13 Gennaio 2022

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    “Contro il cambio climatico piantare miliardi di alberi senza un progetto preciso può essere un danno”

    Ho la sensazione che si stia facendo confusione, forse presi un po’ dal panico per ciò che abbiamo causato. Sappiamo che la nostra impronta sul pianeta è incredibilmente pesante ma il panico ci porta a tentare di risolvere gli scompensi causati mettendo delle pezze invece di andare diritti alla fonte del problema. Si rischia, in questo modo, di falsare il periodo storico che stiamo vivendo con l’illusione di aver preso per mano il futuro dei nostri figli senza in realtà aver fatto nulla di concreto. La Cop 26 è stata giudicata un mezzo fallimento, un bicchiere colmo di auspici, ma povero di impegni concreti. Anche in questa occasione, però, una voce si è alzata verso la necessità di piantare alberi nel mondo, addirittura diverse centinaia di miliardi di alberi.

    Perché l’albero – e questo è ineluttabile – è uno strumento di naturale mitigazione del contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera grazie al fatto che con quell’anidride carbonica la pianta vive, costruisce quelle sostanze che ne permettono la crescita. È sufficiente piantare miliardi di alberi entro il 2030? Qualcuno usa l’aritmetica e rivela che ogni giorno si dovrebbero piantare decine di milioni di alberi in ogni dove per raggiungere risultati così ambiziosi. Di certo rappresentano lo strumento che più rapidamente ci permetterebbe di rasserenare la coscienza.

    La start up

    Riforestazione, il fondatore di Treedom sulla proposta del G20: “Si scelga bene dove e come piantare gli alberi”

    di

    Cristina Nadotti

    02 Novembre 2021

    Sappiamo bene, però, che l’unico serio contributo per affrontare la crisi climatica viene dal cambio di stile di vita dell’uomo che vive un ecosistema fatto di moltissimi altri esseri viventi. Basterebbe già prendere consapevolezza di essere solo parte di un sistema più complesso per cambiare prospettiva.

    Intanto, dovremmo pensare anche alla qualità dei nostri suoli, sempre più degradati dalla chimica di sintesi che mette a dura prova la fertilità e l’attività naturale del sottoterra in cui trova riparo anche una buona fetta della anidride carbonica che produce l’uomo. Il suolo è una risorsa non rinnovabile, può avere natura diversa e cambiare le sue caratteristiche ma solo l’uomo con modelli di gestione non sostenibili ne può alternare irrimediabilmente le funzioni. La difesa della qualità dei suoli, della loro struttura fisica e chimica, è strumento di rafforzamento della loro capacità di trattenere il carbonio. Così come i nostri mari, spesso abbandonati all’inquinamento e al degrado causato dalla pesca industriale che distrugge la sua vegetazione, ignorando che è fondamentale per l’ossigeno del pianeta. E allo stesso modo i pascoli polifiti permanenti, che dovremmo sempre più rafforzare facendo uscire gli animali dalle stalle intensive in cui non c’è mai alcun rispetto per il bestiame. Anche questa parte importante del nostro ecosistema può giocare un ruolo significativo nella mitigazione dell’effetto dell’emissione di gas serra in atmosfera.

    Biodiversità

    Il degrado del suolo ci costa 50 miliardi all’anno

    di

    Cristina Nadotti

    03 Dicembre 2021

    Dunque, alberi si, certamente, ma anche altro. E sarebbe un errore concentrarsi sul numero di alberi perché bisogna soprattutto pensare al come. Piantare un albero sbagliato potrebbe fare un danno invece che garantire un vantaggio. Non si può pensare di costruire un’azione di diffusione così capillare della presenza di alberi nel pianeta senza parlare di una corretta pianificazione che parta dalla scelta della specie e dall’analisi della vocazionalità ambientale. Ogni ambiente ha le sue caratteristiche, ogni specie arborea vive bene in determinati ambienti. E poi c’è la biodiversità strumento centrale per il contrasto al cambiamento climatico, sia quando parliamo della biodiversità coltivata che quando parliamo della biodiversità arborea che ci aiuta a mitigare le nostre cattive abitudini di abitanti del pianeta. Piantare alberi senza una corretta pianificazione significa rischiare di compromettere la buona azione che vogliamo compiere facendone pagare le conseguenze all’efficienza del sistema.

    Forse dovremmo pensare agli oltre settecento milioni di alberi persi in un anno a causa della deforestazione dell’Amazzonia per comprendere che le azioni dell’uomo dovrebbero mostrare coerenza. Da un lato assistiamo in silenzio alla perdita progressiva di uno dei più importanti polmoni del pianeta, da un altro lanciamo sfide al cambiamento climatico affermando che lo sconfiggeremo ricoprendo di alberi le terre di ogni angolo del globo, magari mettendo nel conto anche quelle che abbiamo appena deforestato.

    E nel percorso della pianificazione c’è anche la cura degli alberi, un aspetto che chiunque pianti un albero dovrebbe conoscere ancor prima di scavare la buca. Un albero non curato è un albero destinato a diventare un costo per la comunità ancor prima che un vantaggio, aumenta i rischi di diffusione del fuoco in caso di incendio, è più sensibile alle azioni del vento, può essere agente di diffusione di malattie.

    Il dossier

    Per fare un bosco (e difenderlo) ci vogliono vent’anni. Un piano antincendio per i nostri alberi

    di

    Cristina Nadotti

    06 Settembre 2021

    Pianificare significa darsi obiettivi chiari: cosa piantare, come prendersi cura e, non ultimo, dove piantare. Dobbiamo evitare che la forestazione porti ad una riduzione degli spazi per l’agricoltura. Il governo inglese, ora che con la Brexit non può dare garanzie di sostegno ai propri agricoltori attraverso la Pac, sta costruendo un proprio piano di azione che, per l’appunto, destinerà un terzo dei sostegni a chi impianta alberi. Con sconcerto per gli agricoltori che sarebbero anche pronti a fare la loro parte per una corretta transizione ecologica ma vorrebbero che i sostegni vedano al centro una visione agroecologica. E così si innescano le battaglie che non ci servono. Tutta l’agricoltura, quella basata su modelli agroecologici, quella sostenibile nei confronti del suolo, degli animali, delle risorse naturali, gioca a vantaggio della transizione ecologica. Quindi diamo la possibilità anche agli agricoltori di fare la propria parte con le loro abilità e le scelte virtuose che possono fare, magari sostenuti da un Piano strategico nazionale che ne tenga conto.

    Pensiamo di pianificare per bene l’impianto dei nostri alberi, a cominciare da una sostanziale riscrittura del nostro modo di pensare gli ambienti urbani, i luoghi da cui si dovrebbe iniziare.

    * Fondazione Slow Food e Docente all’Università di Palermo LEGGI TUTTO

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    Inquinamento e traffico: due priorità per le grandi città

    L’obiettivo è velocizzare i trasporti sia interni alle città, sia tra i centri urbani di medie e grandi dimensioni, riuscendo al tempo stesso ad abbattere le emissioni inquinanti nell’ambiente. Poco prima della pausa per le festività di fine anno, la Commissione europea ha approvato un aggiornamento del Regolamento Ue Ten-T (TransEuropean TransportNetwork), stabilendo un piano d’azione per incentivare l’intermodalità dei trasporti nell’ottica di una mobilità più green e sostenibile.

    Questo anche alla luce della crescente consapevolezza verso la salubrità dell’aria. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità , il 92% della popolazione vive in aree dove l’elevata presenza di polveri sottili dovute costituisce un grave pericolo per la salute.

    Gli assi portanti

    Nei trasporti extraurbani la Commissione punta a promuovere come mezzi prevalenti le vie d’acqua e le rotaie (le ferrovie incidono appena per lo 0,4% sul totale delle emissioni generate dai trasporti contro il 71,1% del trasporto su gomma). Inoltre, ha spiegato il vice presidente Frans Timmermans, “andrà migliorato anche il trasporto pubblico locale nelle città, incentivando gli spostamenti a piedi e in bicicletta”.

    Con questo obiettivo è stato stabilito che le maggiori città dell’area – 424 quelle individuate, di cui 94 italiane – entro il 2025 dovranno sviluppare un piano di mobilità sostenibile che includa misure per integrare le diverse modalià di trasporto e promuovere una mobilità più sostenibile e a emissioni zero.

    Aggiornamento normativo

    Quest’ultimo punto è inserito nella proposta di modifica del regolamento Ten-T che punta promuovere le reti ad alta velocità. Tra le novità, una velocità minima dei treni merci e passeggeri rispettivamente di 100 e 160 chilometri all’ora, migliori collegamenti tra aeroporti e stazioni ferroviarie e, infine, un tempo massimo d’attesa alla frontiera per i treni merci di 15 minuti.

    “Le città collegate dalle infrastrutture dell’Ue sono le nostre centrali economiche, ma devono anche essere città snelle, per abitanti e pendolari”, è la chiave di lettura fornita dalla commissaria per i Trasporti Adina Valean. “Ecco perché raccomandiamo un quadro dedicato per la mobilità urbana sostenibile, per guidare la transizione più rapida verso una mobilità urbana sicura, accessibile, inclusiva, intelligente e a emissioni zero”.

    La proposta indica come prioritarie le soluzioni a emissioni zero per le flotte urbane, inclusi taxi e servizi di trasporto passeggeri, l’ultimo miglio di consegne urbane e la costruzione e l’ammodernamento di hub multimodali, nonché nuove soluzioni e servizi digitali.

    Entro il 2030, la Commissione sosterrà il lancio di almeno 15 progetti pilota transfrontalieri per testare l’approccio del piano d’azione, prima dell’entrata in vigore dei nuovi requisiti Ten-T. LEGGI TUTTO

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    Firmano in oltre 30mila contro la vendita di un angolo di paradiso a Porto Venere

    La settimana scorsa la protesta in piazza, oggi l’annuncio di Legambiente che la battaglia contro la vendita di un’area pubblica di grande interesse ambientale, storico e culturale a Porto Venere, alle porte delle Cinque Terre liguri, è diventata di interesse nazionale. La petizione lanciata dall’associazione ha infatti raccolto oltre 30mila firme, un traguardo importante poiché […] LEGGI TUTTO