20 Giugno 2022

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    Maturità d'autore, i consigli dei romanzieri per vincere la paura della pagina bianca

    Entrare nel campo della scrittura – mi ha detto qualche mese fa, molto lucidamente, un ragazzo “maturando” – significa entrare in un territorio umano. Interiore, intimo. Gli ho chiesto se è un passo che fa paura. Ha risposto: la società sembra volerti spingere altrove. La stagione in corso non ti mette sul binario giusto per scrivere, ti mette su altri binari, dove si corre veloci e di parole ne bastano poche, pochissime. Quasi nessuna. Non lo dico io, l’ha detto lui. E i suoi compagni fanno sì con la testa. Molti di loro avrebbero preferito evitare il ritorno delle prove scritte. Anche la prima, anche il tema? Sì, anche il tema. Scrivere fa paura perché richiede esattezza. Fa paura perché richiede ordine nella testa. Il caos dei pensieri non aiuta. Scrivere fa paura perché fissa le parole, non ti permette di cambiarle. O almeno questa è l’impressione.

    “Scrivere come correre dall’amore”

    Ma non bisogna farsi prendere in ostaggio dall’ansia, nemmeno stanotte, quando – con gli occhi sgranati verso il soffitto – a un certo punto può arrivare quel po’ di sudore freddo. La confidenza con la scrittura è un’ottima alleata nella vita adulta. Ma il rischio che corrono in molti è quello di scrivere per l’ultima volta proprio domattina. E poi? Poi qualche post sui social, mezza mail smozzicata, poi niente. È un peccato. In ogni caso, qui i maturandi del 2022 troveranno qualche consiglio pratico. L’ho chiesto a chi, come me, ha scelto di scrivere per mestiere. Mi sarebbe piaciuto, nella mia notte prima degli esami, essere incoraggiato da scrittori e scrittrici. Alla prima che ho conosciuto, presente anche in questa pagina, chiesi con quale stato d’animo bisognasse mettersi alla prova delle parole. Scrivere, mi rispose, è come correre da un innamorato. Una questione di slancio, e di fiducia.

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    Eraldo Affinati

    Un esercizio da ripetere anche dopo il diploma

    “Sappiamo che all’esame di Stato quest’anno c’è il ritorno alle due prove scritte, e questo suscita in alcuni di voi un po’ di timore. Tuttavia, sapete bene che i docenti che correggeranno i vostri elaborati vi conoscono già e questo dovrebbe appianare un po’ le tensioni. Del resto, saper scrivere in modo corretto significa organizzare il pensiero, strutturarlo, quindi io ad esempio quando devo sapere cosa penso di un determinato argomento preferisco prima scrivere, poi parlare. Vi consiglio per questo di non abbandonare la pratica della scrittura anche dopo gli esami, continuate ad esercitarvi, ad esempio nel prendere appunti, sia se andrete all’università, sia se vi troverete subito nel mondo del lavoro. Di fronte alle sette tracce scegliete quella a voi più congeniale, seguite la vostra sensibilità, il vostro carattere e magari al colloquio cercate di richiamare lo scritto facendo collegamenti. E non abbiate timore di sbagliare perché l’esistenza non è mai perfetta, e se lo fosse sarebbe molto triste”.

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    Daria Bignardi

    Scegliete un argomento che c’entra qualcosa con voi

    “Per prima cosa scegliete la traccia che vi riguarda. Anche se non capite cos’è, è una sensazione fisica: in quella traccia c’è qualcosa che ha a che fare con me. Io alla maturità scelsi il tema su Foscolo, I Sepolcri, e poi vent’anni dopo esordii col primo romanzo con Non vi lascerò orfani, una frase che lessi su una lapide del cimitero monumentale di Milano. Quando qualcosa ci riguarda anche in maniera misteriosa abbiamo di più da dire, qualcosa di più profondo. Poi partiamo e tiriamo fuori tutto, spremiamo tutto quello che abbiamo da dire su quell’argomento. Poi è molto importante rileggere, magari mentalmente come se stessimo leggendo a qualcuno che ci ascolta, e tutto quello che non ci suona – un aggettivo, un passaggio, una frase – lo cambiamo o lo togliamo, se non troviamo un altro modo di dire la stessa cosa. E poi dobbiamo cercare di scrivere in maniera semplice, diretta, come se parlassimo con qualcuno dal quale ci teniamo a farci capire. È importante trovare la frequenza: rilassata, sincera, onesta”.

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    Giuseppe Catozzella

    Cercate le contraddizioni e soprattutto divertitevi

    “Primo. Cercate di mettervi nella disposizione d’animo del divertimento, la scrittura fa venire fuori cose che non sospettavamo di avere dentro quindi mettetevi nella disposizione d’animo di sorprendere voi stessi. Secondo. Leggete attentamente le tracce, almeno due volte, e scegliete quella che già dalla prima lettura ha smosso qualcosa dentro di voi. Terzo. Sia che scegliate un registro più rigoroso e scientifico, sia che scegliate un registro più personale, vedete sempre la scrittura come un rapporto tra voi e voi stessi. Non evitate quindi le contraddizioni, anzi cercate il dubbio e la contraddizione. Quarto. Non abbiate paura di sbagliare: se avete optato per un approccio alla scrittura come rapporto tra voi e voi stessi, non potete sbagliare. Certo, tenetevi alla larga da cose di cui non sapete niente, o sapete poco. Quinto. Siate il più trasparenti, onesti e autentici possibile, non avanzate con il freno a mano tirato. In ultimo e di nuovo, divertitevi”.

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    Maurizio de Giovanni

    Raccontate come a un amico, liberi e senza diaframmi

    “Volevo dire ai ragazzi e alle ragazze che domani saranno impegnati nella prima prova scritta che la pagina bianca non esiste. Semplicemente perché la pagina bianca è soltanto il posto dove mettere i propri pensieri. Questi pensieri possono essere bloccati dai diaframmi che ci inventiamo noi stessi, quando pensiamo a chi ci ascolterà, a chi ci leggerà. Ragazzi, nessuno fra quelli che vi ascolteranno o vi leggeranno è necessariamente migliore di voi. Voi avete i vostri pensieri, le vostre opinioni, soprattutto avete le vostre storie. Raccontatele liberamente, raccontatele con le stesse parole che usereste per raccontarle a voi stessi, con le stesse parole che usereste per raccontarle alle persone che vi sono care, ai vostri amici, al vostro ragazzo, alla vostra ragazza, oppure ai vostri genitori. Raccontate liberamente, senza alcun diaframma. E in bocca al lupo!”.

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    Dacia Maraini

    Scrivere è un fatto carnale e deve procurare piacere

    “Mi dicono che avete paura di scrivere. E lo capisco, perché anche il primo bacio fa paura. Ma quando scoprirete che il bacio è una cosa dolcissima, tenera, gentile, non avrete più paura. Perché parlo di bacio? Perché la scrittura è un fatto carnale, che deve procurare piacere. Il piacere di esprimersi, di rivolgersi a un’altra persona, diaffidargli il proprio pensiero, le proprie ansie, le proprie parole. Scrivere vuol dire giocare, correre, saltare e anche se il gioco può mettere timore perché è fatto di regole, sì anche la scrittura è fatta di regole, ma vanno affrontate con l’allegria con cui si prende un pallone e lo si lancia in aria. Provate a respirare profondamente e buttatevi sul foglio. O sul computer, come vi buttereste in un gioco affascinante e vi troverete a sorridere delle vostre antiche paure”.

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    Andrea Marcolongo

    La parte più difficile è pensare, il resto un gesto della mano

    “La paura di scrivere è qualcosa che conosco molto bene, avendo fatto della scrittura il mio mestiere. Ed è qualcosa che sto vivendo anch’io, non perché mi attende la maturità ma l’inizio di un nuovo libro. Una volta, un velista mi raccontava la differenza tra paura e terrore: la paura è l’istinto dell’essere umano davanti a qualcosa di grande che accade, e in qualche modo è motore dell’azione, della concentrazione, e appunto di una reazione, di quella resistenza che poi è l’ostinazione. Il terrore invece è la confusione in cui il caos ti paralizza, perché ti impedisce di pensare. Vi auguro di avere una certa dose di sana paura, e poco terrore, anche perché la scrittura è qualcosa che accade innanzitutto con la testa. Se penso ai miei temi al liceo, o alla mia scrittura oggi, trovo che scrivere, ovvero scegliere le parole, sia semplice, un gioco da ragazzi. La parte più difficile, la più importante è quando i libri si pensano, ancora prima di scriverli. Dante questo lo diceva molto bene: la scrittura è proprio il gesto della mano che rincorre le parole pensate nella nostra testa”.

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    Rossella Postorino

    Il foglio permette di fingere, ma anche di svelare chi siamo

    “Molti miei compagni di classe avevano paura dei temi e in generale dei compiti scritti. Io devo dire che il giorno della prima prova all’esame di maturità ero terrorizzata perché pensavo che da quel tema dipendesse tutta la mia vita futura. Però in generale amavo molto le prove scritte, in particolare i temi. Mi sembrava che lo scritto mi desse la possibilità di riflessione, di meditazione, mi desse un tempo che in qualche modo mi proteggeva dall’immediatezza della performance vis-à-vis, della risposta all’interrogazione orale. Mi dava la possibilità di fingere, ero convinta di poter fingere, attraverso la parola scritta, di saperne di più di quanto in realtà non ne sapessi. E poi c’era però da un lato dentro lo scritto la possibilità di nascondermi, di sentirmi protetta, e insieme la possibilità di venire fuori, di rivelarmi, perché il tema in qualche modo pretendeva che la mia visione, il mio sguardo, emergessero. E questa cosa mi faceva sentire che non era importante solo quello che sapevo, ma in fondo anche chi ero”.

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    Lidia Ravera

    Le parole come tesori nascosti in fondo alla memoria

    “Io lo so perché avete paura di scrivere: perché le parole scritte restano a testimoniare chi siete, cosa avete pensato, o raccontato. E allora dovete andare a cercarle, una per una. Sotto sotto pensate che le parole, quando vanno sul foglio, o sullo schermo, diventano inamovibili, come scolpite nella pietra. Non è così. Quando scrivete le parole si posano un attimo sul foglio o sullo schermo, ma possono volare via, proprio come le parole orali. Le parole scritte stanno nascoste come tesori sul fondo della memoria, nelle pagine dei libri, in certi territori dell’inconscio che non sapete nemmeno di poter attraversare… Stanarle è difficile, ma se ce la fate avete aggiunto un pezzo di paradiso al vostro progetto di vita, perché siete riusciti a esprimervi, anziché limitarvi a comunicare. E a evocare, invece che a descrivere. Se cominciare a scrivere vi fa fatica, provate a parlare, e a scrivere quello che state dicendo. Scrivete sotto dettatura, come alle elementari. Scrivete di nascosto da voi stessi. Con leggerezza. Con incoscienza”.

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    Igiaba Scego

    Mettete l’anima in ogni lettera, così il testo avrà il suo profumo

    “La scrittura è tante cose: è la grammatica, la calligrafia, lo stile con cui scriviamo una cosa ma è soprattutto il cuore. È soprattutto l’anima che mettiamo in ogni parola e in ogni lettera che arriva sulla carta. Ricordo che alla mia maturità ho scelto il tema di attualità, era un azzardo perché devi scrivere quasi un reportage, una scrittura molto veloce e intensa. Ho seguito però la mia anima, la mia esperienza personale, perché poi è di esperienze che siamo fatti tutti. Ho cercato di miscelare tutto quello che mi avevano insegnato a qualcosa di mio, in inglese di potrebbe dire flavor, no? Un gusto personale, una sorta di aroma, perché la scrittura ha un suono, possiamo leggerla ad alta voce, ma ha anche un odore personale, l’aroma emanato dalle parole. Il consiglio che vi do è di non avere paura delle parole, di usarle tutte, anche quelle che usate quotidianamente con gli amici, ma in modo che tutto sia funzionale a qualcosa che sentite davvero, a un’urgenza che avete davvero”.

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    Nadia Terranova

    Abbracciate l’inquietudine e trasformatela in emozione

    “Cari ragazzi, la paura di scrivere non finisce mai. Anzi, forse quella che state per affrontare, se farete gli scrittori, sarà sicuramente la prima di una serie lunga, lunghissima, infinita di paure. Ma anche se deciderete di fare un altro mestiere, ogni volta che vi ritroverete un foglio vuoto davanti, da riempire con la penna oppure con la tastiera del computer, la paura sarà sempre lì. Io non conosco un altro modo di affrontarla che non sia inglobarla. Quella paura non va superata, non va messa da parte, va messa dentro la pagina, va trasformata in emozione, in qualcosa che fa capire quanta tensione, quanta presenza c’è in ciò che scrivete. La paura poi alla fine è quello che rende vivo un testo. La paura di non arrivare alla fine. La paura di scegliere la parola giusta. La paura di scrivere qualcosa che abbia senso e che corrisponda a ciò che sentiamo. Abbracciatela, questa paura, non mettetela di lato”.

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    Sostenibilità, dalla produzione di carni bovine un esempio virtuoso di filiera integrata ed economia circolare

    Lotta al cambiamento climatico e alla povertà, modelli di produzione e consumo responsabili, energia pulita e accessibile, uso consapevole delle risorse naturali sono soltanto alcuni dei 17 obiettivi definiti dall’Onu nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, fondato sull’integrazione e sul giusto equilibrio tra tre diverse dimensioni: ambientale, economica e sociale. Il loro conseguimento rappresenta una sfida che unisce Stati, istituzioni, aziende, società e privati cittadini. Contrariamente ai luoghi comuni e alle false convinzioni ancora molto diffuse, uno dei migliori esempi possibili di economia circolare, considerata tra le soluzioni più efficaci per la salvaguardia del pianeta, arriva dalla filiera bovina italiana, nella quale nessuna componente costituisce un mero scarto.

     La filiera del bovino: un esempio virtuoso di economia circolare  LEGGI TUTTO

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    Siccità, cicloni, salinizzazione delle acque dolci, innalzamento del livello del mare, conflitti scatenati per il controllo delle risorse idriche. I cambiamenti climatici stanno costringendo ogni anno milioni di persone ad abbandonare le proprie case a causa di una catastrofe di natura ambientale. Individui, famiglie e perfino intere popolazioni costrette o spinte all’emigrazione. A dichiararlo in occasione della Giornata del rifugiato che si celebra il 20 giugno è l’Unhcr, lagenzia delle Nazione Unite specializzata nella gestione dei rifugiati, che dice chiaramente: “L’incredibile cifra di 100 milioni di persone è stata costretta a fuggire dalle proprie case in tutto il mondo”. Le cause principali? L’insicurezza alimentare mondiale, la crisi climatica, la guerra in Ucraina oltre alle emergenze dall’Africa all’Afghanistan.

    L’intervista

    I rifugiati climatici che non vogliamo vedere. “È l’Apartheid globale”

    di

    Matteo Marini

    20 Giugno 2022

    Le migrazioni ambientali sono un fenomeno estremamente complesso e le varie tipologie di disastri naturali hanno effetti diversi sulla mobilità. Acuni fenomeni causati dal cambiamento climatico (alluvioni, siccità ed eventi meteorologici estremi) sono immediati e scatenano di conseguenza reazioni migratorie immediate. Altri invece sono lenti e possono influenzare la mobilità umana anche a distanza di decenni o secoli, come nel caso dell’erosione delle coste, dell’innalzamento del livello del mare, dello scioglimento dei ghiacciai e della desertificazione.

    E se una persona su 78 sulla Terra è sfollata, con un aumento dell’8% rispetto al 2020 e ben più del doppio rispetto a 10 anni fa, come afferma l’Unhcr nel 2020 gli sfollati climatici costituivano il 75,8% di tutti i migranti a livello globale. Persone che scappano soprattutto dopo le conseguenze dovute a un disastro naturale e che per la maggior parte si spostano da una regione all’altra, senza oltrepassare i confini.

    Alluvione, causa principale di migrazione ambientale

    A questo proposito, ad aver causato il numero maggiore di sfollati è l’alluvione. Tra il 2008 e il 2020, le alluvioni hanno infatti generato oltre 156 milioni di migranti interni. Seguono le tempeste (119,2 milioni) e i terremoti (33,5 milioni). Stando all’ultimo Global Report on Internal Displacement dell’Internal Displacement Monitoring Centre, in tutto nel mondo ci sono circa 40,8 milioni di sfollati interni la maggior parte dei quali si sono spostati per cause ambientali: sarebbero oltre 203 milioni di sfollati interni collegati a cause ambientali negli ultimi 8 anni.

    Biodiversità

    Con il cambiamento climatico la siccità rischia di diventare una piaga globale

    17 Giugno 2022

    Rifugiati e questione ambientale

    Il fenomeno era già stato individuato anni fa. Nel 1993, l’Unhcr aveva identificato il degrado ambientale tra le quattro principali cause di emigrazione, insieme a instabilità politica, tensioni economiche e conflitti etnici. Nel 2001, secondo il World Disasters Report, il numero di profughi ambientali aveva superato il numero degli sfollati prodotti dai conflitti armati. “Le conseguenze sociali dei processi ambientali sono una delle più grandi sfide che la comunità internazionale dovrà affrontare nei prossimi anni” ed era 21 anni fa. Oggi sempre secondo l’Unhcr entro il 2050 sul Pianeta ci saranno fino a 250 milioni di profughi ambientali in movimento.

    L’appello

    Gli scienziati al Papa: “È l’oceano a sfamare la Terra, proteggiamolo”

    di

    Fiammetta Cupellaro

    08 Giugno 2022

    Le conseguenze del conflitto

    Isolare il fattore ambientale da altri elementi delle migrazioni è molto complicato: va a interagire con altri fattori socio economici, politici e culturali. I cambiamenti ambientali influenzano tutti questi fattori in vario modo. Lo dimostra quello che sta accadendo nel mondo. “La cifra di 100 milioni di sfollati – sottolinea l’Unhcr – è stata raggiunta a maggio, 10 settimane da quando l’invasione russa dell’Ucraina ha provocato una carenza globale di cereali e fertilizzanti da parte di questi principali esportatori”. I soli ucraini in fuga dalla guerra sarebbero, stando alle cifre comunicate dall’Alto commissario Filippo Grandi, due milioni (quasi il 5% dei 44 milioni di abitanti del Paese). Ma le conseguenze del conflitto tracimano ben oltre i confini del Paese aggredito. L’anno scorso l’Ucraina è stato il quinto Paese esportatore di grano, la Russia il primo, per non parlare degli altri cereali impiegati principalmente per l’allevamento. Tra i Paesi più minacciati dallo stop alla fornitura di cereali ucraini i più vulnerabili al momento sembrerebbero essere quelli Africani. Una vulnerabilità che si tradurrà quasi certamente in un aumento delle migrazioni. LEGGI TUTTO

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    Il Nord del mondo, l’Occidente, allontana il diverso mentre accoglie il “simile”. Ne fanno le spese le nazioni più povere. Ma alle ondate di migranti “economici” si stanno aggiungendo i rifugiati climatici, in fuga dalle terre bruciate dalla siccità o devastate dalle alluvioni causate dal climate change, di cui è responsabile proprio quel mondo ricco che costruisce muri. Quelli dei cambiamenti climatici sono effetti “simili a una guerra” secondo Savo Heleta, 43 anni, bosniaco, analista e docente di International Education all’università sudafricana di Durban, che ha vissuto sulla propria pelle la condizione di sfollato durante il conflitto nell’ex Jugoslavia. Al We Make Future festival di Rimini è arrivato per raccontare delle sue ricerche, che si concentrano sulle ineguaglianze nel Sud del mondo e sulle ricostruzioni post belliche. Definisce tutto questo “un nuovo Apartheid su scala globale”.

    Giornata mondiale del rifugiato

    Nel mondo una persona su 78 è sfollata: 3 su 4 scappano per i cambiamenti climatici

    di

    Fiammetta Cupellaro

    20 Giugno 2022

    Professor Heleta, è venuto a Rimini a parlare di climate change e di una “nuova cittadinanza globale”. Cosa intende?”È un termine che sentiamo molto nell’educazione superiore, nelle università. Ne parla anche l’Unesco. La global citizenship è un’idea nobile, ma ha molti problemi. Il mondo non è piatto, è un posto molto complicato, ingiusto e iniquo. Viene dall’idea cosmopolita che è molto euroamericano-centrica: per essere considerata un cittadino globale, una persona deve essere in grado di fare esperienza del mondo. E molte persone, specificamente del Sud globale, Africa, Medio Oriente, Sudest Asiatico e da molte parti dell’America latina, non possono farlo. Lo chiamiamo privilegio del passaporto, chi ha il passaporto europeo o americano non ha problemi. Se vieni da molti Paesi del Sud invece devi programmare molti mesi in anticipo, ottenere visti, in molti casi senza ottenerli. Anche studiosi che oggi sono qui non potrebbero avere un visto per andare a parlare in Australia o negli Stati Uniti, per fare il loro lavoro, un lavoro importante per il mondo. Ma per la maggioranza delle persone il mondo non è aperto”. 

    Lo vediamo anche nell’accoglienza ai migranti.”Ogni volta che vediamo una crisi di rifugiati, se interessa persone dalla pelle bianca, cristiani, i confini si aprono immediatamente. Come in Ucraina adesso”. 

    Lei ha vissuto la guerra in Bosnia quando era un ragazzo. Era tra gli sfollati?”Ero uno sfollato interno, non all’estero. Vivevo a Goražde, uno dei posti più difficili. Una città sotto assedio. Abbiamo perso tutto e non siamo più tornati dove abitavamo. Quando parlo di rifugiati, so di cosa parlo. Nello stesso periodo in cui il mondo aiutava noi, in Rwanda lasciava che avvenisse un genocidio: tra 600 mila e un milione di persone uccise in appena tre mesi. Perché noi sì e loro no? Che ne è degli altri, che non sono bianchi? Qualcuno è visto come un essere umano, altri no. Non smetterò mai di parlare e lottare contro questa mentalità”. 

    Cosa ha a che fare tutto questo col climate change?”A tutto questo si aggiungono i cambiamenti climatici. In un rapporto dell’Ipcc si parla di chi lo ha causato. L’uomo, certo, ma con differenze: gli Usa hanno contribuito per la maggior parte circa 23%, l’Europa il 16%, l’Africa tutta circa il 7%. Allora: il mondo ricco ha contribuito al riscaldamento globale e alla distruzione, e le nazioni più povere sono le più colpite. La nuova cittadinanza globale deve prendere le istanze della transizione di giustizia, e la riparazione del clima. Qualcuno deve pagare. Non si tratta di fare la carità, devi risarcire per qualcosa che hai rotto. In tribunale funziona così. Se vogliamo definirci cittadini globali, dobbiamo guidare questa discussione”. 

    Lei studia queste dinamiche e insegna in un Paese che ha sperimentato l’Apartheid. Vede dei parallelismi in quest’epoca?”Penso che questo sia l’Apartheid su scala globale. È incredibile come la maggior parte dei muri siano stati costruiti sui vari confini del Nord del mondo. L’Europa è fortress Europe, lo abbiamo visto anche con Trump negli Stat Uniti”. 

    Il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici hanno anche innescato nuove migrazioni, di persone in fuga da siccità e condizioni meteo divenute estreme. Sembra un punto di non ritorno.”Per qualcuno lo è. Ci sono piccoli stati insulari che presto spariranno mentre gli oceani salgono. Negli ultimi mesi in Somalia la siccità è stata talmente grave che circa un milione di somali sono diventati sfollati interni . Qualcuno ha provato a raggiungere la Libia per arrivare in Europa. E la maggior parte sono stati respinti. La Banca mondiale ha stimato che oltre 130 milioni di persone diventeranno sfollati a causa solamente del climate change entro il 2050: 28 anni sembrano tanto tempo invece è davvero dietro l’angolo. Ma per alcuni i confini sono aperti e per altri no. Siamo destinati ad avere crisi terribili”.

    L’allarme

    Con il riscaldamento globale le isole del Pacifico spariranno in 80 anni

    di

    Anna Dichiarante

    10 Agosto 2021

    Vengono ancora definiti migranti economici, sarebbe più giusto considerarli come richiedenti asilo, rifugiati di guerra?”Il livello di sofferenza è lo stesso, l’alluvione ti porta via la casa, perdi tutto, ha lo stesso effetto di una bomba. Ma la vecchia convenzione per i rifugiati e richiedenti asilo era contemplata principalmente per ragioni di guerra, legate a conflitti, e persecuzioni politiche. Non c’è un modo legale per trattare i rifugiati o i migranti climatici per dar loro asilo. Ma il mondo ora è un posto diverso. E 130 milioni di persone entro 28 anni si metteranno in movimento a causa delle alluvioni, degli incendi, della siccità, delle condizioni meteo estreme, delle isole che spariscono. Le istituzioni globali e nazionali, devono prepararsi. Dobbiamo pensare ora a come proteggere i rifugiati, come accoglierli o supportarli”. 

    L’accoglienza e l’immigrazione rischiano spesso di alimentare sentimenti xenofobi cavalcati dalle destre. Cosa ne pensa?”Questo creerà problemi. La politica peggiora sempre più in tutto il mondo non è solo un problema europeo o statunitense. Ho fatto molte ricerche, soprattutto sul ruolo della politica nell’alimentare la xenofobia e la retorica anti immigrati per nascondere i propri fallimenti. I politici sudafricani hanno fallito nel migliorare le vite della maggioranza dei cittadini, e il bersaglio più facile che non vota e non si può lamentare sono gli immigrati. Da una parte parlano dell’unità dell’Africa e dall’altra dicono che gli immigrati dello Zimbawe sono la ragione della povertà, ma non è vero. Dicono che ci sono cinque volte gli immigrati che ci sono realmente. Molto spesso parliamo dell’Europa o degli Usa che hanno problemi con la xenofobia, e sì, è un loro problema. Ma sembra che abbiano studiato tutti sullo stesso libro”. 

    Un altro slogan molto in voga in Italia è “aiutiamoli a casa loro”. Cosa ne pensa?”Molta della mia ricerca è focalizzata sul continente africano, e sul colonialismo europeo. Walter Rodney ha scritto molti anni fa il libro How Europe Underdeveloped Africa, Il potere coloniale non ha mai pagato il prezzo per quello che ha fatto, con lo schiavismo, la colonizzazione, lo sfruttamento delle risorse. In Africa non c’è un network di infrastrutture come in italia, ogni strada andava dalla miniera al mare. Il colonialismo è finito formalmente ma ora c’è la coloniality: le élite politiche africane al potere erano le persone in cui i colonialisti stessi avevano investito. La struttura creata per sfruttare l’Africa continua con la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, che controllano i Paesi africani attraverso il debito…”

    La Cina da tempo è in Africa per sfruttare le risorse, è un nuovo colonizzatore?”Si dice che bisogna combattere l’egemonia euroamericana ma dobbiamo assicurarci che non emerga alcuna altra egemonia. Anche quella cinese o russa, cioè un Paese diverso che fa le stesse cose”.

    Il caso

    La battaglia del cobalto: dopo il Congo, la Cina punta all’Indonesia

    di

    Claudio Gerino

    15 Giugno 2021

    Quali soluzioni?”Io di soluzioni non ne ho. C’è solo un Pianeta, ma ci sono un primo mondo, un secondo, un terzo. Noi tutti, soprattutto i giovani, dobbiamo fare pressione sui politici e decision maker, uno dei più grandi problemi è che le i politici pensano solo al breve termine, alla prossima elezione ma il climate change è qualcosa su cui dobbiamo investire a lungo termine. I giovani devono plasmare il mondo in cui dovranno vivere bene. Devono trovare il modo per far sentire la propria voce”. 

    Questa generazione ha espresso un movimento come i Fridays for future. Hanno maggiore consapevolezza. Vede una speranza in questo?”Se fosse tutto nelle mani dei giovani, direi di sì. Ma ci sono politici finanziati dall’industria del petrolio, i grandi inquinatori, fanno quello che serve per far felici i finanziatori e non la popolazione. Figuriamoci se si preoccupano dei più poveri in Afghanistan. Però voglio chiudere con una nota di speranza. Molte persone nere in Africa, vittime dell’Apartheid, non ne vedevano la fine. Erano oppressi dai governanti e dall’esercito, ma hanno continuato a organizzarsi, hanno fatto qualsiasi cosa per un futuro che non potevano nemmeno immaginare. Per quello che ne sapevano, Mandela poteva anche essere morto in galera, ma continuarono a organizzarsi e lottare. E hanno sconfitto l’Apartheid”. LEGGI TUTTO

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    Igiene profonda e duratura senza l’utilizzo di sostanze chimiche, questi sono i risultati del Sistema Probiotico, una metodologia innovativa e sostenibile per l’igienizzazione di ambienti professionali e domestici. Con i tradizionali detergenti chimici, rischiosi per l’ambiente e per l’uomo, la carica batterica viene rimossa nel momento in cui si effettua la pulizia ma riprende a crescere subito dopo, in modo più aggressivo e pericoloso. Con le soluzioni a base di probiotici, microrganismi vivi, sporco e batteri vengono rimossi in modo naturale senza l’utilizzo di sostanze chimiche e l’ambiente si mantiene sano e pulito più a lungo.  LEGGI TUTTO

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    Galline che giocano sull’altalena, ascoltano musica classica e si rilassano in piscina. Al Pollaio sociale di Toscanella di Dozza, in provincia di Bologna, scene finora viste soltanto nei cartoni animati sono la quotidianità. Si tratta di un pollaio di comunità, dove con un contributo di 100 euro l’anno è possibile adottare una gallina e avere in cambio una fornitura annuale di 250 uova fresche. A prendersi cura degli animali sono i 22 ragazzi disabili del centro occupazionale “La tartaruga”. Tutti giorni, a turno, in base alle loro abilità e attitudini, puliscono i pollai, danno da mangiare alle galline, raccolgono le uova, le confezionano, le distribuiscono equamente tra gli utenti che aderiscono al progetto e con un whatsapp li avvisano che le uova sono pronte per il ritiro.

    Il pollaio è nato nel 2015, da un’idea di un’agronoma che all’epoca lavorava alla Seacoop, la  cooperativa che gestisce il centro. “Tra le varie attività del centro c’era già un orto, e ci siamo detti ‘Un pollaio sociale? Perché non provarci!'” racconta Simona Landi, responsabile comunicazione alla Seacoop. “I primi tempi abbiamo fatto un po’ di frittate” ricorda Franco Zanelli, coordinatore del centro “c’è voluto un po’ per capire che l’uovo è delicato” ma ora i ragazzi sono quasi del tutto autonomi nello svolgere i compiti quotidiani. E se le prime volte c’era chi scappava impaurito alla vista dei pennuti, adesso capita che “te li vedi arrivare con una gallina in braccio” sorride Zanelli. LEGGI TUTTO