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Istituto Spallanzani di Roma: viaggio nell'eccellenza mondiale nella lotta al coronavirus

«La guerra in tempo di pace è la ricerca quotidiana sulle infezioni umane e animali. Uomini e strumenti sempre a caccia di misteri, pronti a indagare i prossimi. Serve la ricerca nei laboratori scientifici e in Africa, dove le epidemie, vecchie e nuove, ci sono da sempre, si impara a studiarle, a contrastarle e a curare le vittime», spiega Ippolito.

Tutto ciò non si improvvisa. In quest’ultima pandemia da virus sconosciuto, la quinta già nei primi vent’anni del terzo millennio, peggiore delle quattro precedenti messe insieme, sono stati approntati nuovi reparti di rianimazione nell’arco di un mese. Per avere uno Spallanzani e il suo esercito, però, servono decenni. L’Inmi nasce come ospedale per malattie infettive dopo la Spagnola, insieme al confinante San Camillo, da cui lo divide l’eliporto. Tanta distanza oggi non serve più. Isolamento dei malati, laboratori di ricerca e di analisi per i ricoverati, biobanche e tutti gli ambienti in cui possono o potrebbero (qui anche la probabilità più remota va prevenuta) diffondersi microbi sono a “pressione negativa”. È un sistema di circolazione dell’aria, dotato di relativo gruppo elettrogeno d’emergenza, che abbassa costantemente la pressione interna. In questo modo anche in caso di incidente (una distrazione nelle procedure, una finestra non più a tenuta stagna o altri eventi improbabili con personale esperto, ma comunque possibili), aria ed eventuali microbi rimangono all’interno: l’aria inoltre viene aspirata e avviata ai filtri che eliminano ogni forma di vita prima di uscire.

Il sistema a pressione negativa, le altre strutture e le procedure di contenimento proteggono l’ambiente interno ed esterno sia dai microbi che i ricoverati rischiano di diffondere, sia da quelli su cui si lavora nei laboratori. Che siano i nuovi coronavirus, gli influenzali aggressivi (Suina, Asiatica, Spagnola sono solo alcuni di essi) o quelli emorragici tipo Ebola (sono stati 15 gli europei tornati dall’Africa con questo virus nel sangue nel decennio scorso, due dei quali curati proprio allo Spallanzani). O ancora quelli che rappresentano una presenza fissa, come l’Aids e le diffusissime epatiti che distruggono il fegato, a cui si aggiungono i ben più temibili “killer fatti in casa”: il batterio della tubercolosi e quelli delle infezioni ospedaliere. Una vecchia conoscenza il primo, comunissimi gli altri, tutti resi pericolosi dall’uso scriteriato degli antibiotici, somministrati negli allevamenti intensivi senza rispettare i tempi di sospensione pre-vendita, o autoprescritti in caso di raffreddore, influenza e altre patologie virali per i quali sono inutili.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/rss/all/rss2.0.xml


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