Luglio 2022

Monthly Archives

consigliato per te

  • in

    Più topi e meno zanzare il caldo cambia la fauna selvatica in città

    I ritrovamenti di specie che dalle acque tropicali si spostano verso i nostri mari, sempre più caldi, sono frequenti, così come le evidenze scientifiche, che l’aumento delle temperature dovuto ai cambiamenti climatici influenza la possibilità di sopravvivenza di piante e animali nelle regioni di tutto il mondo. Ma che succede nelle nostre città? Che accade ad animali molesti come i topi, o le zanzare, con l’aumento delle temperature? Di recente, negli Stati Uniti e in Canada i ricercatori hanno affermato che l’aumento delle temperature e inverni sempre più miti hanno fatto crescere la popolazione di topi dai piedi bianchi (Peromyscus leucopus) la specie di roditori più diffusa appunto in Canada e Stati Uniti orientali, con un conseguente allarme per interventi di disinfestazione sempre più frequenti e indispensabili.

    Biodiversità

    Gli animali che non ti aspetti a Roma, dove al Foro passeggiano i granchi

    di

    Cristina Nadotti

    11 Giugno 2022

    “Prepariamoci alla tropicalizzazione progressiva dei nostri ambienti naturali e delle nostre città – è la chiave di lettura che fornisce Andrea Monaco, ricercatore dell’Ispra – d’altronde basta passeggiare in città come Roma e rendersi conto che gli uccelli più comuni dopo cornacchie e gabbiani sono diventati i pappagalli tropicali”. “Gli inverni diventano più caldi e la conseguenza è che le nostre latitudini diventano sempre più ospitali per piante e animali tipici di climi tropicali. Questo avviene in ambiente naturale, ma anche nelle nostre città dove la tendenza a creare sempre più ampi spazi verdi è diventata uno dei pilastri della sostenibilità urbana”.

    Biodiversità

    L’invasione di pappagalli e altri uccelli tropicali a Londra è una conferma del cambiamento climatico

    di

    Enrico Franceschini

    17 Giugno 2022

    A mutare la fauna urbana non saranno le ondate di calore come quelle che stiamo attraversando, ma piuttosto i cambiamenti in atto a lungo termine. Osserva infatti Monaco: “Le specie animali sono in genere attrezzate per resistere a sbalzi momentanei meteorologici e se si verificano condizioni di caldo e siccità persistenti almeno per un po’ sono in grado di resistere, magari riducendo i movimenti oppure il consumo d’acqua. Maggiori problemi ci possono essere invece per quei soggetti che sono ancora in fase di crescita, per esempio i pulcini di uccello, che potrebbero portare per tutta la vita i segni di uno stress termico o alimentare subito durante la crescita. alcuni potrebbero pure non farcela, se le condizioni anomale si prolungano nel tempo”.

    In questo senso, allora, in tempi brevi potremmo anche assistere a una diminuzione di alcune popolazioni di animali che si sono adattati a vivere nelle nostre città? “Ovviamente in condizioni anomale sono sempre le specie più flessibili, più adattabili a cavarsela meglio – risponde il ricercatore – e spesso sono proprio queste le specie che abitano tra di noi. Almeno per quanto riguarda mammiferi e uccelli è probabile che gli animali adattati alla vita in città se la passino meglio di quelli che vivono in ambiente naturale, perché la presenza dell’uomo mette loro a disposizione sempre cibo, acqua e riparo dal caldo. In un certo senso sono avvantaggiati rispetto ai loro conspecifici ‘di campagna’ per i quali sono state in alcuni casi registrate anche morie di massa durante ondate di calore eccezionali”.

    Riscaldamento globale

    Il caldo stravolge il mare: a Taranto meno cozze e più meduse

    di

    Giacomo Talignani

    02 Luglio 2022

    Anche in città, però, ci sono alcune specie che possono risentire della carenza d’acqua: “Il discorso per gli animali che  vivono in stretta relazione o dipendenza dall’acqua, come tartarughe o anfibi dei nostri stagni, la situazione può diventare critica” conferma Monaco. Se le ondate di calore sono eventi a volte anche importanti, ma sicuramente temporanei il discorso cambia quando parliamo di cambiamenti climatici, cioè di fenomeni globali e irreversibili. “In questo caso le evidenze scientifiche di uno stravolgimento della distribuzione della flora e della fauna sono ormai numerose – sottolinea il ricercatore Ispra -.Un esempio su tutti sono gli insetti, come le zanzare tropicali, vettori di malattie trasmissibili all’uomo come la Dengue, la febbre gialla o lo zika virus, ma anche i parassiti delle piante, che  un tempo alle nostre latitudini morivano a causa del freddo invernale. Se l’area di distribuzione delle zanzare tropicali si allarga per effetto del riscaldamento climatico provocato dall’uomo significa che milioni o addirittura decine di milioni di persone diventano a rischio di contrarre malattie infettive potenzialmente molto pericolosa: si tratta di un effetto di certo non secondario dell’azione dell’uomo che spesso viene trascurato”.

    “Il caso dei topi dai piedi bianchi statunitensi è solo un esempio degli enormi costi di disinfestazione che ci sono già stati, basta pensare agli sforzi fatti per fermare la diffusione della zanzara tigre”. In questo senso tuttavia la siccità di quest’ultimo periodo insieme ai disastri ha portato anche una diminuzione delle zanzare, che trovano meno acqua per deporre le uova. Non ci sono ancora dati accertati, ma le prime ipotesi è che quella in corso sarà un’estate con meno zanzare. “Tuttavia se la siccità sembra aver contenuto il numero di zanzare non significa siano diminuite in modo permanente – conclude Andrea Monaco – con le prime piogge rischiamo una vera esplosione della nascita di questi insetti”. Un altro aspetto della tropicalizzazione. LEGGI TUTTO

  • in

    Dieci trucchi per ritrovare piante rigogliose al ritorno dalle vacanze

    Finalmente pronti a partire? La vacanza non potrà dirsi ben pianificata se oltre a fare i bagagli non ci premuriamo di far stare bene le piante di casa in nostra assenza. Il nostro decalogo.

    Fare rete con il vicinato

    La prima domanda: qualcuno potrà prendersi cura delle nostre piante? Nel condominio c’è sicuramente un pollice verde felice di rendersi utile, lo “rivelano” balconi e davanzali. Spesso, a bloccarci è solo l’imbarazzo nel chiedere, ma i fiori sono un terreno di conversazione neutrale per uno scambio di cordialità e fare rete è tra i pilastri di un comportamento virtuoso in termini di sostenibilità. Con il benestare del vicinato, potremo trasferire i vasi in cortile: le piante d’appartamento saranno ben contente di trascorrere un periodo all’aria, purché in ombra.

    Ingaggiare un plantsitter

    Se gli amici e il portinaio sono partiti ci si può affidare a un plant-sitter. Con il passaparola o cercando l’hashtag #plantsitter potremo individuarne uno in zona. A Roma operano i Botamici, a Torino c’è @theplantsitter, a Milano la Tata Green… Anche molti cat sitter sono disponibili per accudire il balcone, a patto di ricevere le giuste indicazioni. E c’è da sperare che qualcuno avvii anche da noi un hotel per piante, come ha fatto l’agenzia di viaggi londinese Contiki Tours, che ospita i vasi dei clienti che partono per almeno 10 giorni.

    Installare l’impianto a goccia

    Se c’è una presa d’acqua in balcone, installiamo un impianto automatico a goccia. Dal rubinetto ai vasi, il sistema comprende una centralina per la programmazione (da 30 euro l’una), un regolatore di pressione, un tubo da far correre lungo il parapetto e dei raccordi per connettere i tubicini con i singoli irrigatori che raggiungono i vasi, meglio se augelli a portata regolabile. Nei centri per il bricolage si trovano dei kit già pronti (da 40 euro per un circuito di 40 metri). Chi è meno pratico si può affidare a uno specialista. Senza presa d’acqua si può installare un set con serbatoio e timer.

    Creare un sano assembramento

    Qualche giorno prima di partire, accorpiamo i vasi avvicinandoli gli uni agli altri affinché si crei un microclima umido e le piante si proteggano a vicenda dal sole. Se possibile, però, mettiamoli direttamente in ombra e in un punto esposto a eventuali piogge: anche le specie da pieno sole si avvantaggeranno di una pausa dai raggi diretti. Se i vasi devono per forza rimanere esposti, avvolgiamoli in un telo di juta: l’acqua passerà attraverso il tessuto, ma il vaso eviterà di surriscaldarsi al solleone, altrimenti l’evaporazione è massima.

    Prima di partire, diamoci un taglio!

    Per superare la siccità, molte piante fanno morire parte dei loro rami oppure perdono le foglie, in modo da ridurre la traspirazione. “Prendendo esempio da questo meccanismo naturale, prima di un periodo asciutto dobbiamo potare le piante accorciando di circa 30 centimetri o più tutti i rami. Vale per rose, buddleje, ortensie, e arbusti in genere, ma anche per le piante erbacee. Questa operazione elimina anche i fiori, che sono ciò che assorbe più acqua”, spiega Susanna Magistretti, titolare del vivaio improntato su pratiche sostenibili Cascina Bollate, interno alla casa circondariale di Milano Bollate. “Fare questa potatura in vista delle vacanze significa lavorare “con” e non “contro” la natura, come tutti i giardinieri dovrebbero fare oggi”. Vale anche per i Ficus benjamin portati all’aria.

    Ricordiamoci di fare il pieno

    Da una settimana prima della partenza, annaffiamo bene per idratare al massimo le piante. Per garantirgli due giorni di riserva in più, utilizziamo provvisoriamente dei sottovasi più grandi rispetto al vaso di 5 cm, non oltre per evitare ristagni d’acqua prolungati. In aggiunta, possiamo mettere nella terra gli stick di idrogel o i granuli venduti come riserva d’acqua. In più, come in giardino, è bene coprire il suolo per proteggerlo dal sole (questa tecnica si chiama pacciamatura), per esempio con della vermiculite espansa, che trattiene l’umidità.

    Il gioco della bottiglia

    Sempre valido lo stratagemma della bottiglia a testa in giù. Dobbiamo forare il tappo con un punteruolo riscaldato in modo che ci passi una goccia. Quindi, basterà riempire la bottiglia e infilarla bene nella terra. Per rendere più efficiente il sistema si possono acquistare nei garden center degli irrigatori da avvitare al posto del tappo, oppure dei tappi traspiranti muniti di un cono poroso che trasmette l’acqua per capillarità.

    Attenti a non esagerare in casa

    In casa, accorpiamo i vasi nella stanza dove lasceremo alzata la tapparella per far entrare la luce. Un’alternativa può essere mettere insieme i vasi nel box doccia, creando così un microclima umido. Se annaffiamo bene e chiudiamo tutte le finestre prima di partire (perché la circolazione dell’aria fa asciugare la terra), tronchetti della felicità e altre dracaene, clivia, bilbergia, potos, aspidistra, zamioculcas, monstera, phalaenopsis, kentia e altre palme, clorofito e ficus se la caveranno per ben due settimane senza bisogno d’altro.

    Il trucco dello spago

    Tra le piante da interno che invece bevono tanto ci sono spatifillo, capelvenere e altre felci, calatee, pachyra e dieffenbachia. Per loro si può usare il trucco del filo di lana o dello spago. Ricaviamo un cordoncino lungo 30 cm, poi infiliamo una delle sue estremità nel foro di drenaggio del vaso e spingiamola bene nella terra con una penna. Quindi, mettiamo la pianta con il cordoncino sopra uno scolapasta posizionato dentro una bacinella con 5-6 cm di acqua (affinché il vaso non sia a bagno), facendo in modo che lo spago peschi nell’acqua, così l’umidità può salire dal filo per capillarità.

    Per ortensie e piccoli alberi, serve una giara

    Le piante in piena terra da qualche anno riescono di solito a superare i momenti di secco. Per le specie più bisognose d’acqua come le ortensie o per i giovani alberi, si può interrare a 40 centimetri dalla radice un’anfora di terracotta con l’imbocco a filo di terra. Quindi, si riempie la giara e la si tappa. L’umidità passerà al terreno per capillarità. È un sistema utilizzato in molti Paesi africani per le colture in ambienti semidesertici, come insegna la TKBW Banca Mondiale delle Conoscenze Tradizionali, che supporta da anni Unesco. LEGGI TUTTO

  • in

    Scuola, calano gli studenti con cittadinanza non italiana: 11mila in meno tra i banchi. Non succedeva dal 1983

    Le loro mani alzate all’appello nelle classi sono state lo scorso anno 11mila in meno: calano gli studenti con cittadinanza non italiana a scuola. Non succedeva dal 1983/1984, primo anno scolastico nel quale sono stati raccolti dati statistici attendibili. Anche se la loro presenza rimane stabile in termini percentuali perché nel frattempo diminuiscono, a causa del calo demografico, gli alunni italiani. La fotografia scattata dal Report pubblicato dal ministero all’Istruzione racconta i bambini e i ragazzi che arrivano da altri mondi o che hanno genitori stranieri. Ben 200 nazionalità che si incontrano tra i banchi: molti di loro ancora senza il diritto alla cittadinanza italiana visto che lo Ius Scholae arrivato in Parlamento è naufragato con la caduta del governo.

    Nel 2020/2021 si registra dunque una flessione: sono 865.388, l’1,3% in meno rispetto all’anno precedente. Nonostante il calo, resta però inalterata la percentuale di alunni con cittadinanza non italiana sul totale degli studenti in Italia (sono il 10,3%) poiché è diminuito, al contempo, di quasi 121 mila unità (-1,4%) anche il totale generale degli alunni.

    La flessione è nella scuola dell’infanzia  (-12.742 bambine e bambini) e nel primo ciclo (meno 8mila alunni alla primaria e meno 3.550 alle medie), mentre si registra un aumento alle superiori di oltre 13 mila ragazzi. Dunque il calo complessivo degli studenti con cittadinanza non italiana si riduce a un totale di 11.400. “Occorre fare attenzione nell’interpretare la flessione esclusivamente come un’inversione di tendenza” avverte il Rapporto. “Alcune caratteristiche di questa flessione, infatti, lasciano pensare che essa possa essere transitoria e che la pandemia, e gli effetti da essa innescati, possano aver svolto un ruolo nel calo della presenza degli studenti con cittadinanza non italiana, in particolare nella scuola dell’infanzia il calo può essere stato assecondato dal carattere non obbligatorio della frequenza scolastica nella fascia di età infantile”.

    Comunque un segnale dopo anni di crescita (il picco nel 2011, +6,4%). I tassi di scolarità sono analoghi a quelli degli studenti italiani sia nella fascia di età 6-13 anni (quasi il 100%), sia in quella 14-16 anni (94,1%), mentre nei 17-18 anni il tasso di scolarità degli studenti con cittadinanza non italiana scende al 77,4%.

    La Lombardia ne ospita il numero maggiore

    Se a livello nazionale gli alunni con cittadinanza non italiana rappresentano il 10,3% del totale della popolazione scolastica, la distribuzione territoriale è tutt’altro che omogenea. Il 65,3% degli studenti con cittadinanza non italiana risulta concentrato al Nord, seguono il Centro, con il 22,2%, e il Sud con il 12,5%. La Regione con la presenza maggiore è la Lombardia, che nello scorso anno scolastico ha ospitato 220.771 studenti con cittadinanza non italiana, oltre un quarto del totale presente nel nostro Paese (25,5%).

    L’analisi a livello di province vede prima in graduatoria Milano con 79.039 studenti, seppur con un calo di 803 unità rispetto al 2019/2020. Seguono Roma e Torino con rispettivamente 63.782 e 39.465 presenze. Le altre province con maggior numero di studenti con background migratorio sono nell’ordine: Brescia (32.747 studenti), Bergamo (25.709), Bologna (22.204), Firenze (21.921), Verona (21.078), Modena (19.075) e Padova (18.075). In rapporto alla popolazione scolastica locale, la graduatoria cambia completamente: in testa sale Prato dove gli alunni di origine migratoria rappresentano il 28,0% del totale; Piacenza (23,8%), Parma (19,7%), Cremona (19,3%), Mantova (19,1%), Asti (18,8%) e Brescia, Milano e Modena (tutte e tre con il 18,2%)

    Le seconde generazioni 

    La percentuale dei nati in Italia sul totale degli studenti di origine migratoria, nel 2020/2021, è arrivata al 66,7%, oltre un punto in più rispetto al 65,4% del 2019/2020. Cresce dunque chi è nato nel nostro Paese e non ha la cittadinanza italiana. Rilevano gli estensori del Rapporto ministeriale: “Vista la complessiva diminuzione degli studenti con cittadinanza non italiana registrata quest’anno, ancor più si evidenzia che le seconde generazioni rappresentano ormai l’unica componente in crescita della popolazione scolastica”. Ovviamente la maggior parte degli alunni è concentrata alla materna (82,7%, +0,8% rispetto all’anno prima). In Veneto gli studenti di origine migratoria nati in Italia sono il 72,3%.

    Se si guarda alla nazionalità, l’86% degli studenti di origine cinese è nato nel nostro paese. In termini di valore assoluto, l’elenco delle prime dieci cittadinanze degli studenti nati in Italia ripropone quello già noto del numero totale degli studenti con cittadinanza non italiana. Il gruppo più numeroso è quello degli studenti rumeni (106.657 oltre 4 mila in più rispetto all’anno precedente) seguito dagli studenti albanesi (83.645 diminuiti invece di oltre 3 mila unità), marocchini (79.501) e cinesi (42.441 diminuiti di 4.500 unità circa). Tuttavia, il rapporto tra gli studenti di una data cittadinanza nati in Italia e il corrispondente totale con la stessa cittadinanza, prospetta una diversa graduatoria, contonua il Rapporto: spicca il dato della comunità cinese (42.441 su 49.354), seguono le seconde generazioni di cittadinanza marocchina e albanese pari rispettivamente al 75,7% e al 74,9% del totale degli studenti di stessa nazionalità. Quarti in graduatoria, gli studenti filippini nati in Italia che rappresentano il 72,6% del totale dei connazionali.

    Variazione degli alunni tra gli AA.SS. 2019/2020 e 2020/2021 per cittadinanza e Stato di nascita  LEGGI TUTTO

  • in

    L'acqua è il petrolio dell'Italia, ma non sfruttiamo le falde sotterranee

    “Al momento non c’è una emergenza siccità nell’Italia meridionale. Ci sono piccole crisi molto localizzate, nel basso Lazio e in Calabria, ma niente che possa indurci a dichiarare lo stato di emergenza. Anche perché l’Italia è ricchissima di acqua sotterranea, è il nostro vero tesoro. Peccato che lo Stato non faccia abbastanza per valorizzarlo”. Vera Corbelli è il Segretario Generale del Distretto idrografico dell’Appennino Meridionale: geologa di formazione (“Ma mi considero un ingegnere mancato…) è la massima autorità in fatto di risorse idriche per il tratto di Penisola che va da Roma a Reggio Calabria. Il suo Distretto (uno dei sette in cui è suddivisa l’Italia da quando la direttiva europea del 2000 ha imposto di accorpare le Autorità di bacino in entità più ampie) vigila sull’acqua del Meridione. “Dobbiamo garantire la qualità e la quantità della risorsa idrica per cittadini, aziende agricole e imprese. Ma anche vigilare sui danni che l’acqua può fare a persone e infrastrutture: ci occupiamo di alluvioni, dissesto idrogeologico, erosione costiera… Perché è un bene preziosissimo da tutelare, ma può anche trasformarsi in una minaccia. Per fare tutto questo ho a disposizione 170 tecnici”.

    Dottoressa Corbelli, ma davvero il territorio che le compete (Campania, Molise, Basilicata, Puglia, Calabria, l’Abruzzo meridionale e il Lazio meridionale) non stanno risentendo del grande caldo e della siccità di questi ultimi mesi?”Abbiamo un organismo, l’Osservatorio risorse idriche, che mette intorno a un tavolo tutti i soggetti interessati, dalle istituzioni all’Enel ai consorzi di bonifica, per tenere sotto controllo l’uso dell’acqua e le eventuali criticità. Se ce ne sono, invia degli alert e invita a mettere in atto le opportune contromisure. A quel punto scattano i tavoli tecnici operativi, con tutti gli enti che gestiscono l’acqua e insieme si decide che manovra fare. Ebbene, l’ultimo Osservatorio si è riunito venti giorni fa e non ha evidenziato alcuna situazione di emergenza nel territorio di nostra competenza”.

    L’intervista

    “Invasi sotterranei e altre strategie, una lotta antispreco per salvare l’acqua che abbiamo”

    di

    Luca Fraioli

    30 Giugno 2022

    Diceva però di piccole crisi locali…”È vero. Non abbiamo le difficoltà che in questo momento si stanno vivendo nel Nord Italia, ma situazioni particolari sì: nel Lazio ma anche nel Crotonese, e c’à una criticità puntuale nella zona di Chieti. Però sono fatti locali, dovuti soprattutto a un deficit di infrastrutture più che di acqua”.  

    Vuol dire che l’acqua c’è ma non sappiamo portarla dove serve?”È così. Sappiamo che in alcune zone d’Italia le perdite degli acquedotti oscillano tra il 40 e il 70%”. 

    Eppure si direbbe che l’acqua, indipendentemente dagli acquedotti-colabrodo, cominci a scarseggiare anche per i cambiamenti climatici.”È chiaro che se le precipitazioni dovessero continuare a diminuire, le scorte idriche dell’Italia potrebbero soffrirne. Ma al momento il nostro Paese è ricchissimo di acqua: è il nostro petrolio. Non mi riferisco a quella dei laghi o dei fiumi, alle acque superficiali, ma a quelle sotterranee. E al momento non ci risulta che le falde sotterranee siano in sofferenza, nonostante la diminuzione delle precipitazioni”.

    L’emergenza idrica

    Il Po e gli altri fiumi che spariscono: la siccità vista dai satelliti

    di

    Matteo Marini

    04 Luglio 2022

    Ma utilizziamo bene questa grande ricchezza?”Assolutamente no. Proprio perché le acque sotterranee sono il nostro tesoro, andrebbero tutelate e monitorate molto meglio di quanto di faccia oggi. Per farlo ci vogliono pozzi di sondaggio e vanno controllate tutte le sorgenti. Senza questo monitoraggio non si può parlare di sostenibilità, perché non possiamo sapere in che condizioni stanno le falde, qual è il loro tasso di rimpinguamento e per quanti anni ci assicurano l’acqua. Dell’acqua bisognerebbe occuparsi sempre e non solo nei momenti d’emergenza. Lo Stato riserva poche risorse al monitoraggio dell’acqua, è un grave problema perché non tutela un bene primario per la società e per i territori”.

    Siccità

    Il paradosso dell’Italia a secco: ricca di acque ma povera di infrastrutture

    di

    Cristina Nadotti

    22 Giugno 2022

    Con quali conseguenze?”Beh il Meridione avrebbe bisogno di 670 milioni di metri cubi annui in più, per garantire l’acqua nei vari usi”. 

    Come si rimedia a questo deficit storico?”Appunto utilizzando in modo sostenibile le acque sotterranee. Ma anche intervenendo su infrastrutture già esistenti. Io, per esempio, sono stata nominata commissario per l’efficientamento delle otto dighe lucane che garantiscono acqua alla Puglia, la grande assetata tra le sette Regioni del mio Distretto. Ebbene, anche grazie ai fondi del Pnrr, entro il 2026 realizzeremo gli interventi necessari e recupereremo oltre 300 milioni di metri cubi all’anno, il 50% dell’acqua che manca al Mezzogiorno”.

    Finanza

    Cosa hanno a che fare i mutui con la siccità? Il clima mette alla prova le banche

    di

    Vittorio Da Rold

    20 Luglio 2022

    Questi sono interventi strutturali. Quando c’è invece una emergenza, una carenza d’acqua dovuta alle siccità per esempio, è comunque l’Autorità distrettuale a decidere come agire? Quali rubinetti aprire e quali chiudere?”La legge individua tre organi. La Conferenza istituzionale permanente, formata da alcuni ministri competenti (Mite, Mims, Mipaf, Mic), dalla Protezione Civile) e dai presidenti delle sette Regioni del Distretto. Poi c’è un Comitato tecnico che rappresenta queste istituzioni. Infine il Segretario generale del Distretto che, seguendo le indicazioni della Conferenza istituzionale, attua le misure sul territorio. Quindi sì: decido io, ma di concerto con tutti gli attori coinvolti nella gestione delle risorse idriche”. 

    In California e nel Regno Unito, in tempo di ondate di calore, si vieta di usare l’acqua per irrigare i giardini. Se fosse necessario in Italia sarebbero le Autorità Distrettuali a deciderlo?”L’Osservatorio risorse idriche di ogni Distretto dà anche indicazioni di questo tipo, ma poi sono le istituzioni locali, i Comuni o le Regioni, a doverle implementare. Si tratta soprattutto di insegnare ai cittadini un corretto uso della risorsa idrica. È scandaloso che si usi ancora l’acqua sorgiva che dalle montagne è stata fatta viaggiare per centinaia di chilometri per poi lavare l’automobile, o per lo sciacquone. La legge 36 del 1994 aveva previsto le reti duali: l’acqua buona per bere, quella meno buona per gli altri servizi. Purtroppo non è stata mai messa in pratica”. LEGGI TUTTO

  • in

    “Troppe concessioni, in Italia sempre meno spiagge libere”

    Ci sono troppi arenili in concessione, Legambiente chiede “una legge nazionale per garantire il diritto alla libera e gratuita fruizione delle spiagge e un quadro di regole certe che premino sostenibilità ambientale, innovazione e qualità”. L’associazione fa il punto sulla situazione nel nuovo rapporto “Spiagge 2022”, diffuso oggi a pochi giorni dall’approvazione del Ddl concorrenza, che “pone finalmente fine alla proroga infinita alle concessioni balneari fissando l’obbligo di messa a gara dal primo gennaio 2024, così come deciso dalla sentenza del Consiglio di Stato”. Il rapporto contiene inoltre  cinque proposte per garantire una gestione delle coste attenta alle questioni ambientali.

    Secondo Legambiente “è sempre più difficile trovare una spiaggia libera dove prendere il sole” a causa della crescita in questi anni delle concessioni balneari che toccano quota 12.166, dell’aumento dell’erosione costiera che riguarda circa il 46% delle coste sabbiose, con i tratti di litorale soggetti ad erosione triplicati dal 1970, e del problema dell’inquinamento delle acque che riguarda il 7,2% della costa sabbiosa interdetto alla balneazione per ragioni di inquinamento.

    Tutorial

    Una giornata sostenibile al mare: come comportarsi in spiaggia

    di

    Alice Possidente

    09 Luglio 2022

    Secondo il rapporto rimangono alcuni nodi da risolvere subito, come quello della scarsa trasparenza sulle concessioni balneari, i canoni per buona parte ancora irrisori, la non completezza dei dati sulle aree demaniali e soprattutto l’assenza di un regolare e affidabile censimento delle concessioni balneari ed in generale di quelle sul Demanio marittimo. Quest’ultimo punto emerge chiaramente dal rapporto: il dato sui canoni di concessioni è fermo al 2021. Parliamo di 12.166 concessioni per stabilimenti balneari, secondo i dati del monitoraggio del Sistema informativo demanio marittimo (S.I.D.), effettuato a maggio 2021.

    Le Regioni con più stabilimenti balneari

    In alcune Regioni troviamo dei veri e propri record a livello europeo, come in Liguria, Emilia-Romagna e Campania, dove quasi il 70% delle spiagge è occupato da stabilimenti balneari. Nel Comune di Gatteo, in Provincia di Forlì e Cesena, tutte le spiagge sono in concessione, ma anche a Pietrasanta (LU), Camaiore (LU), Montignoso (MS), Laigueglia (SV) e Diano Marina (IM) siamo sopra il 90% e rimangono liberi solo pochi metri spesso in prossimità degli scoli di torrenti in aree degradate.

    Le proposte per garantire la sostenibilità ambientale

    Seppure l’approvazione del Ddl concorrenza abbia portato un’importante novità, per l’associazione ambientalista sono ancora molti gli ostacoli da superare per garantire una gestione delle coste attenta alle questioni ambientali. Per questo Legambiente ha elaborato un pacchetto di cinque proposte, “affinché nella prossima legislatura si arrivi ad avere finalmente una legge nazionale per garantire il diritto alla libera e gratuita fruizione delle spiagge e allo stesso tempo un quadro di regole di regole certe che premino sostenibilità ambientale, innovazione e qualità. I cinque cardini sono i seguenti.

    Garantire il diritto alla libera e gratuita fruizione delle spiagge
    Premiare la qualità dell’offerta nelle spiagge in concessione
    Ristabilire la legalità e fermare il cemento sulle spiagge
    Definire una strategia nazionale contro erosione e inquinamento e una per l’adattamento dei litorali al cambiamento climatico
    Far sì che i decreti attuativi del Decreto Concorrenza contengano procedure di affidamento delle concessioni trasparenti.

    L’anomalia italiana

    “In Italia – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – non esiste una norma nazionale che stabilisca una percentuale massima di spiagge che si possono dare in concessione. Un’anomalia tutta italiana a cui occorre porre rimedio. L’errore della discussione politica di questi anni sta nel fatto che si è concentrata tutta l’attenzione intorno alla Direttiva Bolkestein, finendo per coprire tutte le questioni, senza distinguere tra bravi imprenditori e non, e senza guardare a come innovare e riqualificare. È un peccato che non si sia riusciti a definire le nuove regole in questa legislatura, in modo da togliere il tema dalla campagna elettorale. Occorre, infatti, dare seguito alle innumerevoli sentenze nazionali ed europee, altrimenti si arriverà presto a multe per il nostro Paese per violazione delle direttive comunitarie e, a questo punto, anche di una legge nazionale che stabilisce di affidarle tramite procedure ad evidenza pubblica a partire dal primo gennaio 2024”.

    La guida blu

    Dov’è il mare più bello e sostenibile? La classifica delle migliori spiagge italiane

    di

    Giacomo Talignani

    24 Giugno 2022

    Il problema dei canoni e la mancanza di dati

    Nel report, Legambiente ricorda che tra i nervi scoperti c’è anche la scarsa trasparenza dei canoni pagati per le concessioni e la non completezza dei dati sulle aree che appartengono al demanio dello Stato. Grazie però alla relazione della Corte dei Conti “La gestione delle entrate derivanti dai beni demaniali marittimi” si scoprono alcune cifre importanti. Per il 2020 le previsioni definitive sull’ammontare dei canoni parlano di 104,8 milioni di euro in totale in Italia, ma di una cifra accertata di 94,8 milioni, di cui 92,5 milioni riscossi. Si tratta di un decremento del 12% rispetto al 2019, in parte, secondo la relazione, “da ascriversi alla situazione straordinaria generatasi dall’emergenza epidemiologica da Covid-19 e dai conseguenti numerosi provvedimenti normativi emanati per fronteggiarla”. I dati della media 2016-2020 parlano di entrate accertate per 103,9 milioni di euro annui, con 97,5 milioni riscossi. A vedere questi numeri, senza confronto rispetto al giro d’affari del settore, sembra quasi che allo Stato non interessino i canoni delle spiagge.

    Estate green

    Le spiagge più belle secondo Mariasole Bianco e 5 regole per rispettarle

    di

    Cristina Nadotti

    12 Luglio 2022

    “Parlare di spiagge significa anche parlare di sostenibilità ambientale – spiega Sebastiano Venneri, responsabile territorio e innovazione di Legambiente – Occorre accelerare nella direzione della qualità e sostenibilità ambientale, replicando quelle esperienze virtuose e green messe in campo già da molti lidi e apprezzate sempre più dai cittadini che cercano qualità e rispetto dell’ambiente. A questo riguardo la Prassi UNI, nata dal lavoro di Legambiente insieme alle principali categorie di balneari, è un’esperienza preziosa e unica che definisce i criteri dei lidi sostenibili e accessibili e che spinge proprio in questa direzione. In più dal 2022 all’interno del Fondo previsto dalla Legge di Bilancio destinato alla realizzazione di interventi per l’accessibilità all’offerta turistica delle persone con disabilità, sono previsti finanziamenti per chi decide di accedere alla prassi UNI codificata grazie a Legambiente”.

    Le buone pratiche e le gestioni green

    Nel report “Spiagge 2022” si segnalano le buone pratiche contro l’erosione costiera per la gestione dei litorali e poi alcune storie di stabilimenti che puntano su un’offerta green e di qualità. Per citarne alcune, si va dalla Sardegna con il riforestamento della Posidonia nel Golfo degli Aranci al Piano Comunale delle Coste di Lecce che prevede tra i vari aspetti il monitoraggio permanente dell’erosione costiera, la protezione e ricostruzione dei cordoni dunali, la trasformazione degli edifici degradati in strutture leggere in armonia con il paesaggio. Da Rimini arriva l’esempio del progetto “Parco del Mare” (parte del più ampio progetto Rimini Venture 2.0) che si pone come obiettivo quello di rigenerare i 16 km costieri creando un corridoio ambientale e funzionale, dedicato al fitness, alla qualità della vita, alla alimentazione sana.

    In Veneto l’Associazione Unionmare Veneto, fra gli operatori balneari, ha avviato da tempo percorsi virtuosi che interessano le spiagge di Bibione, Jesolo, Caorle, Venezia, Eraclea, Sottomarina e Rosolina. I progetti sono i più vari, dalla prima spiaggia smoke-free (quella di Bibione) che ha fatto da esempio per tante altre realtà in giro per l’Italia, alla Spiaggia di Nemo, un riferimento per tutti coloro che lavorano sui temi dell’accessibilità, al progetto Sentinelle del Mare, in collaborazione con biologi marini che monitorano la situazione della biodiversità, al riutilizzo del legname degli schianti della tempesta Vaia per la realizzazione degli stabilimenti stessi. Inclusività è la parola chiave della Terrazza “Tutti al mare!” di San Foca, nel comune di Melendugno in Salento, è una spiaggia accessibile per persone con gravi patologie neuromotorie di San Foca. L’iniziativa, nata nel 2015, è parte del progetto “Io Posso” di Gaetano Fuso, poliziotto salentino, colpito nel 2014 dalla Sclerosi Laterale Amiotrofica. LEGGI TUTTO