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Vaccini anti COVID-19: è necessaria la terza dose?

Per settimane, le animate discussioni degli scienziati si sono concentrate sul fatto che i dati esistenti siano sufficienti o meno a giustificare la somministrazione della dose in più per la maggior parte dei cittadini americani. Due dei maggiori scienziati si sarebbero dimessi dalla FDA americana a causa del piano per la somministrazione dei richiami, che da allora hanno criticato in una pubblicazione uscita sulla rivista scientifica The Lancet.

I dati emersi finora sembrano di fatto suggerire che la doppia dose del vaccino Pfizer-BioNTech sia meno capace di prevenire l’infezione dopo 6-8 mesi, ma gli esperti fanno notare che vi sono notevoli discrepanze.

Lo scorso luglio, Israele ha affermato che secondo i dati relativi alla sua popolazione ampiamente vaccinata, il vaccino Pfizer ora ha un’efficacia solo del 64% nel prevenire l’infezione. Poi nello stesso mese sono seguiti i rapporti allarmanti riguardanti il grande focolaio di Cape Cod, in Massachussetts. Delle centinaia di persone infettate, circa i tre quarti erano completamente vaccinate. Al contrario, uno studio condotto in agosto nel Regno Unito ha riscontrato che il vaccino Pfizer è efficace all’88% contro la variante Delta. Qualche settimana dopo, uno studio sugli abitanti dello Stato di New York ha mostrato un’efficacia combinata dei vaccini del 79,8% tra coloro che avevano ricevuto dosi di Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson.

Una cosa è perfettamente chiara agli scienziati: i vaccini contro la COVID-19 funzionano ancora in modo egregio per ciò che più conta, ovvero la protezione dalla malattia grave e dalla morte. A seguito del focolaio di Cape Cod, gli scienziati hanno fatto notare che solo quattro tra i contagiati hanno dovuto essere ricoverati. E secondo un rapporto del CDC (Centers for Disease Control and Prevention, Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie) del 10 settembre, i vaccini hanno un’efficacia superiore al 90% rispetto a ricovero e morte. Le persone non vaccinate hanno 10 volte più possibilità di essere ricoverate rispetto ai vaccinati e 11 volte più possibilità di morire.

Ecco perché molti esperti si sono interrogati a partire dallo scorso agosto, quando il Presidente Biden ha annunciato che la sua amministrazione intendeva offrire la terza dose dei vaccini Pfizer e Moderna. Il suo team ha suggerito agli americani di ricevere i richiami otto mesi dopo la seconda dose, e ha stabilito che gli ospedali avrebbero dovuto cominciare la somministrazione della terza dose a settembre. “Vi renderà più sicuri, più a lungo. E ci aiuterà a uscire dalla pandemia più rapidamente”, Biden ha affermato all’epoca.

Tuttavia, molti scienziati sottolineano che i dati saranno molto più chiari se gli enti di vigilanza avranno a disposizione più tempo per valutare le basi scientifiche della somministrazione dei richiami poiché le infezioni breakthrough (ovvero infezioni che si verificano dopo la completa vaccinazione, NdT) rimangono prevalentemente lievi.

“Il livello di protezione non cala drasticamente dopo sei o otto mesi”, spiega Anna Durbin, ricercatrice sui vaccini presso la Johns Hopkins University.

Protezione dalla malattia grave

Per capire perché si verificano le infezioni breakthrough è utile ricordare come funziona il sistema immunitario. Gli anticorpi sono la prima linea di difesa dall’infezione ed è possibile sviluppare anticorpi specifici contro il virus SARS-CoV-2 sia attraverso l’infezione naturale che la vaccinazione. Quando il virus penetra nell’organismo attraverso il naso o la gola, gli anticorpi che si trovano lì combattono il virus prima che possa diffondersi.

Ma l’organismo non può mantenere in modo costante livelli elevati di anticorpi contro ogni agente patogeno. Inoltre, le persone tendono ad avere livelli relativamente bassi di anticorpi nel naso e nella gola perché devono arrivare lì dal sistema circolatorio. Quindi, talvolta, un virus – soprattutto uno potente come la variante Delta – è in grado di sfuggire al controllo e provocare un’infezione cosiddetta breakthrough.

Quando il virus penetra nelle cellule di naso e gola inizia a replicarsi. A quel punto, la persona può mostrare i sintomi caratteristici di un’infezione delle vie aeree superiori tra cui occlusione nasale, tosse, febbre e affaticamento.

“È fastidioso ma non è potenzialmente mortale”, aggiunge Deepta Bhattacharya, immunobiologo presso il College of Medicine dell’Università dell’Arizona.

È a questo punto che il sistema immunitario entra in campo per evitare che l’infezione si diffonda ai polmoni, dove può causare gravi danni, che possono portare al ricovero o alla morte. Essendo stato “allenato” a riconoscere il virus grazie ai vaccini anti COVID-19, il sistema immunitario aumenta la produzione di nuovi anticorpi oltre alle cellule B e T della memoria, che si uniscono alla battaglia.

Serve tempo perché un’infezione raggiunga i polmoni, così il sistema immunitario ha abbastanza tempo per preparare una difesa solida. Secondo Bhattacharya i casi di malattia grave sono pochi tra i vaccinati perché possono eliminare il virus dall’organismo più rapidamente e ciò riduce sia la gravità dei sintomi che la finestra durante la quale possono infettare altre persone. “Ritengo che siamo abbastanza sicuri di questi concetti”, aggiunge.

Valutare le prove

I richiami sono dosi aggiuntive del vaccino originale che aumentano gli anticorpi nel naso e nella gola, quindi riducono innanzitutto la possibilità di infettarsi. E i ricercatori affermano che i dati sulle infezioni sono un primo segnale che la capacità dei vaccini di prevenire l’infezione è in calo, in particolare nei soggetti immunocompromessi e negli anziani.

Era prevedibile che questi gruppi di individui non avessero una risposta solida alla dose standard del vaccino, spiega Jack O’Horo, specialista in malattie infettive presso la Mayo Clinic che vive a Rochester, in Minnesota. Le persone sottoposte a trapianto di organo solido, ad esempio, assumono medicinali che riducono la risposta delle cellule memoria. Si affidano ai soli anticorpi per sconfiggere un’infezione e alcuni studi hanno mostrato che la loro risposta anticorpale al vaccino è debole.

In agosto, questa prova ha fatto sì che l’FDA approvasse l’uso di una dose di richiamo per alcuni gruppi di persone immunocompromesse. “Poiché questa terza dose li avvicina a ciò che si verifica nelle persone sane dopo la seconda dose, ritengo che ne valga la pena”, aggiunge Bhattacharya. “Questa è la parte facile”.

L’altro gruppo che, secondo gli scienziati, potrebbe trarre beneficio dai richiami sono gli anziani. Secondo uno studio del CDC di settembre, le persone sopra i 65 anni rappresentano circa il 70% dei ricoverati a causa delle infezioni breakthrough. Ma gli scienziati fanno notare che ci si potrebbe concentrare per questa valutazione su gruppi di età specifici o altri fattori come il fatto di vivere in una casa di riposo. Comunque, il comitato consultivo dell’FDA ha accettato che vi sono prove sufficienti per suggerire che gli ultrasessantacinquenni siano idonei a ricevere il richiamo.

Interpretare i dati per gli altri gruppi è un po’ più complesso. Recentemente, un articolo in prestampa del 7 settembre ha rispecchiato i risultati degli studi precedenti, quando ha mostrato che le possibilità che una persona vaccinata risulti positiva alla COVID-19 aumentano 120 giorni dopo la data della vaccinazione completa. Tuttavia, O’Horo, coautore dello studio, sottolinea che si tratta “di passare da un rischio molto basso a un rischio basso”. Inoltre, lo scienziato sostiene che sono necessarie ricerche di follow-up per individuare i gruppi di individui il cui rischio di infezione breakthrough è più preoccupante, benché comunque basso.

Infine, O’Horo afferma che i risultati del suo studio offrono un “segnale veramente precoce” agli enti di vigilanza federali che è arrivato il momento di valutare con attenzione il funzionamento dei vaccini. Inoltre, aggiunge che FDA e CDC hanno accesso a più dati di migliore qualità rispetto a ciò che è stato reso pubblico sulla reale efficacia dei vaccini.

“Se dovessi riassumere tutto in una sola frase, direi: cammina, non correre”. E ancora, “Le nostre informazioni suggeriscono che si tratta del momento giusto per avviare un dibattito scientifico sui richiami, ma dal punto di vista emotivo, non è il momento di scatenare il panico”.

Fattori di complicazione

Ci sono altri fattori da considerare quando si tratta di somministrare i richiami alla popolazione, ad esempio, il fatto che i vaccini approvati o autorizzati per l’uso non sono uguali fra loro.

Recenti studi suggeriscono che è più protetto dalle infezioni breakthrough chi ha ricevuto Moderna, poiché questo vaccino stimola livelli di anticorpi maggiori e più duraturi rispetto al vaccino Pfizer. E un recente rapporto del CDC mostrava che il vaccino in due dosi Moderna mantiene un’efficacia del 95% nella prevenzione del ricovero rispetto all’80% di Pfizer e al 60% di Johnson & Johnson.

Ma serviranno ricerche più approfondite per distinguere cosa questo significhi per chi ha bisogno dei richiami: gli scienziati sottolineano che il vaccino Moderna è somministrato con una dose più elevata rispetto al vaccino Pfizer e con un intervallo più lungo fra le dosi. Inoltre, è comparso dopo il vaccino Pfizer, quindi i dati arrivano leggermente dopo.

“Le persone non dovrebbero precipitarsi a dire che vogliono il vaccino Moderna”, spiega Durbin, aggiungendo che anche l’efficacia di Moderna si ridurrà probabilmente nel tempo.

Inoltre è anche possibile che la dose extra non sia qualcosa in più, ma invece sia necessaria per completare il dosaggio corretto. In genere servono anni per sviluppare i vaccini perché i ricercatori si prendono il tempo di studiare le diverse opzioni di dosaggio, ma per i vaccini contro la COVID-19, non potevano permettersi il lusso di avere tempo a sufficienza per testare la possibilità che tre dosi fossero meglio di due, spiega Francesca Torriani, specialista di malattie infettive presso l’Università della California, San Diego Health.

Eppure, in realtà potrebbe essere proprio così. Negli USA, Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive, ha affermato in una precedente conferenza stampa alla Casa Bianca che “non mi sorprenderebbe affatto sapere che il regime completo adeguato per la vaccinazione sia composto da tre dosi”.

Il nocciolo della questione sui richiami

In ultima analisi, la decisione sui richiami si riduce a ciò che gli enti di vigilanza stanno provando a ottenere: ridurre tutte le infezioni sintomatiche tra gli americani, oppure rallentare la trasmissione del virus. Bhattacharya afferma che non abbiamo ancora prove del fatto che un richiamo fornisca più protezione nella maggior parte delle persone e fa leva sulle discrepanze tra gli studi globali sull’efficacia del vaccino.

Molti mostrano solo un leggero calo ma in un gruppo di Paesi si evidenzia un cambiamento più significativo. Nei suoi piani di implementazione dei richiami, l’amministrazione Biden ha citato i rapporti di Israele secondo cui il vaccino Pfizer ora è efficace solo al 64%. Se ciò fosse vero, aggiunge Bhattacharya, significa che i richiami sarebbero davvero utili per la popolazione, ma invita a fare attenzione a non dare un peso eccessivo a un unico studio.

“La maggior parte degli scienziati crede che sia a breve che a lungo termine sarebbe molto più importante fare in modo che tutto il resto del mondo sia vaccinato”, aggiunge l’immunologo. Secondo lui i gruppi di persone non vaccinate in tutto il mondo sono molto più pericolosi delle infezioni breakthrough perché creano le condizioni per la comparsa di varianti ancora più pericolose in grado di eludere completamente i vaccini.

Durbin concorda sul fatto che la distribuzione globale del vaccino deve essere al centro dell’attenzione e aggiunge che gli esperti devono gestire le aspettative sullo scopo dei vaccini.

“Siamo privilegiati a poter avere questi vaccini, così altamente efficaci”, prosegue e aggiunge: “Sfortunatamente, per questo motivo ora le persone pensano che non dovrebbero avere nessun sintomo, che non dovrebbero esserci infezioni breakthrough. E questa non è un’aspettativa realistica”, spiega.

Torriani sottolinea che potrebbe esistere un modo addirittura più facile ed efficace di prevenire le infezioni breakthrough: indossare la mascherina. All’inizio di settembre ha fatto parte di un team di ricercatori che ha esaminato le infezioni breakthrough tra gli operatori sanitari a San Diego: hanno notato che il calo nell’efficacia del vaccino tra giugno e luglio è stato causato probabilmente dall’abbassamento dell’immunità e dalla comparsa della variante Delta. Eppure, lo studio ha coinciso anche con la fine dell’imposizione della mascherina a San Diego, che secondo Torriani ha probabilmente aumentato il rischio di infezioni breakthrough. Si tratta di un altro fattore che le autorità sanitarie devono tenere a mente nel prendere decisioni politiche.

“Dobbiamo ancora indossare la mascherina, aggiunge Durbin. “Ci aiuterà a prevenire la COVID, a non prendere l’influenza e altri raffreddori e malattie respiratorie. È una questione di buon senso. Indossate la mascherina”.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/rss/all/rss2.0.xml


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