1 Giugno 2022

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    Quanta plastica mangia il pesce persico? Gli esperti hanno misurato le microplastiche nei laghi

    Misurano meno di cinque millimetri, ma riescono a mettere a rischio intere specie vegetali e ittiche. Fanno male alla salute perché provengono dalla frantumazione dei rifiuti dispersi nell’ambiente, ma possono essere anche un rifiuto primario, come nel caso di pellet industriale, fibre tessili dalle lavatrici o microsfere utilizzate nella cosmesi. Sono le microplastiche sparse nell’acqua, ossia particelle di sostanze tossiche talmente abbondanti da condizionare pesantemente non solo l’ecosistema marino, ma anche quello lacustre e fluviale. E influire sulla salute delle specie ittiche e, attraverso il loro consumo, per l’uomo. E se delle microplastiche nei mari sappiamo molto, su quelle che inquinano laghi e fiumi un po’ meno. 

    Il primo studio nel lago Maggiore, Iseo e Garda

    Ad accendere un faro su quanto nei laghi italiani stiano mettendo in pericolo la biodiversità, ma anche la qualità dell’acqua, sono tre studi condotti da un team di ricercatori di Enea e Cnr in collaborazione con Goletta dei Laghi e Legambiente e resi pubblici in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, il 5 giugno. Il primo studio prende in esame i grandi laghi subalpini del Nord Italia, Maggiore, Iseo e Garda dove le analisi condotte insieme a Legambiente hanno mostrato la presenza dominante di frammenti di plastica (circa il 74%), di palline di polistirolo (quasi il 20% del totale) di polietilene (45%) e polipropilene (15%). “Le concentrazioni più elevate sono in prossimità di input fluviali e restringimenti del bacino idrico – spiega Maria Sighicelli del Laboratorio Biodiversità e Servizi ecosistemici di Enea che continua – nei tre laghi, c’è un’abbondanza di microplastiche media per km2 rispettivamente di 39mila, 40mila e 25mila simili solo a quelli riscontrati in alcuni grandi laghi americani e in alcuni laghi svizzeri”.

    La ricerca

    Microplastiche anche nella neve e sulle Alpi. Un progetto salva la montagna dall’inquinamento

    di

    Franco Borgogno*

    03 Marzo 2022

    Il secondo studio: Trasimeno, Bracciano e Paola

    Nel secondo studio, si è aggiunta la collaborazione dell’Istituto di Ricerca sulle Acque (Irsa) del Cnr di Roma (Irsa-Cnr) e oltre ai laghi Iseo, Como, Maggiore e Garda sono stati indagati il Trasimeno in Umbria e quelli di Bracciano e di Paola nel Lazio. L’obiettivo è stato analizzare i biofilm batterici associati alle microplastiche, la cosiddetta platisfera. In pratica quella massa di batteri, alghe e virus che si forma sulla superfice dei rifiuti provenienti dalla plastica. Un insieme di comunità microbiche di solito racchiusi da una sostanza dalla consistenza gelatinosa. Che vediamo galleggiare sulla superficie dell’acqua.

    Spiega Francesca Di Pippo dell’Irsa-Cnr di Roma: “Attraverso tecniche di biologia molecolare e di microscopia a scansione laser è stata indagata la struttura della platisfera, differente per ogni lago. Così è stata evidenziata la presenza di batteri coinvolti nei processi di biodegradazione delle plastiche, mentre sono tuttora in corso studi volti alla comprensione dei meccanismi di adesione dei microrganismi alle microplastiche, dei processi di biodegradazione e del ruolo delle microplastiche come veicolo di trasporto e di  diffusione di geni di resistenza agli antibiotici, di microrganismi patogeni e/o microalghe tossiche per gli organismi acquatici e per l’uomo”. Insomma, un problema gravissimo non solo per pesci, uccelli e flora e non solo a causa degli additivi tossici della plastica, ma anche per quello che la platisfera può contenere, microorganismi potenzialmente dannosi anche per la salute dell’uomo. Il veicolo sono i pesci che poi arrivano sulle tavole.

    Il terzo studio: cosa mangia il pesce persico

    A questo proposito c’è il terzo studio condotto dal team di ricercatori Enea con l’Irsa-Cnr di Verbania. Nel mirino: i rischi delle microplastiche per la salute delle specie ittiche e, attraverso il loro consumo, per l’uomo. In particolare, sono stati raccolti dati sull’ingestione di microplastiche da parte del pesce persico (Perca fluviatilis), una delle specie d’acqua dolce più diffusa e commercialmente sfruttata.

     “Dai laghi di Garda, Como, Orta e Maggiore abbiamo prelevato 80 esemplari di pesce persico per quantificare e analizzare le microplastiche presenti nel tratto gastrointestinale tramite analisi chimiche e morfometriche – sottolinea Silvia Galafassi dell’Irsa-Cnr di Verbania – nell’86% degli individui abbiamo trovato frammenti di derivazione antropica, con medie più basse nel lago di Como (1.24  1.04) e più alte nel lago di Garda (5.59  2.61). I polimeri più frequentemente trovati sono quelli che hanno largo impiego nell’industria – polipropilene, polietilene tereftalato (Pet), poliammide e policarbonato; inoltre nei pesci con un maggiore contenuto di microplastiche è stata riscontrata una più bassa frequenza di alimentazione, effetto che evidenzia come le microplastiche interferiscano direttamente con l’attività predatoria del pesce persico, come già evidenziato per altre specie”. 

    Il provvedimento

    La Salvamare è legge: i pescatori possono portare a riva la plastica recuperata nelle reti

    11 Maggio 2022

    Secondo le stime dell’Onu entro il 2050 saranno oltre 5 miliardi gli esseri umani a rischio di carenza di acqua pulita a causa di continui prelievi, inquinamento, cambiamento climatico, contaminazioni da metalli pesanti, sostanze tossiche ed anche in misura crescente microplastiche. Perché, malgrado l’acqua ricopra quasi il 70% del nostro pianeta, quella dolce superficiale, maggiormente utilizzata, rappresenta solo l’1,2% del totale. Ed è proprio questa piccola percentuale, necessaria per sostenere e nutrire 7,9 miliardi di persone. Quella parte così preziosa e così a rischio.  

    Gli studi:ENEA-Legambiente (“Environmental pollution”)ENEA-Legambiente-IRSS-CNR di Roma (“Water Research”)ENEA – IRSA-CNR di Verbania (“Environmental pollution”) LEGGI TUTTO

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    Bioplastiche compostabili, il riciclo raggiunge il 61% dell'Italia e ha già superato gli obiettivi di legge per il 2025

    Imprese consorziate cresciute da 6 a 202 in appena un anno, 330 gli organismi convenzionati per un totale di 3706 Comuni serviti, nei quali abitano oltre 36 milioni di persone, pari al 61% della popolazione italiana. Ancora: 38.400 tonnellate di imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile riciclate organicamente, pari al 51,9% degli imballaggi immessi sul mercato nello stesso periodo (74.000 tonnellate). Inoltre, grazie al contributo ambientale obbligatorio degli imballaggi in bioplastica, nel corso del 2021 sono stati riconosciuti corrispettivi economici ai convenzionati pari a 7,5 milioni di euro. Sono i numeri più rilevanti delle attività svolte nel corso del 2021 da Biorepack, il consorzio nazionale per il riciclo organico degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile.I dati sono contenuti nella relazione illustrata dal presidente di Biorepack, Marco Versari, durante l’assemblea dei consorziati che si è tenuta oggi a Milano.”Questi numeri, dopo appena un anno dalla nascita di Biorepack – ha commentato Versari – dimostrano quanto sia stato importante aver creato questo nuovo consorzio all’interno del sistema Conai per garantire un trattamento corretto all’innovativo comparto delle bioplastiche compostabili. In particolare, va salutato con soddisfazione il fatto che il dato sulla quantità di imballaggi riciclati rispetto all’immesso al consumo sia già oggi superiore rispetto all’obiettivo minimo di legge previsto per il 2025 (pari al 50%) e assai vicino a quel 55% fissato per il 2030″.Decisamente confortanti sono anche i numeri dei Comuni già coperti dalle convenzioni: “Ricordo – prosegue Versari – che l’Allegato Tecnico con Conai e con l’Anci che ha dato il via ufficiale alla possibilità di consorziarsi con Biorepackè stato firmato solo il 20 ottobre 2021. Segno tangibile di quanto il nostro consorzio venga percepito come un valido alleato nella gestione di questi materiali post-consumo, garantendo importanti risorse economiche ai Comuni e ai soggetti da loro delegati per la raccolta differenziata”.

    Mezzogiorno indietro nelle convenzioni

    Il focus sui 330 organismi convenzionati mostra che 209 sono rappresentati da Comuni (singoli o associati), altri 102 sono soggetti gestori deputati alla raccolta dell’umido urbano, 10 sono enti di governo del servizio rifiuti e 9 sono gestori di impianti di trasferenza o di riciclo organico.Significativa la distribuzione territoriale dei Comuni finora coperti dalle convenzioni firmate con Biorepack: arrivano al 79% del totale nel Nord Est, 50% nel Nord Ovest, 49% nel Centro. Più indietro la situazione per Sud e Isole, dove la copertura è rispettivamente del 29% e 14%. Al 31 dicembre 2021 avevano fatto richiesta di convenzionamento il 67% dei capoluoghi di provincia italiani. LEGGI TUTTO

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    Una tela bianca di 530 metri da dipingere tutti assieme per la pace

    Pace, arte e natura. Il 2 giugno 193 persone dipingeranno su una tela di 530 metri i colori delle bandiere dei 193 paesi Onu. Mezzo chilometro di tela bianca immersa nel verde della natura fino alla cima della Montagnola del Monte San Bartolo, che simbolicamente viene definita il  “tetto del mondo”. Qui un grande tronco bianco e un ulivo secolare, segni del passato e futuro, faranno da scenografia al lancio di sette colombe che voleranno verso la libertà. La performance, unica al mondo, per dare un forte segnale per una pace senza confini farà parte dell’Ecofest Experience, manifestazione internazionale sull’eco-sostenibilità in programma fino al 5 giugno. “Quattro giorni per noi, molti di più per la Terra” è lo slogan dell’evento, organizzato dall’ong Fondazione Oasi, in collaborazione con Oikos.

    L’Oasi sulla Riviera San Bartolo rappresenta un’area di alto valore naturalistico di 250.000 metri quadrati, la prima collina da Trieste verso sud, con vista mozzafiato sulla costa Adriatica. Un “paradiso terrestre” dove è nata lo scorso anno è nata la Fondazione Oasi, con lo scopo di trasmettere i valori della sostenibilità per un mondo più attento e rispettoso delle persone e dell’ambiente.

    La prima giornata dedicata alla pace avrà inizio alle ore 9 con diverse attività Yoga, olistiche, ricreative, che anticiperanno l’evento principale delle ore 16, durante la quale ogni partecipante potrà contribuire al completamento della tela bianca scrivendo un proprio messaggio di pace, fra le bandiere dipinte dagli artisti.Al centro dell’evento l’arte come forte veicolo espressivo della cultura di una pace senza confini affinché le persone, con comportamenti e azioni consapevoli, possano creare una convivenza senza contrasti tra i popoli di tutto il mondo, dove le parole siano davvero la sola e unica soluzione a ogni tipo di conflitto e problema. È questo il messaggio che intende trasmettere la Fondazione Oasi, creata dall’imprenditore Claudio Balestri, impegnato nel sociale e nel rispetto per le persone e per l’ambiente. 

    La giornata proseguirà anche al tramonto: alle ore 20 la performer Francesca Guidi, darà vita a un’esibizione di body painting, dipingendo con i colori ecologici Oikos la bandiera della pace sul corpo di sette modelli e modelle di diverse nazionalità. Il tutto accompagnato dalla musica dell’Orchestra sinfonica G. Rossini di Pesaro che intonerà le note dell’inno nazionale accompagnate dalla voce di tre tenori. 

    Alle ore 22 la serata si concluderà con l’Experience under the Stars: un’osservazione dell’universo, in compagnia degli Astrofili di Pesaro. La partecipazione è gratuita, basta registrarsi. LEGGI TUTTO

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    La posidonia di Shark Bay è la più grande pianta al mondo. E può aiutarci a salvare il mare

    Le piante hanno risorse e capacità per sopravvivere e colonizzare nuovi ambienti che non sono meno straordinarie di quelle degli animali. E la prateria di posidonia oceanica di Shark Bay, in Australia, sembra l’emblema di queste straordinarie mobilità ed adattabilità: due specie strettamente imparentate si sono ibridate e hanno creato un superorganismo, la cui crescita ed espansione sembra inarrestabile, tanto da essere etichettato dagli scienziati come la pianta più grande del mondo.

    I ricercatori dei istituti di biologia marina e di scienze degli oceani dell’Università Western Australia hanno infatti scoperto che la prateria di Posidonia australis di Shark Bay, nell’Australia occidentale, si è sviluppata a partire da un’unica pianta ibrida e si è poi estesa per più di 180 chilometri, diventando un organismo incredibilmente resistente e antico, tanto che si stima abbia almeno 4.500 anni.

    Biodiversità

    “In laboratorio insegniamo alla Posidonia a resistere”

    di

    Pasquale Raicaldo

    26 Marzo 2021

    Per arrivare a questa conclusione (lo studio è pubblicato su Proceedings of the Royal Society Biological Science), gli scienziati hanno compiuto analisi genetiche sulle piante della baia, scoprendo che una parte di loro era un clone della Posidonia australis, che però aveva 40 cromosomi invece dei 20 tipici. L’anomalia fa dunque ipotizzare che per metà questi cromosomi provengano dalla Posidonia australis e per metà da una specie sconosciuta. Proprio questa seconda metà avrebbe fornito un grande vantaggio in termini di sopravvivenza, dato che questo ibrido è diventato predominante in tutte le 10 praterie di posidonia esaminate nella baia, tranne una. Il clone sarebbe nato 4500 anni fa e ciò lo renderebbe uno degli organismi più antichi della Terra.

    Una speranza per proteggere la posidonia

    La scoperta va ben oltre la curiosità di inviduare una pianta così grande e così antica. La posidonia è uno degli elementi vitali degli ecosistemi marini, perché supporta una vasta gamma di fauna, fornendo habitat, riparo e cibo. Sia negli oceani, sia nel nostro Mediterraneo, le praterie di questa pianta sono l’habitat di specie protette e minacciate come il cavalluccio marino, i piccoli pinguini, le tartarughe verdi, i pesci ago e le sardine e di specie ad alto valore commerciale.

    Indispensabile è anche la sua funzione di filtro dell’acqua, della quale protegge la qualità filtrando, rimuovendo e riciclando i nutrienti. Le sue radici, poiché è una pianta fanerogama, stabilizzano i sedimenti sul fondo marino e, non ultimo, ha una importanza enorme per la riduzione dell’anidride carbonica nell’atmosfera, poiché le sue foglie utilizzano il carbonio per crescere e alla fine vengono sepolte nella sabbia quando muoiono. Si tratta di un esempio di “carbonio blu”: un elemento che si trova nei fondali marini e che non è più un gas a effetto serra nell’atmosfera.

    Biodiversità

    Il team che coltiva la posidonia in una vasca: “Nei fondali dell’Elba ricrescerà grazie alla bioplastica”

    di

    Valentina Venturi

    29 Gennaio 2022

    Da tempo scienziati di tutto il mondo studiano soluzioni alla progressiva perdita di posidonia. In Australia, per esempio, la varietà australis è in molte aree ridotta a piccole e frammentate popolazioni a rischio di sparizione. A minacciare la sopravvivenza di queste praterie essenziali per la vita del mare ci sono la costruzione di strutture sulla battigia, come moli, pontili e aree di ormeggio, che causano l’ombreggiamento, il dragaggio e i danni causati da ancore, eliche di imbarcazioni, ormeggi e altre attività legate alla nautica, l’aumento dei sedimenti nei corsi d’acqua, che possono soffocare le fanerogame e bloccare la luce, il calpestio delle praterie di fanerogame da parte dell’uomo e degli animali domestici, eventi meteo estremi. Non ultimo, il cambio climatico, che con l’innalzamento delle temperature e l’aumento appunto di eventi meteo estremi modifica qualità dell’acqua e livelli di salinità.

    I protagonisti

    Generazione Oceano: studiare il mare per salvare il Pianeta

    di

    Paola Rosa Adragna

    21 Marzo 2022

    Un ibrido che si adatta al cambio climatico

    Molti tra i progetti per il ripristino delle praterie di posidonia si concentrano su come seminare le piante. Ma l’ibrido resistente di Shark Bay lascia aperta l’esplorazione a diverse soluzioni: “Ciò che rende questa pianta unica rispetto ad altri cloni di fanerogame di grandi dimensioni, oltre appunto alla sua grandezza è che ha il doppio dei cromosomi rispetto ai suoi parenti oceanici, il che significa che è poliploide – osserva la biologa evoluzionista Elizabeth Sinclair, prima firmataria dello studio – La duplicazione dell’intero genoma attraverso la poliploidia, cioè il raddoppio del numero di cromosomi, -si verifica quando le piante “madri” diploidi si ibridano. La nuova piantina contiene il 100 percento del genoma di ciascun genitore, invece di condividere il consueto 50 per cento”.

    “Le piante poliploidi spesso risiedono in luoghi con condizioni ambientali estreme – continua la biologa -, sono spesso sterili, ma possono continuare a crescere se lasciate indisturbate, e questa fanerogama gigante ha fatto proprio questo. Anche senza una fioritura e una produzione di semi di successo, sembra essere davvero resiliente pur se sottoposta a un’ampia gamma di temperature e salinità, oltre a condizioni di luce estremamente elevata, che insieme sarebbero di solito altamente stressanti per la maggior parte delle piante”, conclude Sinclair. La ricerca futura si concentrerà proprio suI capire come l’ibrido sia riuscito ad adattarsi a condizioni così variabili e a Shark Bay sono già in corso numerosi esperimenti. LEGGI TUTTO

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    Il primo rapporto Censis-Green&Blue sulla transizione ecologica

    Su un punto tutti sembrano d’accordo: viviamo un tempo di grandi trasformazioni e segnato dalla domanda, diffusa, di un modello di sviluppo più inclusivo sul piano sociale, più rispettoso dell’ambiente naturale, più orientato alla tutela del futuro delle prossime generazioni. Le parole di moda hanno sempre un loro fascino, e anche la funzione di accendere e alimentare un dibattito sulla consapevolezza e la conoscenza di alcuni cambiamenti di grande e lunga portata. Non sempre hanno successo rispetto agli obiettivi, spesso corrono il rischio di diventare slogan con così tanti significati dal non averne alcuno, a volte segnano un’epoca.Dal baule delle parole la società internazionale ne ha estratte, da molti anni, alcune che ben si adattano alla funzione di accendere consapevolezza nell’opinione pubblica: transizione ecologica, ambientale, verde. In altri termini un’epoca che conduca al progressivo superamento di tutte le forme di logoramento dell’ambiente umano e naturale.A ben vedere, ogni epoca è epoca di transizione, sia che per transizione si intenda una fase intermedia di un processo più o meno lungo, sia che a questa parola si attribuisca il senso di rimessa in asse delle radici, dopo l’inebriante sradicamento della corsa verso il futuro. Una transizione, come parte di un processo e come ri-articolazione del significato dello sviluppo,  è una sorta di ri-metabolizzazione di quel che abbiamo dentro, di quel che abbiamo imparato o applicato, di quel che potremmo essere e ancora non siamo. Una sorta di premessa di uno sviluppo nuovo, che chiede tempo e costa fatica.Una transizione è, in estrema sintesi, un insieme complesso di punti di partenza e di traguardi; di lento lavoro nel porre nuove basi, pietra dopo pietra, passo dopo passo e di impossibile continuità; di risarcimento per gli errori del passato e di esplorazione del futuro. In ogni caso un’onda lunga della storia, che a volte sembra calma piatta.La tecnologia e l’impatto dell’umanità sull’ambiente

    La macchina, la tecnologia, ha prima liberato grazie alle energie naturali le lavoratrici e i lavoratori dalla fatica fisica, poi ha collaborato a impedire all’essere umano di commettere errori assumendo la possibilità di prendere decisioni in automatico e mettendo a disposizione dell’intuito e dell’intelligenza umana veri e propri cervelli artificiali e algoritmi via via più complessi e sofisticati. Industrializzazione, automazione, intelligenza artificiale sono state, e sono, transizioni profonde e hanno portato, e portano, a radicali trasformazioni delle società e delle nostre economie. Da alcune decine di anni le macchine, le tecnologie, l’intelligenza umana, la scienza, la ricerca sono impegnate alla conquista di una nuova frontiera: la drammatica riduzione, su scala mondiale, dell’impronta dell’attività umana sull’ambiente naturale. Non ci sono, come in ogni transizione, impegni o traguardi assoluti, solo il lento procedere, e molto dipende, come in ogni transizione, dalla capacità di coinvolgere le comunità, tutte, a partecipare in qualche modo consapevolmente alle trasformazioni in atto. E di renderle  preparate ad affrontare con animo maturo i grandi problemi suscitati dal progresso tecnologico e dallo sviluppo sociale.  

    Le aspettative degli italiani

    In ciascuna di queste grandi trasformazioni abbiamo assistito a innumerevoli dimostrazioni di quanto i problemi che comportano siano vivi, sentiti, scottanti e le soluzioni siano articolate, controverse, costose, prodromi ed esiti di antiche e nuove diseguaglianze territoriali. A partire dal costo sociale e ambientale che lo sviluppo accelerato delle tecnologie applica ai luoghi e alle persone.Le indagini svolte dal Censis e presentate con il 1° Rapporto sulla transizione ecologica permettono di tracciare i confini nella conoscenza e nelle aspettative che gli italiani ripongono sul processo di transizione ecologica e, allo stesso tempo, di definire una metrica del suo grado di avanzamento, basata su quanto è stato fatto negli ultimi anni rispetto ai grandi traguardi globali e, soprattutto, all’effettivo conseguimento dei più minuti risultati locali.
    La maggioranza degli italiani (61,5%), pur prevedendo per i prossimi anni una vera e propria accelerazione della transizione ecologica, ritiene che questo processo sia ancora troppo lento. Il 16,7% (che sale al 24,5% tra chi ha titoli di studi più bassi) è invece completamente pessimista. Non solo crede che non riusciremo a completare una vera e propria transizione ecologica, ma ritiene, inoltre, che proprio questa incapacità porterà conseguenze negative a tutta la popolazione.Eppure, la quasi totalità degli italiani (92,2%) è d’accordo nel ritenere necessari rapidi e drastici cambiamenti per affrontare l’emergenza climatica in corso negli ultimi anni, attribuendo il principale dovere di guidare questo cambiamento alle istituzioni internazionali (per il 34% degli italiani); alle imprese, che devono cambiare i processi produttivi (25,5%); ai cittadini (23,9%). La responsabilità dei singoli cittadini nel raggiungimento della transizione è relativa ai comportamenti di acquisto e di consumo e si riflette direttamente sui comportamenti quotidiani. Il 91,6% dichiara di acquistare preferibilmente elettrodomestici a basso consumo, il 90,1% di utilizzarli soltanto a pieno carico in modo da massimizzarne l’efficienza, il 73,4% di spegnere tv o pc quando non utilizzati, l’84,3% riduce la temperatura del riscaldamento o rinuncia al condizionamento in alcune stanze, arrivando, nel 77,7% dei casi, perfino a spegnere il riscaldamento nelle stanze meno usate. Infine, il 95,9% dichiara di spegnere sempre le luci negli ambienti non utilizzati.Numeri che segnano come una larga parte della transizione ecologica sia relativamente vicina al suo obiettivo: di consapevolezza diffusa che la trasformazione sia insieme pubblica e privata, tecnologica e di cultura individuale, di costo collettivo e di impegno personale.

    Il Green&Blue Index

    Analogamente il Censis ha definito un indice, anche su base territoriale, di transizione ecologica: il Green&Blue Index. L’indice è il prodotto di analisi effettuate utilizzando 26 indicatori articolati sulle 3 dimensioni che compongono il campo di azione complessivo della transizione: il grado di sviluppo nella transizione del contesto locale, della popolazione residente e delle imprese.

    Le prime due dimensioni premiano i risultati ottenuti scattando una fotografia della situazione attuale, la terza premia il percorso fatto dalle imprese dal 2016 e agli investimenti dedicati ai processi di transizione ecologica. L’analisi riguarda le 107 province/città metropolitane, a loro volta raggruppate in  quattro grandi gruppi in base alla dimensione demografica.Il punteggio del Green&Blue Index permette sia la comparazione della performance tra le province di dimensione simile sia la comparazione tra il punteggio raggiunto da ogni provincia con quello del benchmark rappresentato dalla “provincia ideale”, alla quale è attribuito un punteggio pari a 100, e che assume i valori migliori tra quelli osservati per ciascuno degli indicatori elementari considerati. In questo modo è possibile misurare non solo il progressivo miglioramento nel tempo delle comunità e dei territori più avanzati, ma anche la distanza da queste e la capacità di rincorsa e di inseguimento di quelle meno vivaci.Dai dati e dalle classifiche si vede come non solo la consapevolezza dei cittadini sulle grandi epocali trasformazioni sia in progressiva accelerazione ma lo sia anche la forza concreta dei processi locali di sviluppo. Segnale inequivocabile che la metabolizzazione della sensibilità sociale rapidamente  va rimettendo in asse le radici, segno di una transizione più avanti e più matura di quanto forse non avevamo immaginato. 

    (*Giorgio De Rita è Segretario nazionale del Censis) LEGGI TUTTO

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    Il trasporto aereo punta sui combustibili green

    Lo scorso anno l’Italia è stato il Paese europeo con il più alto numero di incendi. A dirlo è l’Italy for Climate (l’iniziativa italiana sul clima della Fondazione per lo sviluppo sostenibile) che evidenzia come il triste primato sia da attribuire al fenomeno dei cambiamenti climatici, una problematica percepita ormai come una vera e propria emergenza a livello globale. Basti pensare che il 2021 è stato il settimo anno consecutivo in cui la temperatura media terrestre è stata di oltre 1°C più alta della media del periodo pre-industriale. E per la Penisola va anche peggio se si considera che, secondo l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nel nostro Paese le temperature stanno crescendo a velocità doppia rispetto alla media globale. 

    Verso nuove rotte

    Dati che mostrano come sia necessario intraprendere nuove rotte a tutti i livelli della società, se non vogliamo andare incontro a un surriscaldamento che causerà fenomeni estremi sempre più frequenti, con conseguenze gravissime per la salute di persone e animali e per molte attività economiche. La consapevolezza tra persone e aziende è comunque ormai in crescita e a muoversi per dare il proprio contributo a favore dell’ambiente sono diversi settori industriali. Tra questi il trasporto aereo, uno dei più coinvolti dal tema e dunque finito per questo più volte sotto i riflettori negli ultimi anni.

    Secondo un recente studio dell’università di Oxford il settore è infatti responsabile per circa il 2,4% delle emissioni annue mondiali di CO2, mentre un recente studio pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters evidenzia che se la crescita dei viaggi nel trasporto aereo riprenderà a una velocità analoga al periodo pre-pandemia si avrà un aumento della temperatura di circa 0,1 ºC entro il 2050. Le compagnie aeree si stanno dunque attrezzando per favorire la decarbonizzazione del comparto. Secondo una ricerca condotta da Boston Consulting Group, queste ultime hanno ridotto il consumo di carburante del 2,3% all’anno nell’ultimo decennio, ma occorre accelerare ulteriormente per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero entro il 2050. 

    I combustibili green

    Un report del World Economic Forum (Wef) evidenzia a questo proposito le potenzialità dei Saf (Sustainable Aviation Fuel), combustibili prodotti da risorse sostenibili come oli usati e residui agricoli che consentono di ridurre le emissioni di CO2 dell’80% rispetto a quelli fossili tradizionali. Attualmente il loro utilizzo nell’aviazione è legato alla miscelazione con il carburante tradizionale, ma l’idea è di arrivare a utilizzarli in via esclusiva. Airbus, i cui aerei sono attualmente certificati per volare con una miscela solo fino al 50% di Saf con aggiunta di cherosene, ha ad esempio di recente sperimentato un volo alimentato esclusivamente con carburante Saf. E l’obiettivo della società è arrivare a ottenere la certificazione del 100% entro la fine di questo decennio.

    Secondo il World Economic Forum attualmente, però, solo lo 0,01% circa del consumo totale di carburante per aerei è di tipo sostenibile e l’attuale ritmo di crescita nell’utilizzo è ancora molto lontano dal livello ottimale per raggiungere gli obiettivi climatici globali. Tra le iniziative per incentivarne l’utilizzo è stato lanciato il “World Economic Forum Clean Skies for Tomorrow 2030 Ambition Statement”, una dichiarazione di intenti firmata da 100 organizzazioni che intende accelerare l’uso dei Saf, portandoli a rappresentare il 10% della fornitura globale di carburante nel trasporto aereo entro il 2030. 

    Coalizione internazionale

    Inoltre, più di 50 compagnie aeree si sono unite di recente alla First Movers Coalition (partnership pubblico-privato promossa dal Wef per decarbonizzare i settori industriali più inquinanti), con l’impegno di sostituire almeno il 5% del carburante utilizzato per i loro aerei con il Saf. Il report sottolinea anche che nuove strade nell’ambito dei combustibili sostenibili potrebbero essere aperte nell’aviazione dal Power-to-Liquid (Ptl), un tipo di carburante liquido ottenuto dall’elettricità rinnovabile. Tra le soluzioni più innovative, sottolinea il report, va annoverato anche l’uso dell’idrogeno che in futuro potrebbe essere utilizzato come carburante per i viaggi a medio e lungo raggio. Anche se, spiega il report, per veder volare un grande aereo passeggeri a idrogeno potrebbe essere necessario aspettare fino al 2030 e mettere in atto cambiamenti infrastrutturali.

    Il report del World Economic Forum si sofferma, inoltre, sul potenziale uso degli aerei elettrici, la cui limitata durata delle batterie potrebbe però circoscriverne l’utilizzo solo a voli brevi (massimo 600 km). Motivo per cui, conclude il report, il Saf rappresenta l’opzione migliore e più promettente per ridurre la maggior parte delle emissioni causate dai voli a lungo raggio fino al 2050. A patto, però di attuare investimenti in ricerca e sviluppo e politiche di sostegno anche da parte del settore privato che dovrebbe iniziare a cambiare il modo in cui viaggia per favorire una reale transizione energetica del trasporto aereo. LEGGI TUTTO

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    Non solo risparmio: con l'usato 5,6 tonnellate in meno di CO2

    Immaginate che per oltre un anno e mezzo a Roma ci sia un blocco totale del traffico. Oppure che a Lecce e provincia, per un anno, non si produca più alcuna emissione climalterante. Quante emissioni di CO² si potrebbero evitare? La risposta è circa 5,6 milioni di tonnellate, lo stesso quantitativo evitato grazie alla compravendita di oggetti di seconda mano.  LEGGI TUTTO

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    Venezia a pagamento: dal 2023 per entrare tornelli, QR e ticket

    Per entrare in una città che il prossimo anno rischia di scendere sotto i 50 mila residenti, ma che convive con 23 milioni di turisti all’anno, da luglio è prevista la prenotazione. Anzi, è il Comune a consigliare di prenotare prima di mettersi in viaggio. Venezia sempre meno abitata, ma in lotta contro i disagi da overtourism, da questa estate avvierà una fase sperimentale di ciò che diventerà obbligatorio a gennaio: il “contributo di accesso”, che costerà dai 3 ai 10 euro. Soldi, che serviranno per pagare lo smaltimento dei rifiuti, risolvere i problemi della mobilità e risanare i danni causati dal moto ondoso prodotto anche dall’aumento del traffico di taxi e barche private.

    La sperimentazione

    Un lasso di tempo per capire se davvero far pagare un biglietto a chi vuole entrare in laguna sia non solo il sistema giusto per cambiare rotta, calmierando gli ingressi a Venezia, ma anche per valutare come organizzare i tornelli di accesso (tipo quelli che sono in aeroporto), dove posizionarli senza danneggiare la vista dei monumenti, far funzionare l’app che genererà il Qr con cui entrare e soprattutto stabilire il tetto di quanti potranno entrare e come far convivere il passaggio dei pendolari con quello dei turisti. Perché Venezia, non è Capri dove già funziona la tassa di sbarco. In laguna il pendolarismo dei lavoratori e degli studenti è molto intenso: ci sono numerose facoltà universitarie, tra cui Architettura, con studenti che arrivano da tutto il mondo, il tribunale, la sede della regione, uffici pubblici di livello nazionale come la Biennale e molte sedi di enti, consolati e fondazioni internazionali come il Guggenheim Museum. Solo per citarne alcune. Senza contare gli appuntamenti e gli eventi culturali che quasi ogni settimana sbarcano in laguna.  

    I rischi ambientali del turimo di massa

    “Contributo di accesso” la chiamano in Comune sul Canal Grande, l’imposta che autorizzerà a visitare piazza San Marco e salire sul ponte di Rialto. Già prevista nella legge di Bilancio 2019 era stata rinviata a causa della pandemia. Finito il lockdown, sulla spinta di un turismo tutto italiano, calli e fondamenta, campi e canali, vaporetti e taxi sono tornati più affollati di prima con i vigili urbani a dirigere il traffico pedonale nelle calli per evitare assembramenti.

    La ricerca

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    di

    Fiammetta Cupellaro

    17 Maggio 2022

    E con il ritorno del turismo di massa sono tornati i problemi di sempre che producono danni ambientali, sociali ed economici: l’aumento del moto ondoso, le tonnellate di rifiuti e le abitazioni trasformate in alloggi vacanze. Pensare ad un turismo sostenibile, quando a Venezia per ogni abitante ci sono 73,8 turisti appare ancora complicato. In città quella che prima era solo una voce isolata oggi è diventato un coro di gruppi di cittadinanza attiva che al di là di tornelli e biglietti di ingresso, sono impegnati in prima linea contro la monocultura turistica, il traffico delle barche a motore che generano moto ondoso e i problemi che derivano dal cambiamento climatico, fenomeno questo che in laguna è più visibile che altrove. Una città da ripensare dunque.

    Lo studio

    Pesticidi e farmaci nelle piume degli uccelli della laguna veneta

    di

    Cristina Nadotti

    21 Febbraio 2022

    Prenotare una visita a Venezia sarà insomma come riservare una camera d’albergo o un appartamento sui portali turistici. Da luglio la prenotazione sarà “consigliata” in cambio di sconti, ma da gennaio 2023, il ticket di ingresso sarà obbligatorio. L’annuncio è stato dato dal sindaco Luigi Brugnaro. “Per questa estate cerchiamo di sperimentare. Non sarà obbligatorio prenotare, ma chi lo farà avrà dei vantaggi come sconti nei musei e altre agevolazioni”. 

    La svolta ancora lontana

    L’avvio ufficiale del ticket d’accesso, dopo alcuni slittamenti, è stato fissato dal Consiglio comunale al 16 gennaio 2023. Secondo il regolamento, il contributo verrà pagato dalla compagnia di trasporto (bus, aereo, treno o nave) in convenzione con il Comune, o dal singolo all’arrivo al terminal, terrestre o acqueo. Tre le tariffe, da 3, 8 o 10 euro a seconda dei “bollini” – verde, rosso o nero – con cui viene contrassegnata la giornata riguardo alle previsioni di affollamento. “A preoccupare – ha ribadito Brugnaro – sono i vacanzieri giornalieri, quelli che arrivano in maniera improvvisa la mattina e se ne vanno la sera”. A luglio si comincia con le prenotazioni. Ma un biglietto da solo porterà Venezia verso un turismo sostenibile?  Oppure potrà essere soltanto un piccolo tassello, aspettando altri progetti per evitare che la città, patrimonio dell’Unesco, davvero non diventi solo una coreografia? Per i cittadini un conta-persone da solo non basta.  LEGGI TUTTO