10 Giugno 2022

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    Fernanda, la tartaruga gigante delle Galapagos creduta estinta

    Animali fantastici e dove ritrovarli, si potrebbe dire parafrasando il famoso libro di scritto da J. K. Rowling. Già, perché alle Galapagos è successo proprio questo: è stata identificata – dopo oltre un secolo che si credeva estinta  – la rarissima “fantastica tartaruga gigante”. Dal nome scientifico di Chelonoidis phantasticus quella che è stata ribattezzata Fernanda, dato che è stata trovata nella poco accessibile isola Fernandina in una zona delle Galapagos occidentali, è la seconda tartaruga di questa specie conosciuta finora da quando nel 1906 l’esploratore Rollo Beck individuò un esemplare maschio. Da allora questa specie era considerata estinta: nel 2019 però in una fitta macchia di vegetazione dell’isolotto è stata scoperta Fernanda, tartaruga femmina che aveva tutte le caratteristiche delle “giganti” raccontate nel secolo scorso. Soltanto adesso però, grazie all’analisi del DNA, è arrivata la conferma che si tratta proprio di una “fantastica tartaruga gigante” spiegano i ricercatori dell’Università di Princeton e Yale che hanno appena raccontato i dettagli della scoperta sulla rivista Communications Biology. 

    Per gli esperti si tratta di una importante speranza in termini di ripristino della specie e di biodiversità. Finora, “tutto ciò che sapevamo su questa specie ci diceva che di fatto era estinta”, ha spiegato il biologo Stephen Gaughran, autore dello studio. Per arrivare a stabilire che quella individuata fosse realmente una “fantastica”, i ricercatori hanno sequenziato il genoma della tartaruga del 1906 e quello di Fernanda, mettendoli a confronto. Le due tartarughe sono risultate appartenenti alla stessa specie, che è diversa dalle altre 13 presenti nelle Galapagos, la maggior parte delle quali considerate vulnerabili o in pericolo di estinzione nella famosa Lista Rossa Iucn. Per quanto ricostruito finora dagli esperti Fernanda ha circa 50 anni ed è un po’ più piccola rispetto ad altre tartarughe giganti di specie differenti, questo a causa del fatto che sull’isola in cui è vissuta, di origine vulcanica, la vegetazione di cui si nutre è scarsa. A stupire i ricercatori, oltre a un forma leggermente differente, è stato il fatto che Fernanda vivesse su un ben distinto isolotto: come è arrivata lì dato che queste tartarughe non nuotano? L’idea più plausibile è che, galleggiando, possa essere stata trasportata da correnti e vento durante eventi meteo intensi, o addirittura perché portata da qualcuno. Allo stesso tempo gli esperti si chiedono se in passato su Fernandina possano essere mai vissuti altri esemplari. 

    Galapagos, ecco perché l’arcipelago è il paradiso degli animali

    di

    Viola Rita

    22 Gennaio 2021

    Secondo la ricercatrice italiana Adalgisa Caccone della Yale University, altra autrice dello studio, “trovare un esemplare vivo dà speranza e apre anche nuove domande, poiché rimangono ancora molti misteri. Ci sono altre tartarughe su Fernandina che possono essere riportate in cattività per avviare un programma di riproduzione? In che modo le tartarughe hanno colonizzato Fernandina e qual è la loro relazione evolutiva con le altre tartarughe giganti delle Galapagos? Tutto questo dimostra inoltre anche l’importanza di utilizzare le collezioni museali per comprendere il passato”, ha spiegato.Rispondere alla domanda se sarà possibile o meno la sopravvivenza della specie appena riscoperta è complesso, ma Michael Russello, esperto del l’Università della British Columbia non coinvolto nello studio, spiega che “questi risultati sono estremamente interessanti sia dal punto di vista evolutivo che di conservazione. Un’indagine completa su Fernandina potrebbe essere giustificata per cercare altri individui perché in fondo c’è un barlume di speranza che la specie possa ancora sopravvivere”. LEGGI TUTTO

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    Designer e data scientist, ecco chi manca all’appello dei comuni

    «Accompagnare i comuni medi e piccoli nella transizione intelligente», come ha detto il direttore editoriale di City Vision, Domenico Lanzilotta, significa formare le amministrazioni e le professionalità che ci lavorano sui linguaggi del digitale. Oltre a discutere di Pnrr e opportunità per la smart Pa, l’appuntamento a Ivrea di City Vision ha affrontato pure il […] LEGGI TUTTO

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    Sostenibilità, analisi ASviS: con la pandemia l’Italia ha perso posizioni in Europa

    Il percorso verso il raggiungimento dei 17 Obiettivi dello sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu è stato frenato dalla pandemia nell’Unione Europea e in Italia, che risulta penultima nel confronto con gli altri Paesi UE per quanto riguarda Lavoro dignitoso e crescita economica (Goal 8), Riduzione delle disuguaglianze (Goal 10), Pace, giustizia e istituzioni solide (Goal 16). LEGGI TUTTO

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    Il “superverme” mangia-polistirolo può insegnarci come costruire nuovi impianti di smaltimento

    Lo chiamano “superverme” perché è simile alla larva della farina (il tenebrione mugnaio), ma la supera in stazza. Ed è stato proposto, in diversi studi nutrizionali, come cibo alternativo, sia per allevamenti che per la dieta dell’uomo per l’alto contenuto di proteine e grassi. Ma da qualche tempo è noto anche per un suo “superpotere”: mangia la plastica. Per la precisione, sembra essere ghiotto di polistirolo. A notarlo per primi, qualche anno fa, sono stati un gruppo di studenti filippini di scuola superiore. Da allora, la capacità delle larve di Zophobas morio, il suo nome scientifico, di cibarsi di polistirene, è diventata materia di studio. Una nuova ricerca dell’Università australiana del Qeensland racconta di come, sfruttando queste capacità, si potrebbero costruire impianti di smaltimento di plastica.

    La ricerca

    Dal cibo alla plastica, un batterio ci salverà

    di

    Andrea Barchiesi

    11 Maggio 2021

    Lavorare in team

    Chris Rinke e i ricercatori della School of Chemistry and Molecular Biosciences dell’Ateneo australiano, hanno messo alla prova questo talento. Le larve di Zophobas morio crescono mangiando una varietà di cose, ma principalmente crusca di frumento e altri cereali. Il loro ciclo di vita, come tutte le larve, prevede che a un certo punto formino un bozzolo, diventino pupe, e si ripresentino sotto forma di individuo adulto. Nel loro caso, un coleottero nero. Questo accade se restano isolate. Ma se allevate in grandi gruppi, restano larve e continuano a mangiare.Rinke e i colleghi hanno quindi nutrito per tre settimane un gruppo di larve con crusca, un altro gruppo solo con polistirolo, e lasciato un altro a digiuno. Stando ai risultati, presentati in un paper pubblicato nella rivista Microbial Genomics, “i supervermi che si sono cibati di polistirolo non solo sono sopravvissuti, ma hanno anche preso un po’ di peso – sostiene il coordinatore del team – questo comporta che i vermi possono ricavare energia dal polistirene, più probabilmente con l’aiuto dei microbi al loro interno”.

    Dagli enzimi agli impianti

    Ed ecco dove si va a indagare. “I ricercatori hanno utilizzato una tecnica chiamata metagenomica per trovare diversi enzimi codificati con la capacità di degradare il polistirene e lo stirene”, si legge nella press release dello studio. Anche se il polistirolo, da recenti studi, sembra possa degradarsi in “appena” un centinaio di anni alla luce solare, loro possono fare lo stesso in pochi giorni. E se i “supervermi” sono, nelle parole di Rinke, come “piccoli impianti di riciclo, che sminuzzano il polistirene con le loro bocche e poi li danno in pasto ai batteri nelle loro pance”, bisogna creare qualcosa di simile, ma più in grande.Invece di riempire vasche giganti con milioni di supervermi che spalancano le fauci in attesa di una cascata di polistirolo bianco (idea affascinante ma poco praticabile), si pensa piuttosto di imitare il loro funzionamento. Sminuzzando il materiale e poi dandolo in pasto agli enzimi replicati grazie allo studio del Zophobas morio. Quindi far crescere i batteri intestinali in laboratorio e testare ulteriormente le loro capacità di degradare il polistirene e “aumentare questo processo a un livello richiesto per un intero impianto di riciclaggio”, ha affermato Jiarui Sun, dottoranda e seconda firma dello studio. E cosa resta in fondo a questo processo? Secondo Rinke “i prodotti di degradazione di questa reazione possono essere utilizzati da altri microbi per creare composti di alto valore come le bioplastiche”.

    Biologa italiana scopre il bruco che mangia la plastica: “Così è nata per caso la mia ricerca”

    Giuliano Aluffi

    25 Aprile 2017

    Un aiuto dagli insetti

    Zophobas morio è solo uno degli invertebrati che promettono di aiutarci, se non a risolvere, almeno a mitigare il problema delle miliardi di tonnellate di plastica che ogni anno si producono e si disperdono nell’ambiente in tutto il mondo. Anche il Tenebrio Molitor, per esempio, ha queste capacità. Nel 2017 una biologa italiana (e apicultrice) Federica Bertocchini, dell’Istituto spagnolo di Biomedicina e Biotecnologia della Cantabria, ha scoperto il bruco che mangia la plastica, in questo caso polietilene. Si tratta della larva della Galleria mellonella, detta tarma della cera. Mentre in tutto il mondo, istituti di ricerca e aziende hanno allo studio proprio enzimi ricavati da insetti e microrganismi trovati in compost e discariche, che hanno proprio il “superpotere” di degradare la plastica. LEGGI TUTTO

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    Sui “Cammini d'Acqua” per scoprire il territorio attraverso la sua risorsa più preziosa

    Scoprire il territorio seguendo i percorsi delle sue acque, tra sorgenti, fiumi e ruscelli, borghi, paesaggi: Uniacque, l’azienda pubblica che dal 2007 gestisce il servizio idrico della Provincia di Bergamo, in collaborazione con la rivista Orobie ha presentato il nuovo progetto di itinerari per conoscere il patrimonio naturalistico, storico, culturale della zona, valorizzando appunto una […] LEGGI TUTTO

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    Energia, dalla transizione all’indipendenza: la corsa a ostacoli della sostenibilità

    Quali sono le leve che possono davvero favorire una transizione energetica sostenibile? Qual è il contributo che il settore dell’energia può e deve offrire in questo contesto? E ancora, quali sono i tempi reali e i punti critici di una transizione così sfidante? Sono questi alcuni degli interrogativi che lunedì 13 giugno, a partire dalle ore 11, animeranno l’evento organizzato da Green&Blue in collaborazione con il Gruppo Cap, intitolato “Energia, dalla transizione all’indipendenza: la corsa a ostacoli della sostenibilità”.

    Il dibattito, moderato da Andrea Frollà, ospiterà Alessandra Todde, viceministra dello Sviluppo Economico, Alessandro Russo, presidente e AD del Gruppo Cap, Laura Cozzi, chief energy modeler della International Energy Agency, e Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia e professore a contratto di Ingegneria dell’Università di Bologna.

    Il talk, che sarà trasmesso in streaming sull’homepage e sul sito di Repubblica, La Stampa e Green&Blue, sarà l’occasione per rispondere a queste e ad altre grandi questioni strategiche, grazie alle esperienze e alle visioni degli esperti di aziende, istituzioni e altre realtà. Del resto, l’avanzata della sostenibilità ambientale, la crisi innescata dalla pandemia e la guerra tra Russia e Ucraina hanno riacceso i riflettori sul tema della transizione energetica, mettendo in luce soprattutto i rischi legati a un’eccessiva dipendenza dagli altri Paesi in termini di approvvigionamento.

    L’Italia è infatti per sua natura un Paese povero in termini di fonti fossili, ma ricco di fonti rinnovabili. Eppure, il nostro Paese risulta ancora oggi fortemente dipendente da petrolio, gas e carbone. La sfida è naturalmente legata a doppia mandata alle politiche nazionali (ed europee), ma chiama in causa l’intero sistema economico e produttivo. Nella ricerca e nello sviluppo di un mix energetico ideale, e soprattutto sostenibile nel medio-lungo periodo, un ruolo chiave spetta infatti alle aziende, a partire dalle imprese del settore energetico ma non solo.

    L’obiettivo del confronto tra gli esperti sarà dunque cercare di capire cosa possiamo e dobbiamo fare per vincere queste sfide delicate e centrare gli obiettivi ambiziosi che ci siamo dati a livello nazionale ed europeo. LEGGI TUTTO

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    Che fine ha fatto il vuoto a rendere? Ogni anno sprechiamo più di 7 miliardi di contenitori riciclabili

    In Italia era in voga a partire dagli anni Sessanta e veniva comunemente chiamato “vuoto a rendere”. Un piccolo sovrapprezzo, di fatto un deposito cauzionale di poche lire, applicato al prezzo delle bevande in bottiglia, che veniva restituito al cliente nel momento in cui riportava appunto il vetro al negoziante. Un metodo poco impegnativo per garantire il riutilizzo delle bottiglie. 

    A ottobre del 2021 il governo è stato sollecitato a reinserire il vuoto a rendere, mediante un appello promosso dall’associazione Comuni Virtuosi, A Sud Onlus, Altroconsumo, Greenpeace, Kyoto Club, Lav, Legambiente, Lipu-Bird Life Italia, Oxfam, Mare Vivo, Pro Natura, Slow Food, Touring Club Italia, Wwf e Zero Waste Italy.

    La guida

    Piccole azioni, grande impatto: cosa puoi fare per il Pianeta

    15 Marzo 2022

    Unesda, associazione con base a Bruxelles che promuove gli interessi dei consumatori e dei produttori di bevande analcoliche, si sta muovendo nella stessa direzione rivolgendosi però all’Unione europea. Fa parte di Unesda anche l’Associazione italiana industria bevande analcoliche, Assobibe.

    I vantaggi del vuoto a rendere

    I vantaggi sono di varia natura. Con il deposito cauzionale, i consumatori sono più consapevoli e impegnati. Una consapevolezza che può impattare positivamente non soltanto sui contenitori a cui normalmente è applicato, ma può conferire maggiore attenzione anche nel trattare ogni tipo di scarto e rifiuto.

    Le ricadute positive sull’ambiente sono nette. Il grafico sotto, che si limita al Pet in Europa, dimostra che nei Paesi in cui vige il vuoto a rendere le percentuali di riciclo sono molto più alte.

    I dati, forniti dall’associazione specializzata Petcore Europe (e risalenti al 2017) certificano un notevole divario:

    In Italia, in assenza di un sistema di deposito cauzionale, nel 2017 è stato riciclato il 47% del Pet usato, ossia la metà circa di quanto ne è stato riciclato in Germania (95%), in Finlandia o in Lituania (entrambe al 92%), nazioni in cui il vuoto a rendere è entrato nelle abitudini dei consumatori. 

    Non ci sono soltanto le plastiche, anche vetro e lattine possono fare maggiore breccia nel cuore del riciclo. Il rapporto internazionale What We Waste, limitandosi ai dati italiani, stima che ogni anno vadano sprecati 7,3 miliardi di contenitori, ossia 119 pro-capite.

    Nel 2020 in Italia sono state recuperate circa 4,5 milioni di tonnellate di rifiuti da imballaggio (disciplina in cui ci comportiamo in modo egregio), secondo il Consorzio nazionale imballaggi (Conai), consentendo una minore emissione di CO2 pari a 4,4 milioni di tonnellate e un risparmio energetico di 24 TWh, pari al consumo di 7 milioni di famiglie.

    Il capitolo alluminio, che in Italia (dati 2018) viene riciclato in ragione del 26%, riutilizzato per il 61% e non raccolto per il 13% è pure parte integrante sia delle politiche di vuoto a rendere sia di quelle del risparmio energetico. Una lattina riciclata coincide con un risparmio pari al consumo di un tv accesso per tre ore e, parallelamente, con un minore aggravio ambientale. Per produrre alluminio si impiega la bauxite, un minerale i cui scarti sono molto inquinanti. Per produrre un chilogrammo di alluminio sono necessari sei chilogrammi di bauxite, quattro di prodotti chimici e un consumo energetico di 14 kw.

    Non solo numeri

    Ci sono altri vantaggi, come riporta il Presidente di Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica) Giorgio Quagliuolo: “Il vuoto a rendere ha altre ricadute positive, che si sono verificate in tutti i Paesi in cui è applicato. Diminuisce in maniera sensibile, se non definitiva, il littering (l’abbandono di rifiuti nelle aree pubbliche e, in senso più generale, i rifiuti smaltiti in modo non corretto nda), poiché ogni bottiglia rappresenta un valore”. Il littering ha conseguenze potenzialmente nefaste anche per gli animali che, cibandosi, ingeriscono pezzi di rifiuti.

    Longform

    Perché non riusciamo a vivere senza plastica. Un’inchiesta

    di

    Jaime D’Alessandro

    17 Febbraio 2022

    Tra gli effetti positivi c’è quello chiamato Pfandsammler, osservato e seguito con particolare interesse in Germania, ossia persone di norma meno abbienti che raccolgono bottiglie e contenitori per incassare il deposito cauzionale. In tutto il Paese, tra le tante campagne di sensibilizzazione, si è diffusa quella chiamata “Pfand gehört daneben” per fare in modo che ogni contenitore soggetto a deposito cauzionale fosse lasciato vicino ai cassonetti dell’immondizia, affinché i Pfandsammler non debbano entrarci per cercarli. 

    “Le persone meno abbienti, spiega Quagliuolo, trovano vantaggioso andare a trovare bottiglie disperse, raccoglierle e prendere la cauzione. Il vuoto a rendere ha una valenza ambientale e sociale di un certo rilievo”.

    La sperimentazione italiana del 2017

    In passato il vuoto a rendere è stato un costume anche italiano, tramontato poi con il tempo. “Era applicato soltanto al vetro che poi, dalla fine degli anni Settanta, è stato gradualmente soppiantato dalla plastica che non è stata inserita in questo sistema. In Italia il deposito cauzionale si identificava nella restituzione delle bottiglie e non con il riciclo. Oggi immaginiamo un deposito cauzionale finalizzato al riciclo, almeno per quanto riguarda la plastica che è sì riutilizzabile, ma si tratta di un processo non valido dal punto di vista economico e industriale”, illustra Quagliuolo. Il mero riutilizzo, salvo ovviamente processi di sterilizzazione, non ha fortuna neppure dal punto di vista del momento storico: la pandemia ha scatenato la corsa alla plastica nuova, escludendo ogni forma di riuso. La paura di contagio e di trasmissione del Covid-19 ha avuto conseguenze anche sul mercato dei contenitori ovunque nel mondo. 

    Durante il mese di aprile del 2014, la proposta di legge Vignaroli per la reintroduzione del “vuoto a rendere” è stata presentata alla Camera. A luglio del 2017 il decreto 142, recependo l’articolo 219-bis del decreto legislativo 152 del 3 aprile 2006, ha dato il via a un periodo di sperimentazione volontario “al fine di prevenire la produzione di rifiuti di imballaggi e di favorire il riutilizzo degli imballaggi usati”, orientato alle bottiglie di acqua minerale e di birra, rivolto alle attività che ne servono al pubblico, a quelle che le producono e a quelle che le distribuiscono. Grandi assenti, i consumatori finali. Una sperimentazione che ha sempre fatto storcere il naso agli addetti ai lavori, tant’è che l’allora presidente di Legambiente Stefano Ciafani sosteneva che “la norma era ottima, ma è stata boicottata dalle imprese e il ministero dell’Ambiente non ha fatto nulla per fermare il boicottaggio”. Dello stesso avviso Quagliuolo: “Una sperimentazione durata pochi mesi e che ha dato risultati trascurabili, fatta su base volontaria e a carico dei dettaglianti, non poteva funzionare”.

    Il futuro del deposito cauzionale

    Nonostante gli insuccessi recenti, l’Associazione dei comuni virtuosi ha lanciato un sondaggio dal quale risulta che l’83% degli intervistati è favorevole alla reintroduzione del deposito cauzionale. “Il vuoto a rendere per certi prodotti sarà necessario, spiega Quagliuolo, perché dobbiamo raggiungere gli obiettivi dell’Ue che, per quanto riguarda la plastica, impongono una raccolta per il riciclo del 90% entro il 2030 e, senza una politica adatta sarà difficile arrivarci, fanno fatica anche i Paesi che hanno già il vuoto a rendere”.

    Cosa succede all’estero

    Il deposito cauzionale è attuale nei Paesi dell’Europa del Nord e anche in Croazia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca, Ungheria e Svizzera. In Germania la legge che lo disciplina è del 2006. Per le bottiglie che non possono essere riciclate il deposito è di 25 centesimi di euro, per quelle in plastica rigida è di 15 centesimi e per quelle di vetro varia dagli 8 ai 15 centesimi.

    In Germania, dal 2003, si usa il metodo “Pfand” (letteralmente “deposito”) incentrato anche sull’uso di apposite macchine nelle quali inserire bottiglie e lattine in cambio di un buono acquisto di importo pari al deposito cauzionale. In Svizzera, a partire dagli anni Novanta e per circa un decennio, si è diffuso il sistema Luckycan (letteralmente “lattina fortunata”), delle “slot machine” dislocate spesso in prossimità dei centri commerciali nelle quali inserire lattine e vincere dei premi, tra buoni sconto, orologi da polso, biglietti per il cinema e altro ancora.

    Riciclo

    Differenziare il vetro per colori fa risparmiare energia e materie prime

    di

    Cristina Nadotti

    18 Marzo 2022

    Tutte tecniche che inducono al riciclo e lo facilitano anche dal punto di vista logistico. A prescindere dagli escamotage, il sistema del deposito cauzionale ha ricadute positive laddove applicato: nel 2017, scrive l’online Linkiesta, in Lituania venivano sprecati 14 contenitori annui per persona mentre nel 2015, quindi prima dell’introduzione del deposito, il numero era di 113 pro capite. LEGGI TUTTO