4 Agosto 2022

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    Giovanni Soldini: “La natura non ha più pazienza, la svolta serve ora”

    “La lotta al cambiamento climatico non è più soltanto una sfida culturale. È politica. Al punto in cui siamo, i gesti dei singoli sono importanti, ma non bastano più. Bisogna cambiare modello di sviluppo, il nostro modo di produrre, consumare, viaggiare, le nostre abitudini. Per salvare il pianeta”. Campione del mondo, popolarissimo velista, testimonial di campagne firmate da Greenpeace e Legambiente, Giovanni Soldini è uno dei primi firmatari della petizione online lanciata da Repubblica e Green&Blue, il content hub del gruppo Gedi dedicato ai temi ambientali, in cui si chiede che il riscaldamento globale venga messo al centro della campagna elettorale. Per Soldini, “i movimenti, le associazioni svolgono un ruolo fondamentale, ma per fronteggiare questa emergenza occorre invocare un sistema meno consumistico e meno inquinante. Gli scienziati possono essere la bussola e indicarci la direzione giusta, ma le scelte spettano ai politici”.

    Da trent’anni, il velista milanese, vive sull’oceano e sul Mediterraneo e quello che vede lo fa preoccupare e infuriare. Per questo, ovunque si parli di tutela dell’ambiente, di clima, di energia rinnovabile, racconta costa sta succedendo a largo delle nostre coste e negli oceani. Li ha visti cambiare e surriscaldarsi, riempirsi di plastiche e Co2. Continua a denunciare l’aumento di barche che sono bombe ecologiche, attraccate in aree protette, le pratiche di pesca intensiva che stanno riducendo i fondali in deserti blu, gli oggetti di plastica gettati in acqua. “C’è la percezione che il mare non sia di nessuno”, dice.

    L’appello

    Lettera aperta degli scienziati del clima alla politica italiana

    03 Agosto 2022

    Qual è il problema più urgente da affrontare?”Potremmo dire la gestione delle risorse, il passaggio alle energie rinnovabili, invece dopo la pandemia e ora con la crisi dovuta alla guerra, penso che dobbiamo risolvere una volta per tutte il rapporto tra politica e scienza, mondi che non si parlano. È un tema antico, irrisolto. Gli scienziati dovrebbero guidare le scelte dei governi. Invece, trovo disarmante assistere a quanto siano inascoltati. La parola sostenibilità, ad esempio, è presente in tutti programmi elettorali e dibattiti politici, ma nessun partito lo considera un tema centrale o strategico. E poi c’è un problema di prospettiva temporale; gli scienziati ragionano in decenni, i politici hanno un orizzonte di pochi anni. Sono linguaggi differenti”.

    Come si supera questa diffidenza?”I cittadini devono rivendicare il proprio ruolo, fare la loro parte e chiedere ai governi regole precise, impegni chiari. È nell’interesse di tutti: la natura si evolve e noi dobbiamo essere veloci. Bisogna far capire ai politici che l’ambiente non può rimanere in balia delle maggioranze che cambiano. La natura non ha tutta questa pazienza”.

    Ci potrà mai essere una vera svolta ecologista in Italia come nei Paesi del Nord Europa?”L’Europa ora ha indicato parametri ambientalisti con obblighi per gli stati membri. Italia compresa. Ma il nostro Paese è ancora indietro sulle energia alternative. Per arrivare a una seria svolta ambientalista servono scelte politiche: avere chiare direttive statali, snellezza nelle procedure, meno burocrazia (non si può aspettare 15 anni per avere un’autorizzazione), agire sui consumi, trovare nuove fonti. Una di questa è il sole, l’altra il vento. E se a qualcuno le pale eoliche non piacciono non si possono bloccare i lavori”.

    L’intervista

    Stefano Mancuso: “La politica non considera il costo sociale della crisi climatica”

    di

    Cristina Nadotti

    04 Agosto 2022

    E a livello globale?”Negli ultimi cinquant’anni Stati Uniti ed Europa hanno fatto il bello e cattivo tempo, ora altri Paesi entrano nelle grandi decisioni. Comunque, a livello globale si pensa ancora troppo alla difesa dei confini e meno a impegnarsi per l’ambiente. Un grande sbaglio visto che la natura e le sue reazioni non hanno confini”.

    Bisognerebbe imparare dalla barca a vela per rispettare il pianeta.”La barca a vela è un microcosmo in cui sei costretto ad affrontare tutti i problemi del mondo. Impari a consumare meno acqua ed energia, meno cibo e devi produrre meno rifiuti. Un perfetto esperimento e una grande possibilità per i più giovani per capire gli effetti del cambiamento climatico”.

    Dove andrà in vacanza?”In barca tra la Sicilia e la Grecia con amici e familiari. Nel Mediterraneo mi sento a casa”. LEGGI TUTTO

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    Il riscaldamento globale è la più importante storia che non abbiamo mai raccontato

    “Il riscaldamento globale è la più importante storia che non abbiamo mai raccontato”. Il primo a dirlo fu un attivista del clima britannico, che aveva studiato a lungo le ragioni per le quali il nostro cervello sembra fatto apposta per ignorare i cambiamenti climatici (è un punto importante, ci torneremo). Insomma, era il 2014 e George Marshall, questo il suo nome, nel corso di una quelle conferenze – che prendono il nome di TED – dove uno parla da solo per una dozzina di minuti per comunicare un’idea in grado di cambiare il mondo, espresse per la prima volta questo concetto: non sappiamo raccontare il cambiamento climatico. Non sappiamo farlo sebbene sia la più grande sfida mai affrontata dall’umanità: com’altro definire il tentativo di cambiare il modo di vivere di otto miliardi di persone per evitarne l’estinzione? Insomma, anche se ci sarebbero tutti gli ingredienti per una narrazione epica e coinvolgente, non ci riusciamo. Del resto, chi può emozionarsi per una variazione di un grado e mezzo di temperatura? 

    Indagando sul tema, in un libro di notevole successo del 2019 (We are the Weather. Saving the Planet Begins at Breakfast), lo scrittore americano Jonathan Safran Foer a un certo punto scrive: “Oltre a non essere una storia facile da raccontare, la crisi del pianeta non si è dimostrata una buona storia. Non solo non riesce a convertirci, non riesce neppure a interessarci (…) Sembra impossibile descrivere la crisi del pianeta – astratta ed eterogenea com’è, lenta com’è, e priva di momenti emblematici e figure iconiche – in un modo che sia al tempo stesso veritiero e affascinante”. 

    Il primo fallimento in questo tentativo è stato della comunità scientifica, che pure ha visto con enorme anticipo quello che stava accadendo e ci ha mandato ripetuti avvisi, supportati da grafici, tabelle, scenari. Clamorosi, ma, in fondo, freddi numeri. Non qualcosa di cui parleresti al bar con un amico. Il fatto è che gli scienziati di solito non sanno comunicare, non è quella la loro principale missione. Un editorialista del magazine della Silicon Valley Wired ha raccontato di aver provato a leggere l’ultimo rapporto dell’IPCC, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa appunto del clima, e di essersi perduto in un gigantesco PDF di oltre quattromila pagine scritte con un carattere troppo piccolo. “Davvero vogliono che leggiamo questo bestione?”, si è chiesto. 

    Il secondo fallimento è del giornalismo e lo ha inquadrato benissimo nel 2015 Alan Rusbridger, allora direttore del quotidiano The Guardian, lanciando una iniziativa non a caso chiamata “The Biggest Story in the World”. Scriveva Rusbridger: “Il problema con questa storia è che… è così grande eppure non cambia molto giorno per giorno. Il giornalismo invece dà il meglio di sé nel catturare un preciso momento, o dei cambiamenti netti, o delle cose che appaiono strane. Se invece un fenomeno è praticamente lo stesso ogni giorno, ogni settimana, ogni anno, il giornalismo perde efficacia”. 

    Adesso in realtà qualcosa sta cambiando. Il cambiamento climatico non è più una minaccia lontana: ci è entrato dentro casa. Il simbolo non è più un orso polare alla deriva su un iceberg ma i ghiacciai delle Alpi che fondono. Le vittime non sono più gli abitanti di qualche oscuro villaggio tropicale, ma quelli di un qualunque paese italiano alle prese con la siccità. Insomma il cambiamento climatico is here to stay. Chi può raccontare meglio quello che sta accadendo? Farlo è fondamentale se vogliamo coltivare la speranze che le cose cambino: che si passi dal petrolio al sole e al vento come fonti di energia;  e da una economia dei consumi ad un’economia circolare, in cui le cose sono progettate per durare e per poi essere riciclate. 

    Qualcuno alla domanda “chi può raccontarlo”, risponde: i giovani. Pensando a quello di cui sono stati capaci dietro la bandiera dei Fridays for Future. Ma è un errore. Quel movimento è infatti una avanguardia di persone che hanno letto i documenti scientifici e si sono attivati. I giovani invece non sanno cos’è davvero il cambiamento climatico semplicemente perché le variazioni, di anno in anno, sono impercettibili: è la nostra capacità di adattamento a renderle tali. Ci abituiamo a tutto, prendiamo delle contromisure (l’aria condizionata) e tutto sembra normale. La solita estate calda. E così non facciamo nulla per cambiare.

    Restano gli scrittori. Quelli capaci di inchiodarti alle pagine di un libro con una storia e di inventare dei personaggi che non dimentichi più, e che alla fine, in qualche modo, ti cambiano la vita. Per questo come Green & Blue abbiamo chiesto ad alcuni fra i principali scrittori italiani di raccontarci cosa sta davvero succedendo. I Racconti del Cambiamento Climatico sono una serie che inizia domani su Robinson e che ha l’ambizione di arrivare là dove gli scienziati e i giornalisti si sono fermati: raccontare la più grande storia che l’umanità abbia vissuto. Sperando nel lieto fine e in un nuovo inizio. LEGGI TUTTO

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    La politica voti per il clima

    Ci sono oltre quindicimila voci che all’unisono chiedono alla politica italiana di occuparsi del riscaldamento globale. Sono quelle delle persone che hanno già firmato  su change.org.,  a meno di 48 ore dal lancio, la petizione “Un voto per il clima”, nata dall’appello dei climatologi, i quali dalle pagine di Repubblica e di Green&Blue hanno chiesto con forza ai partiti di “considerare la crisi climatica come un problema prioritario da affrontare, perché mina alla base tutto il nostro futuro”.

    Ora la vera domanda è: gli schieramenti che affilano le armi per la campagna elettorale, ascolteranno quelle migliaiadi voci? La premessa, e cioè la sordità dimostrata da tutta la politica italiana ai tanti campanelli di allarme climatici degli ultimi anni, non lascia ben sperare. Anche se ci si limita alle ultime, terribili settimane, sembra che tutto venga derubricato a fatalità, imprevedibile e passeggera, mentre al contrario è spesso conseguenza di una emergenza ormai ben nota e studiata dagli scienziati.

    I Palazzi romani hanno ignorato i fumi mefitici che hanno soffocato la città quando sono andati a fuoco i depositi dei rifiuti, così come le nubi sprigionatesi dai roghi di campi e storiche pinete. Hanno rapidamente archiviato, dopo il lutto d’ordinanza per le vittime, la tragedia rappresentata dallo scioglimento dei ghiacci della Marmolada. Hanno delegato alle autorità locali le misure tampone per una siccità senza precedenti che ha ridotto il Po, da re dei fiumi italiani, a rigagnolo divorato dall’acqua di mare che risale dal Delta. Al riparo dei loro impianti di aria condizionata, non devono neppure essersi accorti dei 40 gradi che l’estate del 2022 ha fatto segnare da Nord a Sud. Il risultato è che il clima, nonostante sia la più grande emergenza che gli esseri umani abbiano mai dovuto affrontare a livello globale, è completamente assente da questo inizio di campagna elettore che si concluderà con il voto del 25 settembre.

    L’intervista

    Stefano Mancuso: “La politica non considera il costo sociale della crisi climatica”

    di

    Cristina Nadotti

    04 Agosto 2022

    Per questo i climatologi italiani hanno rotto gli indugi e scritto una lettera aperta ai partiti, a tutti, indipendentemente dalla loro collocazione in Parlamento. Per questo il Premio Nobel per la Fisica 2021 Giorgio Parisi ha aderito all’appello: “I prossimi anni saranno cruciali. Più si aspetta a prendere provvedimenti, più il riscaldamento continua e diventerà difficile tornare indietro”, ha spiegato a Repubblica. “Ecco perché è importante che i partiti mettano in chiaro oggi nei programmi elettorali quali sono i loro progetti per la lotta ai cambiamenti climatici”.Ma il Nobel individua anche l’altro grande corno della questione, l’altro quesito fondamentale: che ruolo avranno gli elettori? Riusciranno con le loro scelte a premiare quelle forze politiche che si saranno dimostrate più attente all’emergenza climatica? “La responsabilità è sia dei politici che degli elettori: se questi ultimi non fanno in modo che sia conveniente per i partiti fare una politica climatica, i politici non la attueranno certo in modo spontaneo”, spiega Parisi.Per gli elettori più giovani il riscaldamento globale è un tema cruciale, come conferma il sondaggio di Demos & PI pubblicato ieri su questo giornale. E forse i partiti, dopo aver nella maggior parte dei casi irriso Greta Thunberg al suo esordio ormai quattro anni fa, si renderanno conto che nel frattempo i coetanei dell’attivista svedese sono diventati maggiorenni e si presenteranno alle urne il prossimo 25 settembre.

    Insomma, non è detto che fare del clima una bandiera, un impegno serio e non di facciata, significhi necessariamente perdere le elezioni. Negli Usa Biden, al netto delle difficoltà poi incontrare per far approvare il suo Climate Bill, le ha vinte. Ma è successo anche nelle più vicine, e simili a noi, Austria e Germania.

    Il Nobel Parisi ha usato una metafora illuminante, è il caso di dirlo: la scienza illumina la strada davanti a noi, come i fari di un’auto nella notte. Ma è la politica che sta al volante, e che può anche decidere di guidare a fari spenti, senza tener conto del parere degli scienziati. Poi però i partiti dovranno render conto ai loro passeggeri, agli elettori. Oggi ce ne sono quasi 15mila che sul clima indicano a gran voce la direzione da prendere. E sono destinati ad aumentare. LEGGI TUTTO

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    Scuola, classi pollaio. La lettera di Marco Lilla, studente di 16 anni, al ministro Bianchi: “Noi studenti come scatolette di tonno da ricollocare negli scaffali”

    La sua classe, la seconda B del liceo scientifico Serpieri a Rimini, sarà soppressa. Nel passaggio in terza gli studenti saranno divisi nelle altre sezioni e addio compagni. Eppure è un classe modello, orgoglio dell’istituto e della città quando vinse, sia nella gara individuale che di gruppo, le Olimpiadi nazionali di Statistica. Anche per questo non va giù a Marco Lilla, 16 anni da compiere, la decisione presa sulla sua classe. Ha preso carta e penna e, a titolo personale, ha scritto al ministro all’Istruzione Patrizio Bianchi: “Volevo chiederVi quale differenza ci dovrebbe essere tra gli studenti e le scatolette di tonno o di pelati da ricollocare negli scaffali del supermercato. In tutta sincerità a noi sembra nessuna: siamo trattati a tutti gli effetti come numeri e non come persone legate tra loro e legate alla classe formata in questi ultimi due anni difficili”.

    Il ragionamento è cristallino, logico. Incomprensibile agli occhi di un ragazzo invece la soluzione dovuta alla scarsità di organico docente di smembrare le classi meno numerose per accorparle ad altre (che così si gonfiano a 28-30 e più alunni in un’aula). “So che forse in questo momento ci sono problemi più seri, ma per noi il problema è che ci è stata eliminata la classe – scrive Marco Lilla – Con una e-mail, il Preside ci comunica che ha deciso di sopprimere la nostra classe, per rispettare i numeri imposti dal Provveditorato (Ufficio Scolastico). La scuola avrebbe utilizzato il criterio del minor numero di iscritti e sembrerebbe che la nostra classe abbia un iscritto in meno delle altre. Noi studenti siamo in totale disaccordo. Arriviamo da una pandemia con conseguenze molto pesanti dal punto di vista relazionale. Nonostante le lezioni a distanza dell’anno scolastico 2020/21, quest’anno siamo riusciti a stringere i rapporti di amicizia e a costruire un gruppo unito e piacevole sia per noi studenti che per i nostri insegnanti. La nostra è una classe che ha mostrato sempre un ottimo comportamento, è sempre stata coesa, solidale e inclusiva, soprattutto nell’accompagnare, quando ce n’era bisogno, chi era più indietro o in difficoltà. Tutto questo non lo diciamo solamente noi ma lo hanno detto e scritto più volte i professori”.

    Marco Lilla ricorda poi i successi alle Olimpiadi di Statistica. E conclude: “La scuola non mette in atto nessuna valutazione di merito sulle classi candidate alla soppressione. Per cui il nostro futuro non dipende da come andiamo, da come ci siamo comportati e dai giudizi dei Professori, ma da un ipotetico iscritto in meno. Andiamo a scuola per imparare: se dobbiamo trarre un insegnamento da questa vicenda, abbiamo imparato che possiamo comportarci bene o male e impegnarci come e quanto vogliamo, tanto è la stessa cosa. Concludo con una proposta provocatoria: perché, signor ministro, non propone di sostituire tutta la dirigenza con un software? Si otterrebbero gli stessi risultati, ma più tempestivi e con costi molto inferiori.

    Quegli studenti che persono i compagni di classe

    Nel salto dalla terza alla quarta perdono la classe. Vengono divisi, cinque in una sezione, altri otto in un’altra. Succede al liceo Copernico, ed è protesta delle famiglie. Un caso non isolato. Mancano i professori, e così l’ufficio scolastico procede con gli accorpamenti. Accade ogni anno alle superiori, ma quest’anno è anche peggio perché a Bologna licei e istituti partiranno a settembre con 1.300 studenti in più. E non è stato concesso l’organico adeguato. Risultato? Classi imbottite sino a 29- 30 alunni. Insomma classi-pollaio e problema di spazi e di cattedre che mancano: dopo due anni di pandemia, nulla è risolto. Un disagio, quello degli accorpamenti di classi, che è in quasi tutti gli istituti superiori in Emilia-Romagna.

    Al Copernico soppressa la terza E

    L’ultimo caso che fa infuriare i genitori e disperare i ragazzi riguarda la terza E in Scienze applicate del liceo in via Garavaglia. Lunedì primo agosto è arrivata la mail: “Non sarà attivata la classe quarta E dell’anno 2022- 23 in quanto composta da 21 studenti. La classe terza E sarà accorpata nelle altre tre classi quarte “. Una doccia fredda in piena estate. “Un danno per i ragazzi della classe e per gli altri, possibile che sia solo una questione di numeri e mai di contesto educativo da garantire? ” osserva Adriana Locascio, presidente del quartiere San Donato-San Vitale. “Uno scandalo, dopo due anni di Covid e di tutto quello che i ragazzi hanno dovuto subire si aggiunge una tragedia personale ed educativa: smembrare classi il primo di agosto mettendo in secondo piano amicizie, gruppi di studio e il lavoro fatto non si può accettare” afferma Marco Lubelli, segretario Circolo Pd Scuola. Le mamme parlano di ” ragazzi che piangono e di professori che saranno di nuovo cambiati, di un torto fatto alle famiglie anche con una comunicazione arrivata due giorni fa e che da tempo di indicare preferenze solo fino al 7 agosto “.

    La preside Fernanda Vaccari allarga le braccia,  certo che ho chiesto che la terza E fosse mantenuta, ma non mi hanno dato le risorse per farlo e quelle che abbiamo sono servite per risolvere criticità maggiori. Se ne parla già da oltre un mese e la decisione è stata approvata dal consiglio di istituto dove ci sono i rappresentanti dei genitori. Ma comprendo il dispiacere, faremo il possibile nel considerare le amicizie, ma non ho altri strumenti. Abbiamo molte altre classi da 29 alunni”. Al Copernico escono 8 quinte ed entrano 14-15 classi prime. Un rebus tenerli tutti, anche perché doveva essere pronto il nuovo edificio di fronte alla scuola e invece non lo sarà. Il cantiere è ancora aperto. Così in tutta fretta la Città metropolitana sta allestendo dei moduli per aule provvisorie nel cortile accanto alla palestra del liceo. LEGGI TUTTO

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    Il riscaldamento globale è troppo rapido, gli esseri umani non hanno il tempo di adattarsi

    Ondate di calore, siccità, scioglimento dei ghiacciai, incendi: le conseguenze del riscaldamento globale, specie in questi ultimi mesi, sono state sotto gli occhi di tutti. E ora dagli scienziati della Portland State University dell’Oregon arriva una notizia ancora peggiore – la classica doccia fredda, che questa volta magari lo fosse per davvero –: stando a un articolo appena pubblicato sullo International Journal of Biometeorology (e a una serie di lavori precedenti condotti dalla stessa équipe sul tema) sembra infatti che la tolleranza degli esseri umani al caldo sia inferiore rispetto a quello che si pensava. E di conseguenza ci sarebbero molte più persone esposte al rischio di soccombere alle alte temperature.

    Longform

    Siccità, ondate di calore, meteo estremo: il manuale di sopravvivenza che non c’è

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    Jaime D’Alessandro

    08 Luglio 2022

    “Il corpo umano”, ha spiegato Vivek Shandas, ricercatore esperto in adattamento climatico e pianificazione ambientale alla Portland State University, “è in grado di acclimatarsi, e per farlo impiega un certo periodo di tempo. Durante le ere geologiche precedenti si sono verificati molti cambiamenti climatici, e gli esseri umani sono sempre riusciti ad adattarvisi. Il problema è che in questo momento i cambiamenti stanno avvenendo molto più rapidamente”. Troppo rapidamente, a quanto pare, più della nostra capacità di adattamento. Non è un’informazione da sottovalutare, tenendo presente che il tasso di riscaldamento del pianeta cresce sempre più, a livelli senza precedenti, e che è ormai acclarato che questo riscaldamento aumenta la probabilità di ondate di calore anomale. Tanto che, stando a uno studio pubblicato su PNAS a ottobre dello scorso anno, di esseri umani esposti a temperature pericolosamente elevate è più che triplicato tra il 1983 e il 2016, specialmente in Asia meridionale.

    Gli effetti dell’esposizione del corpo al caldo eccessivo sono da tempo oggetto di studio da parte della comunità scientifica. E nessuno di questi è buono: temperature troppo alte possono provocare, per esempio, crampi da calore, disidratazione, che può portare a problemi renali e cardiaci, e colpi di calore, che spesso possono essere fatali. Il caldo estremo ha conseguenze anche comportamentali e sociali: stando a uno studio dello scorso anno, ci sarebbe una relazione di causa-effetto tra le ondate di calore e l’aumento della violenza tra i detenuti.

    Clima

    Come nell’82 e peggio del 2003: l’estate infuocata è la nuova normalità in Italia?

    di

    Jaime D’Alessandro

    Giacomo Talignani

    21 Luglio 2022

    È in questo contesto che si inserisce il lavoro appena pubblicato. “È molto utile”, dice ancora Shandas, “avere dei dati fisiologici da uno studio preciso e controllato, perché questo consente di comprendere con più precisione i meccanismi che regolano la risposta del corpo all’esposizione al caldo”. La domanda di partenza è stata: quanto caldo è troppo caldo? Per rispondere, gli autori del lavoro hanno condotto degli esperimenti in cui dei volontari erano esposti a diverse condizioni climatiche (in particolare temperatura e umidità) in un ambiente controllato.

    Ogni volontario ha ingerito una piccola pillola dotata di un trasmettitore che comunicava all’esterno la temperatura interna del corpo, e si è poi accomodato in una camera in cui gli è stato chiesto di compiere dei movimenti che simulavano le azioni quotidiane come cucinare e mangiare; dall’esterno, i ricercatori hanno quindi aumentato lentamente temperatura e umidità della camera, monitorando i cambiamenti nella temperatura interna del corpo, per poter stabilire il cosiddetto “limite ambientale critico”, ossia la combinazione di temperatura e umidità al di sopra della quale la temperatura corporea inizia a salire e cominciano a manifestarsi i primi sintomi. Quando il corpo si surriscalda, infatti, il cuore deve lavorare di più per pompare il sangue e dissipare il calore in eccesso, e si suda di più, il che può portare a disidratazione. “I nostri esperimenti, condotti su uomini e donne giovani sani”, spiegano su The Conversation gli autori del lavoro, “mostrano che il limite ambientale critico è inferiore ai 35° C teorici. Si avvicina, piuttosto, a una temperatura di 31° C al 100% di umidità o di 38° C al 60% di umidità”. Altro che doccia fredda. LEGGI TUTTO

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    La Grande Barriera Corallina australiana sta crescendo, ma è più vulnerabile

    Buone notizie per la Grande Barriera Corallina australiana. Nuovi dati dell’Australian Institute of Marine Science (AIMS) confermano una crescita dei coralli nelle sezioni settentrionale e centrale della barriera – soprattutto della specie acropora, un corallo ramificato particolarmente sensibile alle ondate di calore e ai cicloni, nonché il cibo preferito dalle stelle marine – ma una minore […] LEGGI TUTTO