9 Giugno 2022

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    Anche l'Italia nella nuova corsa ai combustibili fossili, ma per l'ambiente è la scelta sbagliata

    La crisi energetica causata dalla guerra Russia-Ucraina sta spingendo i governi a investire nei combustibili fossili, mettendo in secondo piano gli effetti del cambiamento climatico in rapida evoluzione. È la conclusione cui sono giunti gli autori del Climate Action Tracker (Cat), gruppo indipendente che monitora le azioni dei Paesi volte a mitigare il riscaldamento globale, in un report (.pdf) Global reaction to energy crisis risks zero carbon transition sulle politiche internazionali e le loro conseguenze sul clima. Il rischio più concreto, avvisa il Cat, è quello di andare verso un nuovo decennio ad alte emissioni, allontanando ancor di più i già difficili obiettivi stabiliti dagli Accordi di Parigi per raggiungere la decarbonizzazione.

    Il focus dedicato agli investimenti dei Paesi nei combustibili fossili, spinti dall’urgenza di sopperire alle forniture di gas e petrolio in arrivo dalla Russia, porta alla luce come Germania, Italia, Grecia e Paesi Bassi abbiano incrementato di un quarto l’import di gas puntando su nuove infrastrutture per il gas naturale liquido (GNL). Così come sta accadendo nell’Africa Occidentale. Pur annunciando obiettivi sempre più ambiziosi di sviluppo delle energie alternative (solare ed eolico), molti di questi Paesi hanno cercato di correre ai ripari per l’approvvigionamento energetico trovando alternative alle forniture russe. LEGGI TUTTO

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    Linea dura del governo spagnolo: multe per ristoranti e supermercati che gettano il cibo

    Costerà caro in Spagna sprecare cibo. Il governo guidato da Pedro Sánchez ha approvato il progetto di legge per ridurre lo spreco alimentare, uno degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu al 2030. Il testo prevede sanzioni molto salate e una grande campagna di informazione per invitare i cittadini a pianificare la spesa in modo consapevole e sostenibile. Le aziende coinvolte nella produzione e fornitura di cibo – bar, ristoranti, supermercati, negozi – dovranno prevenire gli sprechi pianificando gli acquisti, fornire ai propri clienti doggy bag, collaborare con le organizzazioni che si occupano della donazione del cibo come il banco alimentare. “Altrimenti potrebbero incorrere in multe fino a 60 mila e perfino 500 mila euro nel caso che le irregolarità proseguano” ha dichiarato Luis Planas, ministro dell’Agricoltura, Pesca e alimentazione. L’idea è di ridurre in modo massiccio le 1.300 tonnellate di cibo sprecato ogni anno nel paese: 31 chilogrammi a persona, secondo i dati del 2020. Motivo per il quale il governo di Madrid ritiene necessario intervenire in modo da favorire un cambio di tendenza.

    Giornata nazionale contro lo spreco alimentare

    Dopo la pandemia gli italiani sprecano più cibo: in un anno 7 miliardi di euro nei rifiuti

    di

    Caterina Pasolini

    04 Febbraio 2022

    Quanto cibo in buone condizioni che rimane invenduto in bar, ristoranti e supermercati, che potrebbe essere ancora consumato, finisce nella pattumiera? Tanto. Troppo. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite che ha analizzato i dati di 54 paesi ne buttiamo via una quantità impressionante: quasi 1 miliardo di tonnellate di cibo viene sprecato ogni anno in tutto il mondo. Un problema che coinvolge tutti i paesi, il reddito nazionale di ognuno non c’entra.

    Prevenire gli sprechi

    Tutti gli esercizi della catena alimentare, dal negozio alla grande distribuzione, dovranno dunque ripensare non solo i propri acquisti per prevenire gli sprechi, ma anche organizzarsi per gestire la merce invenduta. E se la priorità è la collaborazione con enti, Ong e banchi alimentari a cui cedere il cibo in eccedenza prima della data di scadenza, alimenti come la frutta rimasti sugli scaffali, se ancora idonee al consumo umano, dovranno essere trasformati in succhi o marmellate. Quando invece si tratta di alimenti non più sicuri, il governo ha previsto vengano utilizzati prima per l’alimentazione animale, infine concesse ad altre industrie, come quelle che si occupano della produzione di biocarburanti.

    La guida

    Il buon senso che fa bene al Pianeta: 21 idee per cambiare abitudini e difendere l’ambiente

    27 Novembre 2021

    Bar e ristoranti, invece, dovranno fornire gratis contenitori in modo da consentire ai clienti di portare a casa il cibo che non è stato consumato. Pratica ancora non comune tra i cittadini spagnoli. Poter consumare i propri alimenti in un secondo momento diventerà quindi un vero e proprio diritto.

    “Una legge per cambiare le coscienza”

    Il ministro Planas, ha definito il disegno di legge contro gli sprechi alimentari “pioneristico” ed è convinto che aumenterà la consapevolezza dei cittadini sulle “conseguenze economiche, sociali, ambientali ed etiche” dello spreco alimentare. Perché, secondo  il governo di Madrid, il problema non coinvolge solo le grandi catene commerciali, ma anche i singoli cittadini e quanto accade nelle loro case, dove gli alimenti spesso vengono dimenticati, scadono o si deteriorano. E che il problema non riguardi solo Madrid lo mostra bene un dato: in tutta l’Unione europea, il 53% degli sprechi alimentari avviene a livello di consumatore. Si compra troppo o si calcola male quello che serve davvero. Per questo partirà una grande campagna di informazione per spiegare quali sono i comportamenti quotidiani da adottare per ridurre lo spreco e come scegliere i cibi in base alla sostenibilità ambientale. 

    Startup

    Birra fatta con il pane avanzato, l’idea antispreco di Emanuela e Franco: “E dagli scarti otteniamo snack”

    di

    Serena Gasparoni

    05 Febbraio 2022

    Così in Italia

    Gli unici altri paesi dell’UE che hanno normative simili per ridurre lo spreco alimentare sono Francia e Italia. In Italia, una legge anti spreco c’è dal 2016, approvata a sei mesi di distanza dal provvedimento analogo preso dal governo francese. Il principio base è “chi non butta il cibo viene premiato”. Rispetto alla norma in discussione in Spagna, che si basa sulla penalizzazione, quella italiana punta sugli incentivi e sulla semplificazione burocratica. Oltre ai cibi si possono donare anche i farmaci, mentre per quanto riguarda la prevenzione dello spreco, sono state coinvolte anche le mense scolastiche, aziendali e ospedaliere. Infine la legge italiana dà molto spazio alle cosiddette produzioni a “chilometro zero”. Confermando che sprecando meno, si butta meno cibo nella spazzatura e di conseguenza si spendono anche meno soldi.    LEGGI TUTTO

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    L'idea di quattro studentesse: scotch commestibile per burrito e piadine. “La ricetta? È segreta”

    Tutta colpa della salsa. Se non fosse schizzata all’improvviso sulle ginocchia della ricercatrice Erin Walsh, forse l’innovativa idea di un gruppo di quattro studentesse di ingegneria della Johns Hopkins University non sarebbe mai arrivata. Per sfortuna dei suoi pantaloni ma per fortuna di milioni di persone che consumano burrito, quando Walsh ha dato un morso al suo pranzo mentre discuteva insieme alle colleghe su quale invenzione progettare per il corso di design e materiali sostenibili, il ripieno è volato portando all’illuminazione: realizzare uno scotch edibile per chiudere burrito (e non solo) in modo da ovviare a un problema comune a tutti i consumatori di questa prelibatezza messicana.
    Tortilla: taped Burrito fillings: secured Let’s taco’bout Tastee Tape, an edible adhesive created by biomolecular and chemical engineering students which allows for a mess-free meal for wraps, gyros, and more. (2/6) pic.twitter.com/HB1o6VBHVB— Johns Hopkins University (@JohnsHopkins) May 10, 2022

    É così che è iniziata l’avventura che ha portato le ricercatrici e laureande Tyler Guarino, Erin Walsh, Marie Eric e Rachel Nie a ideare il Tastee Tape. Si tratta di uno scotch completamente commestibile, vegano, gluten free e basato su ingredienti naturali (e comuni additivi alimentari) in grado di “chiudere” i famosi burrito, ma anche altri cibi come le piadine o involtini vari che necessitano di un aiuto per contenere salse e ripieni, senza più far schizzare il contenuto al primo morso. Il burrito, soprattutto in Messico e negli States, è un cibo popolarissimo, amato dai suoi estimatori ma “odiato” proprio a causa del contenuto difficile da non far cadere mentre si addenta. Non stupisce quindi che, dalla Cnn al noto Tonight show di Jimmy Fallon, la notizia della “soluzione” alla questione burrito abbia fatto il giro dei media a stelle e strisce. 

    Tutorial

    Per conservare gli alimenti la pellicola di plastica in realtà non serve più

    di

    Serena Gasparoni

    05 Marzo 2022

    Le studentesse hanno spiegato che il loro scopo era ottenere una sorta di nastro adesivo commestibile che fosse chiaro o incolore, senza sapori o consistenza impattanti. “Abbiamo testato circa 50 diverse formule per arrivare al Tastee Tape, la cui ricetta finale resta segreta”, ha spiegato l’esperta in ingegneria biomolecolare Guarino, senza rivelare però dettagli aggiuntivi dato che il nastro è ora in fase di domanda di brevetto. Al momento le ricercatrici hanno solo spiegato come funziona: si stacca una striscia adesiva da un foglio di carta cerata, si bagna leggermente per “attivarla” e infine si applica con un po’ di pressione sulla tortilla o sui cibi che si vogliono “chiudere”. In futuro, prevedono di vendere lo scotch sul classico rotolo da nastro adesivo, anche se spiegano che ci vorrà ancora tempo prima di perfezionarlo per un uso commerciale su larga scala. “Nel frattempo però – conclude Guarino – abbiamo imparato così tanto sulla progettazione del prodotto, sui prototipi e sulla brevettazione e siamo tutte davvero grate di aver avuto questa opportunità”. E ricorda che, dopo la laurea, alcune di loro continueranno a lavorare sul Tastee Tape durante un master alla Johns Hopkins University. Chissà così che in un’altra pausa pranzo non nasca una nuova idea sostenibile. LEGGI TUTTO

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    Zerbini (Mobius Lab): “Sulla mobilità tra i singoli prevale ancora scarsa consapevolezza circa l'impatto dei propri comportamenti”

    Quando si pensa all’inquinamento tra le prime immagini che vengono in mente ci sono strade trafficate e automobili in coda. E non a torto, considerato che, secondo dati Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), il settore dei trasporti è responsabile in Italia per un quarto delle emissioni di gas serra. Uno scenario che ha portato alla ribalta la necessità di una mobilità più sostenibile, intesa come un sistema che permette di ridurre l’impatto ambientale, sociale ed economico del settore, rendendo allo stesso tempo gli spostamenti più veloci ed efficaci. Si tratta di una strada ormai necessaria per combattere il fenomeno dei cambiamenti climatici, percepito come una vera e propria emergenza a livello globale, e raggiungere gli obiettivi posti dall’Unione europea che punta a ridurre del 55% le emissioni climalteranti entro il 2030 e a rendere l’Europa un continente a zero emissioni entro il 2050. 

    La tavola rotonda

    Il tema è stato al centro della tavola rotonda “Le mobilità sostenibili” organizzata nei giorni scorsi a Milano nell’ambito del festival Green & Blue di Repubblica dedicato a ecologia e ambiente. La tavola rotonda ha visto la partecipazione di Enrico Musso, professore ordinario di Economia Applicata dell’Università degli Studi di Genova, Elena Granata, professoressa associata di Urbanistica del Politecnico di Milano, e Fabrizio Zerbini, direttore scientifico di Mobius Lab, laboratorio internazionale fondato insieme ad Atlantia (holding italiana attiva a livello internazionale nel settore della mobilità, dagli aeroporti alle autostrade nell’ottica di un trasporto sostenibile anche grazie all’utilizzo delle tecnologie di ultima generazione) specializzato nell’analisi dell’utente finale di mobilità smart e sostenibile.

    Zerbini ha sottolineato, in particolare, come a tenere banco nei temi legati ai trasporti e all’inquinamento sia prima di tutto la necessità di favorire una maggiore consapevolezza tra i singoli. “Pochi di noi sanno infatti quantificare qual è l’impatto ambientale dei propri comportamenti sul fronte della mobilità. Ad esempio, di quanto si inquina prendendo un mezzo pubblico per muoversi nell’hinterland di Genova o di Milano o utilizzando la propria auto privata e qual è la differenza se si impiega una vettura elettrica oppure a diesel o a benzina. Di conseguenza, non sappiamo come adattare i nostri comportamenti per essere più virtuosi. Motivo per cui, proprio sugli spostamenti dei singoli, si concentra la ricerca del nostro laboratorio scientifico”.

    Tra le iniziative più recenti avviate nell’ambito del laboratorio istituito grazie alla collaborazione con Atlantia spicca, ad esempio, la partnership  con Kooling, startup londinese che ha messo a disposizione una propria piattaforma di intelligenza artificiale e big data per calcolare le emissioni prodotte dai singoli individui durante gli spostamenti quotidiani e intervenire così per ridurre le emissioni di CO2. Secondo le analisi di Kooling, attraverso i dati raccolti, l’utente medio può infatti diminuire le proprie emissioni di circa il 24%, con picchi di quasi il 70% nel caso di individui più ricettivi.

    La sfida della sharing mobility

    Zerbini si è poi soffermato sulle altre sfide ancora da vincere per favorire una mobilità il più possibile sostenibile. “Ciò che incide realmente sui comportamenti è la convenienza per gli utenti finali”, ha osservato. “Per cui occorre rendere più accessibili le forme di trasporto green”. Il riferimento è in particolare alla sharing mobility, i cui servizi giocano un ruolo cruciale, insieme al trasporto pubblico locale, per rendere le città più amiche dell’ambiente. “Si tratta di un settore che, secondo molti analisti, è destinato a restare un mercato di nicchia perché non è stato strutturato in modo da rendere il servizio profittevole per le imprese e dunque facilmente accessibile per gli utenti finali”, ha spiegato Zerbini.

    “Basti pensare che affittare un monopattino elettrico costa in media 25 euro al mese, una cifra ancora troppo elevata e che rende più vantaggioso l’acquisto”. Proprio il mercato della micromobilità rappresenta a oggi il 90% del totale dei veicoli in sharing presenti in Italia, secondo il 17° Rapporto sulla mobilità degli italiani. Studio che rileva anche come lo scorso anno si è verificato un aumento sia dell’offerta (+45%), sia delle iscrizioni (+30%) a servizi di scooter sharing, concentrati soprattutto nelle grandi aree metropolitane. Infine, Zerbini ha sottolineato che entro il 2050 si prevede che due terzi della popolazione vivrà dentro le città e questo incrementerà il bisogno di mobilità in contesti affollati. “Si tratta di un problema al quale oggi non abbiamo una soluzione e nell’ambito del quale occorre agire adesso, anche attraverso la ricerca, per offrire soluzioni efficaci in grado di migliorare la qualità della vita nelle città e abbattere le emissioni legate ai trasporti”, ha concluso.  LEGGI TUTTO