinaria, unica, per darsi da fare». E aggiungeva che i valori «non sono collocati in un posto fisso come una cassetta di sicurezza, i valori bisogna cercarli ed è una fatica».

    La politica voti per il clima

    di

    Luca Fraioli

    04 Agosto 2022

    Dopo l’appello della comunità scientifica alle forze politiche perché i temi ambientali entrino nei programmi elettorali con nettezza, in due giorni oltre ventottomila persone hanno sottoscritto la petizione lanciata da Green&Blue. Non è incongruo pensare che una ridefinizione dei valori sia già in atto. Valori, appunto, intesi come priorità esistenziali, parametri etici, che cercano risposta nella politica. È lì che l’attivismo anche auto-organizzato incontra le responsabilità della rappresentanza politica democratica; è lì — in quello spazio di intenti comuni — che due forme di “militanza” si riconoscono e strategicamente si alleano. Non è un dettaglio il fatto che anche Fridays For Future Italia abbia aderito alla petizione: anzi, è forse la conferma di come sia approssimativa, se non scorretta, e ingenerosa la visione di una generazione «lontana dalla politica» e dalla partecipazione. Non è qualunquista la necessità di cogliere, in un programma politico, non già, o almeno non soltanto, l’etichetta di “destra” o “sinistra”, ma la risposta a nuove domande. Molto precise e molto concrete.

    L’intervista

    Stefano Mancuso: “La politica non considera il costo sociale della crisi climatica”

    di

    Cristina Nadotti

    04 Agosto 2022

    Diversi leader politici italiani sotto i cinquant’anni non sembrano così preoccupati dalla questione del cambiamento climatico. Forse anche perché sanno che larga parte dell’elettorato over 50 vive con altrettanto disinteresse e ironico distacco l’attivismo dei giovanissimi sul tema. Ma dove qualcuno vede eccessivo allarmismo, e con un’alzata di spalle (l’eterno «che sarà mai!») liquida come catastrofisti e apocalittici scienziati e cittadini impegnati (la «religione del caldo afoso», l’ha battezzata un irridente e ottimista Giuliano Ferrara), c’è una solida sequenza di dati. Non l’evidenza, oggettivamente poco scientifica, di una singola estate più torrida.

    L’intervista

    Giovanni Soldini: “La natura non ha più pazienza, la svolta serve ora”

    di

    Fiammetta Cupellaro

    04 Agosto 2022

    Il Climate plan di Copenaghen, che promette a sé stessa di diventare entro qualche anno la prima città al mondo a emissioni zero, è una sciocchezza? Rammentare il fatto che un abitante dell’Africa subsahariana produce in media una tonnellata di CO2 l’anno; chi vive in Europa ne produce più di sei e chi vive negli Stati Uniti sedici e mezzo, è liquidabile come una curiosità folkloristica? Accomodarsi nella certezza che il peggio non ci riguarderà direttamente è legittimo e comprensibile almeno quanto è cinico; e d’altra parte nessuna cultura umana ha mai immaginato la sua fine come un processo lento e graduale. Per questo l’apocalisse “a rate” fa meno paura di quella che arriva di colpo. Accendi il condizionatore, e passa l’angoscia. Ma la politica, se è davvero tale, non può essere tanto gretta: e dopo avere sventolato per anni, come uno straccio ingannevole, la bandiera del futuro, potrebbe/dovrebbe impugnare quella del presente. Non dovremmo cominciare a leggere le reiterate catastrofi meteorologiche anche come manifestazioni di una crisi politica? Se lo chiede una popolarissima scrittrice irlandese, Sally Rooney, poco più che trentenne. In un romanzo che esplora la «luce sinistra» in cui vive la nostra civiltà; e che, non a caso, ha per titolo una domanda: «Dove sei, mondo bello?». LEGGI TUTTO

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    Piante e i rimedi naturali per tenere le zanzare lontane da balconi e giardini

    Quel ronzio ci manda letteralmente in tilt. Il prurito delle loro punture non ci dà pace. E le malattie che possono veicolare non sono da sottovalutare. Impossibile (e sconsigliato) uscire in giardino senza aver cosparso la pelle con un buon repellente. Le zanzare sono un incubo per molti. Nel nostro Paese – complici il cambiamento climatico e la globalizzazione – se ne annoverano 60 specie. Tra le più fastidiose in città, la nostrana Culex pipiens, la zanzara tigre, Aedes albopictus. E ancora, la specie giapponese, Aedes japonicus japonicus, con uova che sopravvivono persino senz’acqua e tollerano il gelo. Infine, la zanzara coreana, Aedes koreicus, che continua la sua diffusione da Nord a Sud dello Stivale.Perché proliferano? In città non volano più tante rondini, né pipistrelli. Di gechi se ne vedono sempre meno, le libellule si fanno più rare e le ragnatele ci danno fastidio: si è rotto dunque l’equilibrio prede-predatori, così il loro numero ogni estate esplode. Ecco cosa possiamo fare in terrazzo utilizzando piante, rimedi e repellenti naturali, per tenerle alla larga e non uscire dissanguati da questa lotta infinita.

    No ai ristagni

    È fondamentale evitare i ristagni. Ciò significa usare sottovasi della giusta misura, che sporgano al massimo di un centimetro dal fondo del vaso, così l’acqua viene riassorbita per capillarità nel giro di mezz’ora. Vale comunque la regola di metterci dentro delle monetine di rame. Facciamo anche attenzione ai posacenere e alle bottiglie e giriamo sottosopra gli annaffiatoi. Ricordiamoci di cambiare l’acqua delle ciotole per cani, gatti e uccelli due volte al giorno.

    Si ai pesciolini antizanzare

    Le tinozze ornamentali non costituiscono un problema se oltre a ospitare le ninfee accolgono dei pesci. I carassi, ovvero i pesci rossi, sono ottimi alleati. Se i bacini sono troppo piccoli per ospitarli oppure le piante sono troppo fitte si può optare per le gambusie, pesciolini americani utilizzati dagli anni ’20 per la lotta alla malaria, oggi presenti su tutto il territorio; vivono anche nei bidoni per l’irrigazione degli orti, che sono un ricettacolo di zanzare. Efficaci e particolarmente ornamentali sono anche i pesciolini delle risaie o medaka.

    Tutorial

    Dieci trucchi per ritrovare piante rigogliose al ritorno dalle vacanze

    di

    Gaetano Zoccali

    30 Luglio 2022

    Caffè e cannella

    Le femmine di zanzara amano ripararsi sul terreno umido sotto le piante. Per allontanarle, spargiamo dei fondi di caffè. Alcuni studi hanno dimostrato che il loro odore allontana questi insetti e scoraggia lo sviluppo delle larve. Una ricerca dell’American Chemical Society ha dimostrato che anche la cannella ha la medesima azione. Chi non beve caffè può dunque spolverare sulla terra un po’ di questa spezia; funziona anche da fungicida.

    I bacilli per i pozzetti e l’olio di neem

    Nei pozzetti occorre intervenire con una lotta preventiva da fare ogni 7-15 giorni. Il larvicida biologico più utilizzato è a base di Bacillus thuringiensis, un batterio che uccide le larve, ma non avvelena la falda. In alternativa si può utilizzare dell’olio di neem, proposto anche per disinfestare i giardini, sia come repellente sia come insetticida. Non è selettivo perciò, se necessario, spruzziamolo solo sotto le piante.

    Dalla citronella ai gerani al limone

    L’olio essenziale di citronella, o lemon grass, ha efficacia dimostrata contro adulti e larve. Questa graminacea (Cymbopogon citratus) forma un ciuffo d’erba molto fitto che raggiunge il metro di altezza. Unico neo: non resiste al freddo sotto i 5°C. Le altre specie che hanno un odore di limone e sono efficaci sono la falsa citronella, erba Luisa, Lippia citriodora, la melissa e i gerani antizanzare (Pelargonium citrosum).

    La lavanda e il falso incenso

    L’olio essenziale di lavanda ha azione repellente e disorienta questi insetti, impedendogli di percepire il “richiamo” della nostra pelle. Possiamo spalmarci qualche goccia di quest’olio sulla pelle e ospitare dei vasi lavanda in balcone (la varietà compatta ‘Hidcote Blue’ è perfetta), in abbinamento con altre specie dall’odore intenso come il falso incenso, Plectranthus coleoides.

    Tutorial

    Innaffiare senza sprechi: 10 consigli per risparmiare acqua in balcone e in giardino

    di

    Gaetano Zoccali

    16 Luglio 2022

    Il basilico santo e la mentuccia romana

    Tra le aromatiche, le specie più potenti sono due: il basilico sacro e la mentuccia romana (o nepitella). Il primo, Ocimum sanctum, ha foglie piccole, germogli dalle sfumature porpora e fiori rosa; il suo profumo, intenso e speziato allontana l’80% delle zanzare Anopheles (in Asia si bruciano le sue foglie secche al posto dello zampirone). Lo stesso vale per la nepitella (Calamintha nepeta), che ha in più il vantaggio di adattarsi ai terreni secchi.

    La tulbaghia e l’elicriso

    Tulbaghia ed elicriso sono spesso abbinate come specie tappezzanti, grazie alla resistenza al sole e al secco. Il loro odore scaccia mosche e zanzare. La prima, Tulbaghia violacea si ricopre di fiorellini lilla o bianchi per tutta l’estate. Le sue foglie, strette e lunghe (commestibili) sanno fortemente di aglio. Chi non lo tollera può optare per l’elicriso, Helichrysum italicum, con un forte sentore di liquirizia.

    La lantana e i tageti

    Tra i fiori con poteri repellenti spiccano le coloratissime lantane (Lantana camara). Un altro fiore dai poteri inaspettati contro le zanzare tigre è il tagete, di cui sono già note le proprietà antiparassitarie. Gli studi su tutte queste piante hanno ovviamente preso in considerazione l’impiego dei loro oli essenziali sulla pelle, oppure nell’acqua. Non è quantificabile a quale distanza tengano lontane le zanzare dal balcone, ma di certo questi insetti non le amano.

    Di che colore vestirsi?

    Le zanzare hanno le loro preferenze su molti punti. Preferiscono le persone appartenenti al gruppo sanguigno 0, gli sportivi, coloro che traspirano molto, chi ha un alto tasso di colesterolo nel sangue. E secondo uno studio della University of Washington di Seattle sono attratte principalmente dal rosso, ma anche dall’arancione, dal nero e dall’azzurro – colori da evitare – mentre non amano il verde, il viola, il blu e il bianco. LEGGI TUTTO

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    La seconda vita delle banconote: vecchie e triturate produrranno energia

    Anche le banconote hanno una seconda vita: producono energia. Quelle vecchie, rovinate, macchiate, usurate vengono triturate e inviate ai termovalorizzatori o agli impianti per la produzione di combustibile secondario. Al momento il procedimento riguarda l’88% delle banconote tolte dalla circolazione dalla Banca d’Italia, ma l’obiettivo è di arrivare al 100% entro la fine del 2022. E’ quanto si legge nell’ultimo Rapporto ambientale 2022 in cui l’istituto presieduto da Ignazio Visco dà conto dei risultati ottenuti dalla Banca d’Italia sul fronte della sostenibilità, l’abbattimento delle emissioni, la riduzione dei consumi d’acqua, la mobilità dei dipendenti, ma un capitolo è interamente dedicato alla nuova vita delle banconote rovinate. E’ tutto il percorso del denaro che tocchiamo tutti i giorni che dovrà diventare sempre più sostenibile: dalla produzione alla rottamazione.

    Le indicazioni della Bce

    Di recente infatti la Bce ha rivisto i criteri per la gestione dei rifiuti delle banconote, chiedendo alle banche centrali di abbandonare lo smaltimento in discarica entro il 2022. Al momento la quota inviata agli impianti di termovalorizzazione o a impianti per la produzione di combustibile solido secondario è già all’88%. L’istituto presieduto da Ignazio Visco ha garantito però che si adeguerà alle indicazioni di Francoforte inviando a impianti di termovalorizzazione anche la quota residuale di banconote logore attualmente smaltita in discarica. Ma i contanti ridotti in brandelli non produrranno solo energia nel termovalorizzatore. Palazzo Koch ha deciso di andare oltre.

     

    Il progetto dell’università Federico II

    Con le vecchie banconote da 20 o 50 euro si potrebbero realizzare mattoni. Al momento si tratta solo di un progetto presentato dalla facoltà di Ingegneria dell’università degli studi di Napoli Federico II, alla quale la sede partenopea della Banca d’Italia ha fornito un piccolo quantitativo di banconote logore triturate. Con queste sono state realizzati in laboratorio alcuni campioni di mattoni e di intonaci a base di calce. I risultati preliminari, dicono i ricercatori, sono positivi: la presenza dei frammenti di banconote logore nella calce migliora le caratteristiche di resistenza alla flessione del materiale sia nel confronto con i provini realizzati senza additivi, sia rispetto a quelli realizzati addizionando altri prodotti di scarto come materie plastiche e canapa.

      

    Ogni giorno migliaia di banconote soprattutto da 20 e 50 euro vengono ridotte in frammenti e mandati al macero. Denaro contate che secondo gli esperti della Banca d’Italia non può più circolare perché sono logore, tagliate, macchiate o comunque non in linea con gli standard di qualità del denaro contante (a causa dell’umidità, fuoco, agenti chimici, lacerazioni, lavaggi accidentali). Prodotte in carta di puro cotone, inevitabilmente subiscono un deterioramento dovuto all’uso. Ma chi decide se una banconota va mandata al macero? Il Servizio Gestione circolazione monetaria che controlla sia la produzione che la rottamazione. Attraverso un sistema complicato verifica periodicamente l’autenticità e la qualità delle banconote. Appena vengono intercettate banconote logore (i criteri sono predefiniti) scatta automaticamente la distruzione e la triturazione. Il risultato finale sono le bricchette di banconote sminuzzate, cioè mattoncini fatti di ritagli compressi. Milioni di euro compattati in decine di migliaia di blocchetti e triturati. Rimane poi il problema dello smaltimento.

    I dati

    Economia circolare, Italia prima: dai rifuti riciclati alle materie prime risparmiate

    di

    Jaime D’Alessandro

    25 Luglio 2022

    Dal gennaio 2022 la Banca è entrata a far parte dell’organo di indirizzo strategico del Network for Greening the Financial System (NGFS), un network di oltre 116 tra banche centrali e autorità di vigilanza che coordina studi e scambi di esperienze sulla gestione del rischio ambientale e climatico nel settore finanziario. Non solo. Nel giugno scorso, la Banca d’Italia ha assunto, insieme alla Banca centrale della Nuova Zelanda, il coordinamento del gruppo di lavoro Net Zero for Central Banks, per gli approfondimenti sui temi della sostenibilità, rendicontazione delle banche centrali sui rischi climatici e in materia ambientale e azioni per ridurre l’impronta carbonica. LEGGI TUTTO

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    Le coperte delle nonne rivivono con il riciclo

    “Ci sono coperte fatte a mano che raccontano affascinanti storie d’antan: nei tessuti c’è il senso di vite passate, ci sono ricordi e meraviglie. Ho così pensato che fosse un peccato che finissero nelle discariche. Perché questa non è mai una scelta ecosostenibile. E allora – iniziando da una vecchia coperta che avvolgeva un comodino – ho iniziato a cercare vecchi tessuti abbandonati, tra i mercatini e nelle case delle nonne del mio Abruzzo, ricavandone cappotti e capi d’abbigliamento. Ridare vita alle cose, tenendo memoria del loro secolare trascorso: ecco quel che faccio”. Sceglie le parole con cura, accarezzando i lunghi capelli argentati, Diana Eugeni. La sua “Vusciché” è un’azienda giovane che punta tutto sull’economia circolare. “Vusciché, in dialetto abruzzese, significa proprio mescolare con forza – racconta – ed è quello che faccio con il mio brand: mixare tessuti antichi, creando nuove storie da indossare e dando un segnale preciso per il futuro del nostro Pianeta, minacciato dal consumismo sfrenato dagli ultimi decenni”.

    Il primo cappotto è nato nel 2020: un’idea, ancor prima che un capo da indossare per proteggersi dai rigori dell’inverno. “Mi è subito parsa chiara la necessità di creare sul territorio abruzzese una filiera circolare nell’ambito della moda – annuisce la designer – evitando che tessuti antichi di pregio, ma anche di minor valore, finissero al macero e provando così a rigenerarli, senza che si destrutturassero chimicamente, per avere nuovi capi”. Per farlo, ha avviato una collaborazione con Co-Up!, una cooperativa fondata da imprese, associazioni e professionisti della moda che si impegnano a rappresentare gli interessi dei consumatori della moda offrendo a tutti dei prodotti di qualita?, sicuri e il cui uso sia non solo in armonia con la natura ma funzionale all’attivazione di un nuovo modo di fare moda. “Ci impegniamo – spiega ancora Eugeni – a sostenere la transizione all’economia circolare, che parte dalla valorizzazione e il rilancio sul mercato di tessuti, accessori, materiali fermi a magazzino e tutte le applicazioni e le buone pratiche, aderenti al Protocollo Waste Couture, per realizzare un prodotto che sia un addizionato di virtuosismi per la moda funzionale alla rigenerazione dei sistemi della Terra”.

    Emigrata di ritorno, Diana ha così trovato la sua strada in Abruzzo dopo anni trascorsi all’estero, tra Francia e Inghilterra, con una laurea in architettura e un dottorato di ricerca in sostenibilità. “Ho sempre lavorato nel campo del fashion – racconta – ma mi sono presto stufata di chiacchiere e distintivi, dell’apparenza e della superficialità. Poi è arrivata l’illuminazione: ‘abitare gli abiti’, ecco quel che avrei fatto. Puntare su un processo che possa aiutare a preservare il pianeta, disegnando nuovi cicli di vita per prodotti destinati a morte certa”. Le creazioni di Diana sono state mostrate nel corso dell’Ifta Evening Show, la tre giorni di sfilate e di eventi dedicati alla moda femminile, dal 19 al 21 luglio a Vietri sul Mare, dove si è posto l’accento su sostenibilità ed economia circolare. Sono sempre più i brand eco-friendly, dichiaratamente ispirati all’upcycling. Con l’artigianalità, ritrova così vigore un appassionato afflato per l’ambiente. E per le storie.

    “A chi approccia ai miei capi suggerisco sempre una domanda preliminare: quante cose avranno visto questi tessuti? Nei borghi della mia regione c’erano corredi preziosi, per matrimoni importanti, che sarebbero finiti in discarica: che offesa!  Oggi le discariche andrebbero riorganizzate in centri di riuso. Il packaging, il più delle volte inutile, andrebbe ridimensionato. Se qualcosa sta cambiando? Sì, ma con una certa lentezza. Bisogna invece accelerare, perché il nostro pianeta non è eterno”. Le si illuminano gli occhi, questa è una storia di passione più che di affari. La risposta local ai grandi marchi: a 54 anni, Diana vive nella piccola Roseto degli Abruzzi. È sposata con Robert ed è mamma di Anyi, 21 anni, Michael, 18, e Angelica, 16. “Le anziane abruzzesi sono brave, mi portano le coperte in una sorta di processione laica e, con i loro capi, mi consegnano ricordi di vite passate, convinte che in qualche modo possano sopravvivere loro attraverso i tessuti. E così – conclude Diana – è un po’ come se creassimo, tutte insieme, una comunità virtuale, nella più nobile delle accezioni, in cui si consuma uno scambio reale tra passato e futuro”. LEGGI TUTTO