5 Agosto 2022

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    Il canto dell'orso che sa cos'è la Natura

    Io sono l’orso, orso da sempre. Io abito la Terra da quando la Terra era una palla di fango e di erbe, e le notti duravano dal tramonto fino all’alba, e la luna e le stelle erano le sole luci nel cielo, e senza la luna e le stelle era il buio. 

    Io sono l’orso da quando le cime delle montagne erano aguzze come denti di tigre e i fiumi erano le uniche strade nel mondo, e il mondo era pieno di orsi: orsi d’acqua dotati di scaglie e pinne e code argentate; orsi di cielo coperti di piume e di penne e con becchi dorati; orsi di terra di ogni forma e dimensione. 

    Quando è arrivato l’orso senza pelliccia, nessuno in principio gli dato importanza: noi millenari lo guardavamo con la coda dell’occhio e ridevamo sotto i baffi dandoci di gomito l’uno con l’altro. Questo si estingue in meno di mille anni, sicuro, ci dicevamo. Debole com’è, privo di ali, di scaglie e nudo di pelo sarà una delle tante vittime di Natura. Invece l’orso senza pelliccia è rimasto per molto di più del previsto e si è chiamato Uomo. 

    Uomo tra tutti gli orsi che sono esistiti da quando esiste il fango è quello che ha più combattuto contro Natura. Col fuoco, col ferro, col fumo, facendo fare a natura secondo i suoi gusti: girandole il corso dei fiumi, bucando la pancia delle montagne, prendendole frutti e animali, mischiandole l’aria coi gas. Uomo ci ha sempre fatto una specie di pena, a noi orsi col pelo, ma forse la sua forza è stata proprio questa sua debolezza, si è fatto più accorto e ha imparato meglio degli altri e più in fretta a sfidare Natura. Uomo ha più freddo e più caldo degli altri, la sua pelle sottile si irrita col sole e la neve. Deve fare una serie di sforzi infiniti per rimanere vivo. Orso no. A orso basta mangiare bere dormire vagare. Morire. Uomo non vuole morire, per lui è punizione divina. 

    Uomo non conosce letargo, raramente riposa la testa, poche ore il corpo soltanto. Uomo non conosce stagioni: d’estate vuole il freddo e d’inverno il caldo, e ha inventato le macchine ad aria pungente per il freddo ed il caldo. Tutta una vita a combattere perché manca di pelo e di piume e di scaglie. È questa sua disgrazia che lo ha reso cattivo. 

    Un tempo orsi con pelo e orsi senza pelo vivevano distinti e separati. Uomo infatti aveva disposto le sue case vicine tra loro e le aveva chiamate città. Gli orsi avevano i boschi, i fiumi e la montagna, il freddo e il buio, da sempre. Poi anche questo è cambiato: qualcosa creato da uomo ha fatto scappare via il freddo, ha smontato gli alberi dalle foreste, allagato la notte di luce, asciugato i fiumi e fatto morire le piante. È stato lui, di sicuro, perché è l’unico da quando la terra era una palla di fango e di erba a lottare contro Natura. Così noi orsi siamo arrivati in città. I primi si erano persi. Senza più orientamento del caldo e del freddo avevano smarrito la strada del cibo e la luce delle stelle, e si erano trovati con le zampe sul duro rovente della strada dell’uomo. Avevano trovato cibo facile e vita comoda e si erano fatti confidenti. È stato un errore: Uomo scambia la confidenza per docilità. In principio erano stati cacciati da Uomo, perché avevano grosse unghie e postura eretta, proprio come lui. Ma col tempo ci hanno proposto il solito patto: quello che per millenni hanno offerto ad altri prima di noi. Tutti quelli che si sono fatti addomesticare sono diventati loro schiavi. Chi lavora conU finisce spennato, macinato, messo allo spiedo, costretto a lavorare fino allo sfinimento o a fare da compagnia in uno spazio piccolo, con una ciotola per l’acqua e una per il cibo, al posto della libertà. Orso non voleva diventare domestico ma i boschi erano diventati troppo caldi, il cibo poco, i fiumi e i laghi in secca. Non c’era più differenza tra la stagione del caldo e quella del freddo. Nei mesi del letargo vagavamo in preda all’insonnia, con le zampe ciondoloni lungo il corpo senza sapere cosa farcene di quel tempo così lungo e vuoto, e ci chiedevamo l’uno con l’altro dove fosse finito l’inverno. Non ridevamo più sotto i baffi tra noi.

    Io sono l’orso, orso da sempre. E lo so che il tempo dura più delle specie. Sapevamo fin dall’inizio che gli orsi senza pelliccia erano destinati a sparire e ci hanno sorpreso perché sono restati fin troppo. Alla fine è stata la loro stessa battaglia contro Natura, che li aveva salvati per millenni, a portarli ad estinguersi rapidamente. Perché Natura perdona ma non dimentica, è un fatto di carattere. Quando il clima è cambiato per loro non c’è stato più posto. Per noi è stato diverso, avevamo ancora unghie forti, pelliccia folta e denti aguzzi, e quando la terra è diventata una palla di fango rovente abbiamo aspettato e resistito, resistito e aspettato. È una vita che ci alleniamo al letargo. Gli orsi senza pelliccia invece non sanno fermarsi né tornare indietro per tempo. Sanno leggere i libri ma non gli avvertimenti di Natura. Per questo all’inizio non hanno capito e poi è stato davvero troppo tardi e loro non sapevano di essere così deboli, l’avevano dimenticato che tra tutte le specie erano quella meno adatta a sopravvivere, così delicati, senza piume e squame e peli. E senza memoria. 

    Quasi nessuno di loro aveva previsto quello che sarebbe successo, e quei pochi non erano stati creduti. Forse immaginavano che ci sarebbe voluto più tempo: i ghiacciai per sciogliersi, i campi per inaridirsi, i boschi per bruciare, i laghi e i fiumi per andare in secca. Non conoscevano i tempi di Natura: a volte ci impiega millenni, altre le basta scrollare un po’ il dorso nodoso per mandare a gambe all’aria una specie e far posto a un’altra, come una mucca indolente che si toglie di dosso un insetto noioso. Basta un colpo di tosse di Natura e ogni dinosauro si scopre formica. 

    Quando tutto è finito, noi orsi ce ne siamo tornati nei boschi. Abbiamo lasciato le loro città e permesso alle erbe di mangiarsi di nuovo le strade. C’è voluto del tempo perché sui monti tornasse la neve e le piogge di nuovo riempissero i fiumi. 

    Ogni tanto ci capita ancora di pensare a Uomo: peccato, ci diciamo allargando le zampe con rassegnazione, non erano tutti malvagi, soprattutto i loro cuccioli, e poi si dormiva bene nelle loro tane di pietra, e per andare a caccia bastava entrare in un market. È un modo di vivere anche quello, chi dice di no, ma sono andati oltre il limite, Natura non li ha perdonati. È un fatto di carattere. 

    Tre fiocchi di neve mi si posano sulla pelliccia, il cuore rallenta il suo ritmo, tra poco si dorme. 

    Non sai che silenzio, la notte. LEGGI TUTTO

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    Impariamo a non essere i padroni del Pianeta

    Nei sogni cominciano le responsabilità. È il titolo di una raccolta di racconti di Delmore Schwartz che potrebbe tornare utile nel discorso sul cambiamento climatico. Viviamo un’epoca in cui preoccupazione e irresponsabilità sembrano alimentarsi tra loro. Più ci accorgiamo di correre un pericolo enorme più ci riempiamo d’angoscia, ciò nonostante (sorretti da dati e cifre incontrovertibili) non riusciamo a correre ai ripari. Se fino a qualche tempo fa sapevamo quel che stava per succedere grazie ai rapporti della comunità scientifica, da qualche estate cominciamo a percepire il pericolo anche coi nostri sensi. Il crollo di un ghiacciaio, un’alluvione, un’eruzione di caldo asiatico al centro del Mediterraneo. Nell’apologo della rana bollita (l’anfibio messo in un pentolone dove l’acqua si riscalda in modo troppo lento perché la piccola creatura reagisca con prontezza, ma con costanza sufficiente affinché resti a mollo fino al punto di cottura) siamo al momento in cui vorremmo saltar fuori ma temiamo di non avere più le forze. I ghiacciai si sciolgono, gli oceani si acidificano, la siccità avanza, le specie si estinguono a ritmo accelerato, le migrazioni di massa (vere e proprie fughe da paesi e territori non più abitabili) promettono tumulti su scala globale. Per evitare il disastro dovremmo mettere in discussione lo stile di vita che conduciamo e, in modo più deciso, il nostro sistema di produzione, di consumo, di sviluppo. Conti alla mano il gioco varrebbe la candela. E allora perché non ci muoviamo? 

    Il problema è che concetti come il sistema di produzione, o lo stile di vita, non sono la conseguenza di un disegno razionale. Rispondono a istinti ben più profondi. Per cambiare le regole del gioco dovremmo scendere nei territori dove pulsioni primordiali e correnti inconsce determinano le nostre azioni più di quanto non vorremmo. Perché l’informazione diventi conoscenza bisogna arrivare a sentire laggiù ciò di cui siamo già edotti in superficie. Nei sogni, appunto, cominciano le responsabilità. 

    Siamo chiamati a un cambiamento antropologico, a una trasfigurazione esistenziale, a una crescita spirituale. La stoffa con cui abbiamo tessuto le nostre menti è logora. Crediamo di essere i padroni del pianeta, sfruttiamo senza ritegno le sue risorse, pensiamo di poter assoggettare ai nostri bisogni le altre creature (la tentazione di ridurre in schiavitù altri esseri umani non è da noi del tutto estinta), animati da questa credenza devastiamo foreste, miniamo ecosistemi, amplifichiamo disuguaglianze, inseguiamo il miraggio di una crescita infinita (contro ogni legge di natura: crediamo inesauribile ciò che non lo è), e così seghiamo il tronco su cui siamo seduti. Tutto questo non ha a che fare con la razionalità, riguarda semmai l’istinto, il mito (da Prometeo a Faust), e soprattutto la paura. Creature capaci di astrazione, sappiamo di dover morire. È per allontanare questo spettro che abbiamo costruito con tanta foga l’apparato di difesa, aggressione, calcolo e dominio che ora sta andando pericolosamente fuori registro. Sarà dunque in quella paura che dovremo sostare, il che significa introdursi anche nella frattura psichica che ci ha persuasi di essere gli eletti al centro della scena e, al tempo stesso, le creature più tragicamente sole dell’universo, separate in modo irreparabile da ciò che ci circonda. 

    Come schiodarci da un antropocentrismo così triste e distruttivo? Gli strumenti a diposizione sono diversi. Ne indicherò uno che potrebbe suonare inatteso. Gail Bradbrook è l’attivista britannica che nel 2018 ha contribuito a fondare Extinction Rebellion, uno dei movimenti ambientalisti più noti tra quelli affermatisi negli ultimi anni. Difendere la biodiversità e ridurre il rischio dell’estinzione della specie umana sono due condivisibili obiettivi sui quali il movimento – che vanta l’appoggio di centinaia di accademici – si sforza di sensibilizzare governi e opinione pubblica attraverso campagne di informazione e azioni di disobbedienza civile piuttosto radicali. Gail Bradbrook ha dichiarato di aver deciso di fondare Extinction Rebellion dopo avere partecipato a una cerimonia di ayahuasca. È interessante il modo in cui il rinascimento psichedelico si sta saldando ai temi dell’emergenza climatica. Da qualche anno una parte rilevante della comunità scientifica ha cambiato idea su sostanze come psilocibina, mescalina, lsd, dmt (contenuta di solito nel decotto di ayahuasca). Considerate droghe pericolose ai tempi di Nixon, è bastato studiarne seriamente gli effetti – fuor di campagna elettorale – per rendersi conto che le cose stanno in modo diverso. In alcuni paesi gli psichedelici vengono oggi usati in via sperimentale per combattere le dipendenze (da eroina, alcol, cocaina), per contrastare con efficacia le peggiori depressioni, per alleviare le sofferenze psicologiche dei malati terminali, per curare la sindrome da stress post traumatico. 

    Da maneggiare con cura, coscienza e preparazione, gli psichedelici sono assimilabili al pharmakon greco, parola ambigua che può designare sia un veleno che una medicina. Chi ha avuto esperienze psichedeliche ben condotte afferma di aver sentito crollare la barriera che ci fa credere di vivere separati dal resto del creato. Sotto l’effetto degli enteogeni (altro termine con cui si ritiene di poter definire queste sostanze) l’ipertrofia dell’io si attenua fin quasi ad azzerarsi, e così emerge una nuova forma di coscienza: non siamo più chiusi nella gabbia dell’individualismo esasperato che spesso ci caratterizza ma ci sentiamo parte del tutto, il frutto mai identico della continua negoziazione con gli altri viventi, e dell’interazione con gli alberi, le piante, l’ossigeno, il vento, la luce, le forze e gli elementi che consentono la vita. 

    Molte persone, dopo esperienze simili, hanno ridotto o cessato del tutto il consumo di carne. Molte hanno abbracciato la causa ambientalista con un trasporto che la lettura dati scientifici non era stata da sola in grado di infondere. Poiché il tempo a disposizione è poco, l’uso consapevole degli psichedelici potrebbe funzionare per alcuni come acceleratore emotivo sulla strada della consapevolezza. È l’opinione di Michael Pollan, uno dei giornalisti più rispettati sulla scena internazionale, autore di Come cambiare la tua mente, tra i più importanti libri divulgativi sull’argomento, pubblicato in Italia da Adelphi e proprio in queste settimane uscito su Netflix come serie tv. “Dopo un’esperienza psichedelica, ci sono meno probabilità di oggettivare la natura”, sostiene Pollan. A conclusioni simili sono giunti molti ricercatori dell’Imperial College di Londra, ma sono tante le università e gli istituti di ricerca in giro per il mondo che stanno gettando nuova luce su questi temi. 

    Che ci si arrivi attraverso la psichedelia o per altre strade, siamo chiamati a un grande salto. L’uomo che cesserà di devastare il pianeta sarà diverso da quello che lo ha minato fino ad ora. Qualcosa dovrà scattare in noi, o non saremo. Così ecco la domanda decisiva: perché mai non dovremmo estinguerci? Merita la nostra civiltà di continuare a esistere? 

    Prima di rispondere bisogna ricordare alcuni nostri tratti distintivi. Siamo la specie che, mossa dalla paura di morire e dallo speculare desiderio di assaltare il cielo, ha sviluppato delle protesi sempre più potenti (dalla ruota alle sonde spaziali ai missili atomici), generando una forza capace di incidere ora sui processi geologici del pianeta che la ospita. Questa circostanza fa ricadere su di noi una nuova ed enorme responsabilità, inchiodandoci al tempo stesso a un nostro antico attributo fondante: la libertà di scelta. Siamo anche la specie, vale a dire, che pur potendo scatenare la guerra può dichiarare la pace, pur potendo uccidere può risparmiare, pur potendo ridurre in schiavitù può liberare, pur credendo di pulsare al centro della scena può ricordarsi di fare parte del tutto, la specie che può condividere anziché depredare, può rispettare anziché umiliare, e che anziché distruggere può amare. 

    Per la prima volta al libero arbitrio è dunque legata non solo una valutazione sul piano etico (quel che avremmo chiamato la salvezza dell’anima), e non solo la rovina di alcuni a vantaggio di altri, ma la vita di tutti. 

    Gli attributi che meglio ci definiscono come specie riducono di giorno in giorno la distanza con ciò che determinerà la degna prosecuzione della nostra storia, o che ci perderà. Cosa succede quando etica e sopravvivenza si guardano allo specchio, quando l’insieme degli elementi che definiscono un’identità si sovrappongono al destino? È questa, forse, la novità dell’epoca in cui siamo entrati. LEGGI TUTTO

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    Quanto è facile non salvare il mondo

    I miei figli vogliono salvare il mondo, il che rende la mia vita complicata. 

    Perché sono severi e attenti, dicono che non mi impegno abbastanza, e che è colpa mia e della mia generazione. Io penso che non è solo colpa mia, e cerco di distribuire gli errori in giro per il mondo. Ma loro dicono che bisogna cominciare a impegnarsi in prima persona, che se ognuno di noi fa qualcosa, tutti staranno facendo qualcosa; e non ci sarà la fine del mondo. 

    Vorrei chiedere: ma perché, ci sarà la fine del mondo?, ma so che non posso. Vorrei chiedere: ma mica nei prossimi anni? Più in là, vero? – che vuol dire: non fino a quando vivo io. 

    Non avevo considerato che la fine del mondo potesse arrivare così, gradualmente; la fine del mondo nel nostro immaginario è improvvisa, con i dinosauri che si estinguono tutti in un momento. Non avevo considerato che la fine del mondo potesse arrivare così, per distrazione, cioè mentre dicevamo cerchiamo di salvare il mondo, prendiamo tutte le misure, mobilitiamoci – poi arriva la pandemia, la guerra, la recessione, e siamo costretti a dire: adesso dobbiamo occuparci di questo, ma subito dopo non mancheremo di; eh, no, adesso c’è anche quest’altro, ma appena dopo non possiamo fare a meno di. E così il mondo finirà, è chiaro – dicono i miei figli. 

    Se poi vogliamo essere sinceri, non avevamo preso ancora le misure. Finora avevamo soltanto detto: bisogna fare qualcosa. 

    “Bisogna fare qualcosa” è una frase magica. Io la dico sempre, quando i miei figli a cena indicano quello che sto mangiando e mi spiegano quanto inquinamento ho provocato per avere questo cibo che ho nel piatto. Io guardo il piatto loro, e loro hanno lo stesso cibo che ho io, ma forse il loro inquina meno, non lo so. Comunque ascolto, comprendo, mi impressiono e dico: bisogna fare qualcosa. Alle volte: bisogna assolutamente fare qualcosa. E poi ricomincio a mangiare. 

    Chiunque dica quella frase, diventa buono (ed è autorizzato a ricominciare a mangiare). E la dicono quasi tutti, quindi quasi tutti sono buoni. È talmente potente l’effetto che produce, che poi ci distraiamo anche qui, e non ci mettiamo a controllare se poi si fa davvero qualcosa. 

    Se vogliamo essere proprio sinceri: “bisogna fare qualcosa” si dice proprio per evitare di farla. Si dice per rassicurare e per dare fiducia, per non farsi rompere le palle dagli altri, per dare l’idea di un piano. Ma non c’è nessun piano. Infatti quella frase servirebbe a mettere giù un piano; e se bisogna metterlo giù, ancora non c’è. E se quella frase serve a rassicurare e distrarre, il piano non ci sarà.”Bisogna fare qualcosa” non è una frase che dicono i miei figli, mai. Loro addirittura urlano di rabbia, piangono per la commozione, nel vedere il loro padre e la sua generazione, essere così vaghi, e nel vedere il mondo andare senza opposizione verso la sua fine.L’umanità però assomiglia a me, non a loro. Ma non da ora, da secoli. Se non fosse così, non staremmo a questo punto.A me, all’umanità nei secoli, alla mia generazione, alla classe politica mondiale, manca totalmente l’idea del futuro. Tutto il nostro futuro lo sintetizziamo in una frase: bisogna fare qualcosa. Dopodiché ce ne fottiamo. E ci concentriamo sul presente. Apriamo il rubinetto e l’acqua c’è; premiamo l’interruttore e la luce si accende; fa caldo e accendiamo l’aria condizionata a palla; il benzinaio ci fa il pieno; e potrei andare avanti per pagine. Fino a quando è così, come facciamo a preoccuparci? Dovremmo essere capaci di immaginare un futuro in cui l’acqua non scende più, le luci non si accendono, l’aria condizionata non si può usare più, il caldo aumenta e non c’è un posto dove ripararsi, al supermercato la frutta e la verdura non ci sono, mentre invece adesso bene o male ci sono – dovremmo immaginare tutto questo, ma non ne siamo capaci. Per questo diciamo che bisogna fare qualcosa; ma in realtà stiamo pensando, come in tutta la vita, al presente: fino a quando tutto questo c’è, come faccio a preoccuparmi di quando non ci sarà? Dovrei concepire una vita costruita per un futuro che io non riesco a vedere; e infatti il futuro poi lo vediamo solo quando accade, e quando accade come adesso ci sembra spaventoso, corroso come in questi mesi e, però, anche in questi mesi la nostra vita riusciamo a farla lo stesso. Questo è quello che i miei figli non concepiscono e che li fa arrabbiare, disperare.La questione è che bisognerebbe fare qualcosa, ma intanto noi attraverseremo le nostre vite senza averne troppo danno. Il danno è per un tempo che non vedremo. Ma il problema è proprio questo: quel tempo che non vedremo si può aggiustare, ma bisognerebbe cominciare ora. E non per noi, ma per il tempo che non vedremo. Il problema più profondo è che tutto dovrebbe essere così: dovremmo cominciare a costruire oggi le scuole, la sanità, l’equilibrio sociale di domani. Ma noi oggi ci occupiamo di oggi. Tra l’altro, a malapena.I miei figli invece non sono come me – come noi. Loro pensano al tempo, al futuro, pensano alla vita dopo di loro. Inconcepibile. Mi guardano sconfortati perché io faccio degli sforzi ma il mio modo di vivere è distratto, poco impegnato o concentrato su cose che loro ritengono essenziali e sono essenziali, ma soprattutto i miei figli si sfogano contro lo Stato, contro le multinazionali, contro le Nazioni unite – e sentono in me quella stessa vacuità, vaghezza che sentono nello Stato, nelle Nazioni unite, che sentono nei grandi incontri internazionali sull’ambiente. Quello che sentono si può sintetizzare in un generico: bisogna fare qualcosa. Ed è un modo di parlare poco sostanzioso e che svicola dalla questione e credo che io, come gli stati, come i ministri, come le persone che dovrebbero fare qualcosa mentre dicono che bisogna fare qualcosa, siamo incapaci.E così, io mi sento in perfetta sintonia con il resto del mondo; e loro no.Mi sorvegliano quando mi lavo i denti, sono dietro la porta quando faccio la doccia per sentire se chiudo l’acqua mentre mi insapono, mi sorvegliano quando vado verso i vari sacchetti dell’immondizia per vedere se differenzio, e se differenzio bene. Quando loro non ci sono, non resisto, e faccio qualcosa che non devo fare, lo faccio con l’idea della trasgressione, convinto di non farlo contro me stesso. E osservo gli altri, quelli che non hanno i figli che vogliono salvare il mondo, e sono puliti di molte docce, freschi di aria condizionata senza fine, con delle bottiglie di plastica in mano dissetanti.La mia vita è come quando bisogna acquistare un libro che non è proprio l’ultima novità, e ho due strade: Amazon o la libreria di quartiere. Con Amazon clicco e compro in due minuti, e il libro arriva il giorno dopo, posso anche non uscire da casa e posso anche dimenticartene: il libro troverà me, salirà in ascensore e si deporrà nelle mie mani. Se scelgo la libreria di quartiere, come mi impongono i miei figli, esco, di solito diluvia, entro tutto bagnato in libreria, il commesso mi sorride, gli chiedo il libro, scuote immediatamente la testa: non ce l’ha. Ma lo posso ordinare, arriverà tra quattro giorni forse, ma è meglio ripassare la settimana prossima. Esco, piove ancora, mi bagno, torno a casa, la settimana dopo ripasso in libreria, non è arrivato, arriverà, intanto penso intensamente ad Amazon, e penso alla fine quello che non devo pensare: vaffanculo alla libreria di quartiere.Salvare il mondo è faticoso, non averne cura è molto più semplice. LEGGI TUTTO

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    Cnr: “Nei primi sette mesi il 2022 è l'anno più caldo di sempre in Italia”

    “Se il 2022 finisse adesso sarebbe l’anno più caldo di sempre”, parole chiare quelle di Michele Brunetti dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Cnr (Isac-Cnr), che effettua rilevazioni sulle temperature dal 1800, sui dati del report mensili che riguardano l’Italia. E se i primi sette mesi dell’anno sono stati bollenti con 0,98 gradi sopra la media, sono le temperature registrate a giugno (con +2,88 gradi) e luglio (con + 2,26 gradi) a preoccupare gli esperti del clima. Praticamente dimezzate anche le precipitazioni con un calo del 45%.  Ancora elevate le temperature percepite: domani sono previsti picchi di 39 gradi a Firenze, 38 a Latina e Milano, 37 a Bologna, Frosinone, Roma, Venezia e Viterbo; domenica 38 a Latina e Roma, 37 a Firenze, Frosinone e Viterbo.

    “L’anno più caldo dal 1800″

    “Luglio 2022 è dunque secondo solo al 2003, così come lo sono stati anche maggio e giugno”, ha spiegato ancora Brunetti che ha analizzato le temperature di questi primi sette mesi. “Al momento ha fatto registrare medie molto alte in tutti i mesi proiettandosi come l’anno italiano più caldo di sempre, questo però non significa che poi lo sarà realmente – ha precisato il ricercatore del Cnr – perché se nei prossimi mesi le medie mensili dovessero scendere anche quella annuale scenderebbe”.

    A guidare la classifica degli anni più caldi in Italia dal 1800 è ancora il 2018, con un’anomalia di +1,58 gradi sopra la media di riferimento in cui un peso rilevante lo ebbero i mesi di gennaio con +2,37 gradi rispetto alla media e aprile, il più caldo di sempre con +3,5 gradi sopra la media. 

    Agricoltura: danni per 6 miliardi

    “Siamo di fronte – ha spiegato la Coldiretti – a un impatto devastante della siccità e delle alte temperature con danni all’agricoltura che superano i 6 miliardi di euro, pari al 10% della produzione nazionale. Le campagne italiane sono allo stremo con cali produttivi del 45% per il mais e i foraggi che servono all’alimentazione degli animali, del 20% per il latte nelle stalle, del 30% per il frumento duro per la pasta di oltre 1/5 delle produzione di frumento tenero, del 30% del riso, meno 15% frutta ustionata da temperature di 40 gradi, meno 20% cozze e vongole uccise dalla mancanza di ricambio idrico nel Delta del Po, dove – evidenzia la Coldiretti – si allargano le zone di “acqua morta”, assalti di insetti e cavallette con decine di migliaia di ettari devastati.

    Paura per le precipitazione violente

    La tendenza al surriscaldamento è dunque evidente in Italia dove la classifica degli anni più caldi negli ultimi due secoli si concentra nell’ultimo decennio: il 2018, il 2015, il 2014, il 2019 e il 2020. “Il cambiamento climatico è stato accompagnato da una evidente tendenza alla tropicalizzazione che – continua la Coldiretti – si manifesta anche con una più elevata frequenza di eventi violenti, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, con sbalzi termici significativi”.

    Cambia il paesaggio in montagna

    Proprio per questo motivo preoccupa anche la vendemmia appena iniziata in Italia con una prospettiva di un calo del 10% delle uve, ma cresce l’allarme negli uliveti. “Oltre che in pianura gli effetti del cambiamento climatico si fanno sentire anche in montagna – sottolinea Coldiretti – con un profondo cambiamento del paesaggio con i pascoli che sono sempre più secchi e le pozze per abbeverare gli animali asciutte a causa della mancanza di pioggia e delle alte temperature che stanno prosciugando pure i ghiacciai alle quote più alte. La mancanza di acqua manda in crisi un sistema fondamentale per l’agricoltura e l’allevamento in montagna mettendo a rischio produzioni tipiche, dai formaggi ai salumi”. LEGGI TUTTO

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    Jova Beach Party al Lido di Fermo, un lungomare (e non solo) da scoprire in bici

    Lasciata Barletta, il Jova Beach Party fa ballare Lido di Fermo, una frazione sul mare del comune marchigiano incastonato tra l’Adriatico e i colli fermani. Il suo litorale è perfetto da scoprire in bici. Inoltre Fermo è una delle 50 città Plastic Free 2022. Leggi l’articolo * Alice Pavarotti è una speaker di Radioimmaginaria e […] LEGGI TUTTO

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    Scuola, arriva il docente esperto: avrà 400 euro in più in busta paga. Critiche da sindacati e presidi: “Colpo di mano del governo Draghi”

    Nella scuola è in arrivo il docente esperto, una delle ultime riforme del governo Draghi a carico dell’istruzione italiana. Secondo quanto riporta l’Ansa, la bozza del decreto legge Aiuti bis, varato dal governo oggi, contiene una nuova figura che si piazza al di sopra di tutti gli altri insegnanti della scuola: il docente “esperto”. In base alle prime indiscrezioni, la novità partirebbe dal 2023/2024. E dopo un percorso di formazione quasi decennale l’insegnante che ricoprirà questo nuovo ruolo percepirà un assegno ad personam di 5.650 euro all’anno, pari a circa 400 euro lordi al mese. Ma fregiarsi del titolo non potranno essere più di 8mila insegnanti, uno per istituto.

    Preoccupati sindacati e presidi

    E il mondo della scuola non la prende affatto bene, per quello che appare come un revival della prima versione della Buona scuola del governo Renzi. Il coro di critiche è pressoché unanime: i sindacati sparano a zero sulla decisione dell’esecutivo e anche i dirigenti scolastici si dichiarano preoccupati. La novità prende le mosse dal decreto-legge 36 sulla formazione iniziale e sul reclutamento che lo scorso 30 maggio portò in piazza i lavoratori. Ma, dalle prime notizie, quella del docente “esperto” sembra una evoluzione di quanto stabilito dallo stesso articolato, poi diventato legge. Perché il DL 36 prevedeva corsi di durata triennale per l’aggiornamento in servizio degli insegnanti con valutazione finale e premio in denaro “una tantum”. Ma non prevedeva esplicitamente nessuna carriera per coloro che si incamminavano sulla via della formazione per tre trienni.

    ‘Colpo di mano del governo Draghi’

    Il più critico tra i sindacati è l’Anief che parla di “colpo di mano del governo Draghi”. “Dopo le dimissioni del premier – afferma il presidente Marcello Pacifico  – e lo scioglimento delle camere, il governo avrebbe dovuto svolgere solo i cosiddetti “affari correnti”, invece travalica ampiamente i suoi poteri e con il decreto legge Aiuti bis si appresta a portare modifiche importanti al Pnrr emanando una norma che introduce una nuova figura di insegnante, il docente senior”. Più prudenti, ma non meno tranchant gli altri sindacati. “Il governo (dimissionario) disegna ad agosto l’impianto della scuola nei prossimi anni”, dichiarano Francesco Sinopoli (Flc Cgil), Ivana Barbacci (Cisl Scuola), Giuseppe D’Aprile (Uil Scuola), Rino Di Meglio (Gilda) e Elvira Serafini (Snals).

    Docenti sottopagati

    “La scuola – continuano – non può andare avanti con 8.000 docenti esperti, dopo un percorso selettivo che dura 9 anni, mentre funziona quotidianamente con centinaia di migliaia di docenti sottopagati. “In questa strana, calda e mutevole campagna elettorale che stiamo vivendo – esordisce Antonello Giannelli, a capo dell’Associazione nazionale presidi – nessuno parla di scuola e delle tante parole spese negli anni scorsi, durante i momenti più terribili della pandemia, non si trova traccia. Eppure, di ragioni ce ne sarebbero molte”. Mentre il governo pensa al docente esperto, Giannelli elenca i principali problemi di cui soffre la scuola italiana: “dispersione scolastica implicita ed esplicita, esiti delle prove Invalsi e differenza con i risultati degli esami di Stato, mancata acquisizione di competenze di base in larghe fasce di alunni e risorse destinate al sistema scolastico che diminuiscono nell’indifferenza di tutti”.

    Figura divisiva

    Anche chi lavora quotidianamente rivolto agli alunni non vede di buon occhio la novità in cantiere. Patrizia Borrelli, insegna in una scuola primaria a Roma. “Quella del docente esperto – spiega – è una figura fortemente divisiva. La scuola non ha bisogno di figure superiori rispetto al resto dei colleghi: l’obiettivo del nostro lavoro è quello di fornire la migliore performance senza sentirsi inferiore. Il mondo della scuola deve in un clima collaborativo e di condivisione. E non si ottiene certo categorizzando il personale tra chi è esperto e chi non lo è che si raggiungono gli obiettivi formativi per gli alunni”. Dello stesso avviso Silvia Parroco, docente di Italiano e Latino presso un liceo classico di Palermo, che teme “un peggioramento delle relazioni all’interno delle scuole e un appesantimento del clima che si respira all’interno delle stesse”. LEGGI TUTTO

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    La vacanza come esperienza di pace

    Da cinque mesi a questa parte, qualunque genitore con un minimo di coscienza non può non sentirsi mancare il fiato. Non può non sentirsi una spada nel cuore, pensando ai padri e alle madri dell’Ucraina. Abbiamo mai provato a spiegare a un bambino di 3-4 anni perché all’improvviso deve abbandonare i suoi adorati giochi per fuggire dalla sua cameretta, dove forse non tornerà più? Lo abbiamo sentito ripetere tra le lacrime di disperazione che non vuole andar via? Che vuol continuare a giocare con le sue macchinine, i suoi trenini, i suoi personaggi, i suoi puzzle, le sue costruzioni? Con quale bugia pietosa potremmo giustificare quei boati e quelle grida confuse che lo terrorizzano? Come spiegargli che deve scegliere cosa portarsi dietro perché bisogna scappare? Un giorno come tanti, interrotto tutt’a un tratto. Una cena tutti insieme, tanto attesa, che non si può più preparare. Un’uscita, all’indomani, che non si farà. Un appuntamento al quale mancheremo sicuramente. Il lavoro e i vari impegni che se ne vanno al diavolo. Noi due, Papà e Mamma, inebetiti, con la morte nel cuore. E il nostro bimbo che piange. Ecco la guerra. LEGGI TUTTO

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    “Così la centrale idrica più grande del Veneto ha salvato Chioggia dalle autobotti”

    La caldissima estate del 2003 se la ricordano tutti quelli che l’hanno vissuta. Siccità e temperature mai più raggiunte, almeno fino alle giornate torride di questo luglio senza pioggia. Quell’anno di sicuro rimane impresso nella memoria degli abitanti di Chioggia, la “Piccola Venezia” come scriveva Comisso, nell’estremo lembo meridionale della Laguna: l’acqua mancava e l’Adriatico andava contromano, risalendo i fiumi e scendendo dai rubinetti delle case.

    L’inchiesta

    L’acqua è il petrolio dell’Italia, ma non sfruttiamo le falde sotterranee

    di

    Luca Fraioli

    29 Luglio 2022

    Chioggia conta circa 50 mila abitanti, con i turisti che ne invadono le spiagge limitrofe si arriva anche a 2 milioni durante la stagione estiva. All’epoca gli impianti di potabilizzazione della cittadina prelevavano l’acqua in un punto dell’Adige, vicino alla foce, dove il livello del fiume era sceso ai minimi storici, a meno di 4 metri, ma soprattutto dove erano risalite le acque salate del mare. Parliamo del cosiddetto fenomeno del “cuneo salino”, di cui tanto si parla in questi giorni: quando la portata del fiume dimagra, il mare entra nella foce e sale fin dove trova spazio. L’acqua di mare però bagna ma non nutre. Anzi spesso distrugge e brucia. Quell’anno a Chioggia furono costretti a distribuire l’acqua potabile con cisterne e autobotti, come nel 1940 ricorda qualcuno, soluzioni d’emergenza comunque non sufficienti ad alleviare i disagi dei turisti, ammassati nella vicina spiaggia di Sottomarina. LEGGI TUTTO