4 Giugno 2022

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    La dieta mediterranea protegge l'uomo e il Pianeta. Ma ora è a rischio

    L’Unesco l’ha proclamata “Bene immateriale dell’umanità”. Il rapporto della Eat Lancet commission on Food, Planet, Health l’ha inserita nelle diete sane e sostenibili, un sistema alimentare che potrebbe nutrire una gran parte del Pianeta consentendo anche il rispetto degli accordi di Parigi sul clima (mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi, aspirando a 1,5). Parliamo della dieta mediterranea.Modello alimentare per eccellenza considerato salutare ed ecologico: potrebbe davvero far abbassare le emissioni di gas serra e ridurre l’impatto ambientale rispetto a un’alimentazione basata in misura maggiore su carni e grassi animali, piuttosto che verdure e cereali. C’è però un problema che coinvolge soprattutto i sette Paesi considerati i pionieri della dieta mediterranea: Cipro, Croazia, Grecia, Italia, Portogallo, Spagna e Malta. Neanche i cittadini di questi Paesi rispettano più un regime alimentare basato su verdure e cereali, olio di oliva, cibi stagionali e un basso consumo di proteine animali. Ci sono state molte “deviazioni” dal modello originale. Troppe secondo i ricercatori di uno studio pubblicato su Nature.

    Giornata dell’alimentazione

    La nostra dieta non è abbastanza mediterranea: per l’ambiente (e la salute) si può fare di più

    di

    Mariella Bussolati

    16 Ottobre 2021

    Come spiegano i ricercatori autori del report (Simona Castaldi, Katarzyna Dembska, Marta Antonelli, Tashina Petersson, Maria Grazia Piccolo, Riccardo Valentini) usando sistemi matematici è stato quantificato l’impatto ambientale della dieta mediterranea ideale, analizzando alimento per alimento. Questo dato è stato confrontato prima con i reali consumi delle popolazioni dei sette Paesi, poi con le diete comuni in quelli fuori da questo sistema alimentare. Così se da una parte, non ci sono dubbi sul “ruolo positivo che la dieta mediterranea potrebbe avere sugli obiettivi di mitigazione climatica dell’Ue”, dall’altra però “la transizione nutrizionale vissuta dai Paesi mediterranei, in particolare negli ultimi 30 anni, ha minato questo potenziale”.

    Alimentazione e ambiente

    Microbi ed energia solare per una dieta sostenibile

    di

    Anna Dichiarante

    22 Giugno 2021

    Ma cosa è successo in questi Paesi al punto da mettere in crisi un modello alimentare così acclamato? “Il consumo eccessivo di carne, che ha contribuito al 60% dell’eccesso giornaliero di emissioni di gas (1,8 chilogrammi di CO2 procapite)”. Davvero un problema, visto che secondo la ricerca “il potenziale risparmio totale derivante dall’adesione alle raccomandazioni dieta mediterranea sarebbe di circa 105 megatonnellate di CO2”.Dunque, se è chiaro che la produzione alimentare globale incide fortemente sull’impatto ambientale – rappresenta il 21-37% del totale di emissioni di gas serra – e che una cattiva alimentazione condiziona la salute globale, un cambiamento dietetico verso sistemi alimentari più sostenibili sarebbe una misura efficace per ridurre i gas serra, elemento chiave inserito della nuova strategia dell’Unione europea e del Green Deal europeo per decarbonizzare il continente entro il 2050.

    Lo studio

    Per esaminare cosa ha comportato in termini di sostenibilità ambientale aver deviato dagli obiettivi sanitari e ambientali della dieta mediterranea, i ricercatori hanno utilizzato la carbon footprint, l’impronta di carbonio, un indicatore dell’impatto ambientale che si basa sulla stima della quantità di gas nocivi per il clima espressi in chilogrammi di anidride carbonica equivalente emessi da un individuo o da una qualsiasi attività di origine antropica.

    World Food Prize

    Premiata la scienziata Nasa che studia come l’agricoltura deve adattarsi al cambio climatico

    06 Maggio 2022

    Sono stati 3449 gli alimenti per i quali è stata analizzata l’impronta di carbonio confrontando i modelli dietetici dei sette Paesi mediterranei con gli altri 21 stati dell’Ue utilizzando il 2017 come anno di riferimento. Lo studio ha poi messo a confronto un piano di dieta mediterranea settimanale “ideale” con il “reale consumo alimentare” dei cittadini mediterranei dell’Unione europea. 

    Dieta ideale e consumi reali

    A questo punto, applicando per ogni singolo alimento il suo valore di carbon footprint, si è valutata la sostenibilità climatica della dieta mediterranea e si è ottenuto un valore di 2,49 chilogrammi CO2 pro capite. “Abbiamo quindi valutato che l’adesione di un cittadino medio al modello di dieta mediterranea porterebbe a un impatto giornaliero pro capite di 2,31 chilogrammi CO2 in accordo con l’impatto stimato dei gas serra contenuto nelle raccomandazioni dietetiche EAT-Lancet, a conferma dell’importante ruolo che questo sistema alimentare potrebbe svolgere nel contribuire agli obiettivi di mitigazione”.Questo nella dieta ideale, poi c’è quello che davvero arriva sulle tavole dei cittadini che dovrebbero in teoria seguire un regime alimentare più sostenibile. “Al contrario – scrivono i ricercatori – la nostra analisi degli effettivi modelli di consumo alimentare mostra che i cittadini mediterranei sono lontani da questo obiettivo dietetico ideale emettendo, in media, circa 4,46 chilogrammi di CO2 pro capite, che è quasi il doppio del valore giornaliero atteso dal modello dieta mediterranea ideale. Inoltre, la media giornaliera di emissioni di gas serra era paragonabile a quella degli altri cittadini dell’UE che è 4,03 chilogrammi CO2 pro capite”.

    Il confronto

    Chiaro che confrontando i modelli di consumo alimentare dei due gruppi, le sorprese non mancano. Un esempio? Tra i Paesi mediterranei e gli altri “non ci sono differenze sostanziali in termini di alimenti a più alte emissioni: carne di manzo, carne ovina e formaggio. Mentre le emissioni di gas serra prodotte dal consumo di pollame sono comparabili, i Paesi mediterranei hanno mostrato maggiori emissioni dal consumo di carne di maiale e pesce”.Complessivamente, l’eccesso di proteine animali è stato del 70% del totale (di 1,8 chilogrammi di CO2), con la sola carne rossa che rappresenta il 56%. Chiara la deviazione delle abitudini alimentari reali dei Paedi mediterranei dal modello ideale. Il basso consumo di carne è uno dei pilastri della dieta mediterranea, considerato uno dei motivi principali della longevità dei popoli mediterranei.

    Consumo di carne

    Nel 2017 il consumo totale di carne dei cittadini mediterranei ha raggiunto 86 chilogrammi pro capite, più del triplo del consumo di carne stimato nel 1960. Si legge nello studio: “Questo aumento ha coinciso con un drammatico aumento di emissiomi pro capite dal consumo di carne nei paesi mediterranei erano già al di sopra dei valori emissioni stimate per gli altri Pesi europei. Solo di recente i due gruppi hanno iniziato a convergere. A questo proposito, l’adesione alla dieta mediterranea sarebbe ancora più vantaggiosa per gli obiettivi climatici, poiché il cibo fresco locale e tradizionale costituisce la base della preparazione del cibo mediterraneo”. Eco sostenibile, salutare e anche con un occhio anche alla tutela della biodiversità. LEGGI TUTTO

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    Scienza e sostenibilità al servizio del benessere

    Attenzione e rigore in termini di igiene e pulizia, a seguito dello scoppio della pandemia da Covid-19, hanno modificato le proprie abitudini. In uno scenario di profondo mutamento si è riscontrata una crescente cura per quel che concerne l’igiene personale che ha portato a lavare e igienizzare le mani più volte al giorno, ma non solo. In realtà sia negli ambienti domestici che in quelli lavorativi e pubblici l’igienizzazione e la sanificazione sono risultate pratiche necessarie per la tutela di chi fruisce di questi spazi.

    Rispondere alle esigenze dell’abitare rientra tra gli obiettivi perseguiti da Iris Ceramica Group, azienda specializzata in superfici ceramiche di alta gamma che, nel corso dei suoi 60 anni di attività, facendo leva sul suo spirito innovatore, ha sempre ricercato materiali e tecnologie all’avanguardia in grado di coniugare innovazione, bellezza e sostenibilità. Dopo anni di accurate ricerche scientifiche, in collaborazione con il Dipartimento di Chimica dell’Università degli Studi di Milano, ha rivisitato gli iconici materiali portandoli a un livello superiore, soprattutto in termini di performance: nascono così le superfici Active Surfaces®. Messe a punto nel 2009 e poi perfezionate nel corso degli anni, queste lastre ceramiche eco-attive, completamente riciclabili, sono prodotte all’interno di stabilimenti a Zero Emissioni utilizzando materiali riciclati (40%). LEGGI TUTTO

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    La sfida dell'agricoltura: produrre di più impattando meno sull'ambiente

    Soddisfare la crescente domanda senza impattare sulla salute della Terra. È questa la sfida epocale che ha oggi davanti l’agricoltura in un contesto difficilissimo. Solo nell’Ue, la metà dei terreni ha colture dipendenti da impollinatori in declino, la siccità costa ogni anno almeno 9 miliardi di euro e a livello globale le rese continuano a […] LEGGI TUTTO

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    L'ombrellone cattura il sole di giorno e illumina di notte, grazie a un tessuto tech

    Chiudete gli occhi e immaginatevi un tessuto per esterni a energia solare che crea ombra di giorno e fa luce di notte. Non è un sogno. Si chiama LumiWeave, ed è stato creato da Anai Green, una designer industriale israeliana che ha vinto uno dei quattro premi della Women4Climate Tech Challenge 2020.  Il sistema off-grid combina […] LEGGI TUTTO

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    Paola Gianotti: “Bici e difesa della Natura, binomio perfetto”

    “Che sia in sella a una mountain bike, una gravel o una bici da strada, la mia preferita, il contatto tra un ciclista e la natura è sempre molto stretto”. Lo sa bene Paola Gianotti, ultra-ciclista, life coach e quattro volte Guinness World Record, che nella natura ci si è immersa in ogni sua impresa sulle due ruote. Da qualche tempo a questa parte anche con una nuova esigenza: quella di tutelare il Pianeta.
    Nata a Ivrea nel 1981, nel 2014 Gianotti ha mollato il suo lavoro da consulente finanziaria e ha deciso di sfidare il Guiness dei primati per diventare la donna più veloce ad aver fatto il giro del mondo in bici. “Non era quella la vita che volevo e potevo cambiarla solo facendo qualcosa di davvero importante”, racconta. “Così ho coniugato le mie grandi passioni, lo sport e la bici. E sono partita”. Oltre 29mila chilometri in sella alla sua compagna di avventura a due ruote, 144 giorni in tutto, e un brutto incidente, che l’ha costretta a interrompere l’impresa per tre mesi. Una frattura alla quinta vertebra cervicale che poteva costarle le gambe, non solo la bici, da cui invece si è ripresa più forte e determinata che mai. Ha dato vita a un’associazione per la tutela dei ciclisti e ha legato le sue imprese a obiettivi sociali, come il giro degli Stati Uniti con cui ha comprato un centinaio di biciclette per le donne in Uganda o la pedalata di 12 ore da casa durante il lockdown per donare oltre 10mila mascherine all’ospedale di Ivrea e al Regina Margherita di Torino.GLI SPEAKERPoi la svolta ambientalista. “L’anno scorso ho sentito l’esigenza di cambiare le mie abitudini. Sono diventata vegetariana, compro meno, meglio e possibilmente a chilometro zero, uso la bici al posto della macchina anche per i piccoli spostamenti quotidiani”. Una nuova consapevolezza che si è unita a una predisposizione innata. “Sono sempre stata legata alla natura, nei miei viaggi preferivo i deserti e le montagne all’architettura”. Grazie a tutte le sue imprese Gianotti ha avuto modo di toccare con mano il cambiamento climatico. “Anche nella mia Ivrea non nevica quasi più e i ghiacciai sono sempre più piccoli”. Prima è andata da Roma a Milano in bici per parlare di mobilità sostenibile allo Youth4Climate.Poi, quando alla Cop26 di Glasgow hanno sottolineato la necessità di piantare miliardi di alberi entro il 2030, è arrivata l’idea. “Volevo essere d’esempio e ho iniziato a farlo”, racconta. Così ha preso vita l’ultima sfida, quella che a febbraio 2022 l’ha portata da Stoccolma a Milano, pedalando 2.200 chilometri attraverso Danimarca, Germania, Francia e Svizzera per incontrare persone che si prendono cura del Pianeta (Greta Thunberg compresa) e piantare 2022 alberi lungo il percorso. “Sono molto soddisfatta di come è andata”, racconta con l’entusiasmo che la contraddistingue. “Le persone che ho incontrato si sono rivelate molto attente. Si sono prese cura delle piante che ho regalato loro come se fossero bambini, i loro, e mi hanno mandato le foto. Questo mi dà grande speranze per il futuro: le cose possono essere cambiate”.IL PROGRAMMAFare un’impresa sportiva che si lega alla tutela ambientale non è sempre facile. Tra i suoi colleghi ciclisti in tanti hanno deciso di sfidare il gelo. Come Omar Di Felice, ultracyclist romano di 40 anni ed ex ciclista professionista con il mito di Marco Pantani, che come ultima sfida ha percorso 4000 chilometri al Polo Nord. O Stefano Gregoretti, nato a Rimini nel 1974, e Dino Lanzaretti, vicentino classe 1977, e la loro Siberia 105, la spedizione di che li ha portati dal villaggio con il record di temperatura più bassa fino a quello con la più alta, attraversando l’Artico con uno sbalzo termico di ben 105 °C. “Lascio a loro fare le imprese al freddo. Io sono più per il caldo”, ride Gianotti. “Alla fine però ogni impresa che mi mette alla prova mi piace”. E, ragionando a voce alta, si spiega così il perché i ciclisti, anche amatoriali, si impegnino tanto per il Pianeta: “Nella ricerca della natura trovi te stesso. Tutelarla è come prendersi cura di sé. Né più, né meno”.DOVE E QUANDOCiclismo e NaturaIl 5 giugno dalle 20 l’ultra-ciclista sarà sul palco piscina dei Bagni misteriosi del Teatro Parenti LEGGI TUTTO

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    Giuseppe Sala immagina la Milano a impatto zero

    Mezzi pubblici completamente elettrici entro il 2030, con il goal decisivo di una città che, rispondendo alle disposizioni europee, sia carbon neutral nel 2050. E poi: una percentuale di rifiuti riciclati del 75% nel 2028 e tre milioni di alberi piantati in tutta la Città Metropolitana in meno di dieci anni. Obiettivi ambiziosi, quelli della Milano green di Beppe Sala, su cui il Comune sta lavorando con strumenti trasversali: si va dai fondi per il Pnrr alle regole urbanistiche del Piano di governo del territorio, dalle Ztl ormai sempre più diffuse al Piano Aria Clima approvato qualche mese fa dall’aula di Palazzo Marino.

    Progetti, tanti, ma anche messaggi politici e date simboliche. Tutto puntellato dalle difficoltà che il capoluogo lombardo, immerso nell’inquinata Pianura Padana, ha nel debellare le polveri sottili che ogni anno, come denuncia Legambiente, sforano i limiti consentiti.Da tempo Milano ragiona in ottica di sostenibilità, anche come parte attiva di diversi network internazionali: uno su tutti C40, la rete globale delle città impegnate sul fronte del climate change. E ha anche vinto l’Earthshot Prize del principe William con gli hub antispreco. Ma è dal 2019, cioè quando il Consiglio comunale votò la dichiarazione di emergenza climatica chiesta da Friday for Future, che la transizione ecologica è un’ossessione di Sala e della sua giunta. Tanto che qualche mese dopo, a luglio, il sindaco, che nel 2021 ha anche aderito ai Verdi europei, istituì un assessorato alla Transizione ambientale. Delega trasversale che punta a una rivoluzione verde a medio e lungo termine. Il capitolo più importante, che poi è quello con più risorse a disposizione, è la mobilità. Ad oggi, tramite il Pnrr, sono arrivati più di 400 milioni di euro (oltre 700 se si considera tutta la Città Metropolitana) da impiegare per il rinnovo delle flotte di autobus, per il completamento di tramvie e linee della metropolitana e per allargare la rete delle piste ciclabili.IL PROGRAMMAEd è proprio il capitolo trasporto pubblico che fa di Milano, secondo un report di Legambiente, la capitale italiana della mobilità a zero emissioni: in città il 76% delle vetture per il trasporto pubblico – tram, metropolitane e autobus – è a trazione elettrica. I bus elettrici oggi sono 170 su un totale di 1.200 mezzi: a questi se ne aggiungeranno altri 75 tra quest’anno e il 2023 per arrivare al full electric entro il 2030. Sempre nell’ambito della lotta al traffico e alle polveri sottili, nel febbraio del 2019 è stata introdotta Area B: si tratta di una delle Zone a traffico limitato più grandi d’Europa e copre in pratica tutta la superficie comunale. Quasi 200 telecamere, puntate su altrettanti varchi, vigilano sull’ingresso in città dei mezzi più inquinanti per i quali stanno scattando divieti progressivi anno per anno. Per disincentivare l’utilizzo delle auto private il Comune sta anche progettando in tutti i quartieri aree dove non si può marciare a più di 30 chilometri all’ora.C’è infine un piano a lungo termine della Città Metropolitana – si chiama Biciplan Cambio – che punta alla realizzazione entro il 2035 di 750 chilometri di piste ciclabili che uniranno Milano con tutti i comuni dell’hinterland. Fa parte degli obiettivi a lungo termine – parliamo del 2030 – il Piano Aria Clima recentemente approvato dal Consiglio comunale. Un documento programmatico in cui sono illustrate diverse azioni da mettere in campo per la Milano green: pannelli fotovoltaici da installare sugli edifici pubblici, la progressiva eliminazione delle caldaie a gasolio, aumento della quota di rifiuti riciclati al 75% (ora è al 63%), incremento delle Zone 30, programmi di depavimentazione e riforestazione urbana. A questo proposito è attivo dal 2018 il progetto Forestami, promosso da diversi attori istituzionali e guidato, nel suo comitato scientifico, dall’architetto del Bosco Verticale, Stefano Boeri: il traguardo è piantare 3 milioni di nuovi alberi entro il 2030 (oggi siamo a 330 mila).GLI SPEAKERGli interventi previsti sul piatto sono molti, il punto è capire se i tempi previsti saranno rispettati e se gli obiettivi a lungo termine saranno raggiunti con piccoli step concreti e misurabili a breve. A vigilare sulla realizzazione delle tante ambizioni ci sono non soltanto le associazioni ambientaliste, ma anche il gruppo dei Verdi in Consiglio comunale, guidato dall’ex assessore regionale e storico attivista Carlo Monguzzi. La mira è una: far sì che il sogno green, a Milano, non resti solo sulla carta. LEGGI TUTTO

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    Green City Network, cosa fanno le città italiane per la neutralità climatica

    Guardando agli obiettivi per il 2030, le città italiane dovranno fare molto di più rispetto al passato. Lo sostiene il rapporto “L’impegno delle città verso la neutralità climatica”, a cura del Green City Network della Fondazione per lo sviluppo sostenibile in collaborazione con e il Gestore dei Servizi Energetici (GSE), presentato al Festival di Green&Blue. Si tratta di un’indagine su oltre cento città, fra le quali Napoli, Firenze, Roma, Torino, Milano, Bologna, Venezia e Trieste, che non ha la pretesa di rappresentare il Paese su base statistica ma che fornisce comunque alcune indicazioni. 

    Le città italiane stenterebbero a imboccare la strada della neutralità climatica. Anche se ci sono progressi: l’85% ad esempio aderisce al Patto dei sindaci per l’energia e il clima, introdotto dalla Comissione europea dopo l’adozione del Pacchetto europeo su clima ed energia nel 2008; il 90% intende incrementare il verde urbano per assorbire la CO2; altrettante hanno progettato interventi per la mobilità sostenibile. Ma ci sono molti ritardi nell’utilizzo delle fonti rinnovabili, nel risparmio energetico, nei piani per l’adattamento ai cambiamenti climatici, nell’obiettivo della neutralità climatica al 2050, fissato da solo il 4% delle città. Soprattutto la maggioranza delle città non è in grado di valutare i risultati in materia di taglio delle emissioni.Ne discutono, il 6 giugno dalle 15 al Teatro Franco Parenti di Milano, Edo Ronchi (presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile), Andrea Ripa di Meana (amministratore unico del Gse), Francesco La Camera (direttore di Irena) e Fabrizio Tucci (direttore dipartimento Pdta della Sapienza Università di Roma). Insieme sindaci e assessori di 15 città italiane: Beppe Sala (Milano), Roberto Gualtieri (Roma), Matteo Lepore (Bologna), Dario Nardella (Firenze), Giorgio Gori (Bergamo), Federico Pizzarotti (Parma), Matteo Ricci (Pesaro), Matteo Biffoni (Prato), Massimo Medri (Cervia), Pietro Arca (Sorradile), Paolo Mancuso (assessore, Napoli), Matteo Campora (assessore, Genova), Cristina Amirante (assessore, Pordenone), Roberta Frisoni (assessore, Rimini), Loris Sartore (assessore, Aosta).

    DOVE E QUANDOLa città del futuro e la sfida della neutralità climatica(in collaborazione con il Green City Network e GSE SpA) Presentazione dell’Indagine conoscitiva sull’impegno delle città verso la neutralità climatica con Edo Ronchi (presidente Fondazione per lo sviluppo sostenibile), intervengono Andrea Ripa di Meana (amministratore unico GSE SpA) e Francesco La Camera (direttore generale International Renewable Energy Agency), con Jaime D’AlessandrLe best practice europee per la neutralità climatica con Fabrizio Tucci (direttore del dipartimento PDTA – Sapienza Università di Roma)Intervengono i sindaci Beppe Sala – (Milano), Giorgio Gori (Bergamo), Matteo Lepore (Bologna), Massimo Medri (Cervia), Dario Nardella (Firenze), Federico Pizzarotti (Parma), Matteo Ricci (Pesaro), Matteo Biffoni (Prato), Roberto Gualtieri (Roma), Pietro Arca (Sorradile) e gli assessori Loris Sartore (Aosta), Matteo Campora (Genova), Paolo Mancuso (Napoli), Cristina Amirante (Pordenone), Roberta Frisoni (Rimini). LEGGI TUTTO

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    Jeremy Rifkin: “È sbagliato puntare sulle risorse fossili”

     

    “Questa non è soltanto la prima guerra digitale, la prima in cui la comunicazione conta quanto quel che accade sul campo di battaglia, ma anche l’ultima guerra dell’era dei combustibili fossili. È un sovvertimento dell’ordine costituito che, nell’orrore generale per quello che sta succedendo, dobbiamo considerare con attenzione”. Jeremy Rifkin, peculiare e poliedrica figura di economista, attivista e perfino un po’ filosofo, ormai punto di riferimento per la transizione ecologica mondiale, sarà uno degli ospiti del Festival di Green&Blue. In quest’intervista fa il punto sulla “Terza rivoluzione industriale”, tema che lanciò per la prima volta qualche anno fa come voce narrante di uno dei documentari Life collection girati da David Attenborough per la mitica Bbc Natural History Unit.

    Professore, non c’è il pericolo che, proprio perché è in corso una guerra così sentita in tutto il mondo, l’attenzione e soprattutto le risorse economiche siano trasferite dalle necessità della transizione ecologica a quelle belliche?

    “Se accadesse sarebbe un grave errore. Ma ritengo che la coscienza della sfida contro i cambiamenti climatici è lì, intatta. Proprio gli avvenimenti di questi tragici giorni ce lo ricordano. Il mondo ha combattuto troppe volte per le risorse minerarie di energia, dalla seconda guerra mondiale che aveva all’origine anche la disputa fra Francia e Germania sulle ricchezze del carbone, fino alle tante guerre del Medio Oriente. Anche ora l’energia è un elemento centrale: la guerra andrà in una direzione o nell’altra se l’Europa varerà un embargo su gas e petrolio russi. Direi che il punto fermo è che le risorse fossili non devono più guidare i comportamenti dell’uomo”.

    Un embargo sarebbe più facile se non si fossero accumulati ritardi nella transizione?

    “Sì, e questo non mi stupisce tanto per l’America, dove la lobby petrolifera resta forte, quanto in Europa, dove esiste una profonda consapevolezza ambientale. Il Green New Deal varato da Bruxelles, alla cui preparazione ho avuto l’onore di collaborare su invito della Commissione, è un progetto fantastico, e il NextGen EU è lì apposta per finanziarlo. I Paesi dell’Unione devono stare attenti a non perdere l’occasione, che è irripetibile”.

    È un memento rivolto soprattutto all’Italia, la cui burocrazia brilla in Europa per inefficienza?

    “Diciamo che avete avuto dalla commissione una responsabilità in più: con 200 miliardi da spendere su 750 totali nell’Ue, la gran parte dei quali da destinare alla transizione digitale ed ecologica, avete il compito di guidare l’intero continente, o almeno la parte eridionale, verso un mondo più vivibile, sostenibile, resiliente. Per fare tutto questo, spero che i governanti si ricordino che gli investimenti vanno fatti entro il 2024”.

    I due concetti, digitale ed ecologico, sono per lei strettamente connessi, non è vero?

    “Certamente. Sulla loro interazione si basa tutta la terza rivoluzione industriale, decisiva per l’umanità: dopo quella del vapore dell’800, quella del petrolio all’inizio del ‘900, questa che è a portata di mano sarà ancora più innovativa e migliorativa delle condizioni di vita, tutta basata sulle tecnologie di rete: per la comunicazione, per lo scambio di energia, per far andare le fabbriche, per favorire la circolazione delle auto elettriche”.

    È sicuro che tutto questo sia “a portata di mano”?

    “Se c’è la volontà politica, è questione di pochi anni. Un watt di energia elettrica da fonte solare costava 78 dollari negli anni ’70, ora costa 40 centesimi, ancora meno se a comprare grossi quantitativi sono le stesse utilities che non trovano più conveniente investire in risorse fossili. Non c’è più nessun motivo per puntare sugli idrocarburi: non a caso i fondi pensione, le società assicuratrici, le banche d’investimento, cercano solo titoli ‘verdi’”.

    Tornando all’America, è vero che Biden ha rinviato il suo Green New Deal perché doveva dare priorità all’invio di armi all’Ucraina?”Perché si stupisce? Non le ho appena detto che gli Stati Uniti sono il Paese al mondo in cui la lobby petrolifera, e altre lobby industriali, sono più forti?”. LEGGI TUTTO