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Gli oceani devono essere protetti ora: come raggiungere gli obiettivi di tutela entro il 2030

I dati rilevati hanno creato un quadro che gli scienziati affermano possa essere usato dalle nazioni per affrontare le tre problematiche citate (risorse ittiche, biodiversità e clima), separatamente o congiuntamente, in base a quelle che sono le priorità nazionali. Per risolverle al meglio tutte e tre, sarebbe necessario proteggere almeno il 30% degli oceani, sostengono gli scienziati. Ma si possono realizzare efficaci azioni di tutela anche concentrandosi sulle aree chiave; e la cooperazione globale nell’identificazione strategica delle aree da proteggere consentirebbe un’efficacia doppia rispetto agli sforzi delle singole nazioni, sempre secondo quanto affermano gli scienziati.

Rilascio di carbonio 

Questa ricerca è la prima ad analizzare il potenziale rilascio di biossido di carbonio negli oceani come conseguenza delle attività di pesca a traino e di dragaggio per la raccolta di invertebrati come ad esempio le capesante. I sedimenti marini contengono “il più grande accumulo di carbonio organico” sulla Terra e sono una riserva chiave per l’immagazzinamento a lungo termine, si afferma nello studio.

Il carbonio rilasciato dal trascinamento delle pesanti reti sul fondo marino, che smuove i sedimenti, “molto probabilmente aumenta l’acidificazione degli oceani” sostiene lo studio. Inoltre potrebbe ridurre la capacità dell’oceano di assorbire la CO2 dall’aria, aumentando quindi il carico atmosferico che determina il riscaldamento globale.

L’indice esatto di aumento della CO2 atmosferica causato dalla pesca a strascico è un dato che rimane sconosciuto, ammettono Sala e colleghi. Ma proprio perché l’impronta ecologica globale delle attività di pesca a traino è ridotta, affermano gli scienziati, proteggendo anche solo il 3,6% degli oceani si eliminerebbe il 90% del rischio. Le aree più vulnerabili al rilascio di carbonio si trovano sulle piattaforme continentali e includono la zona economica esclusiva della Cina, le aree costiere dell’Europa atlantica e la dorsale di Nazca del Perù.

Nell’ottica del meeting di ottobre per la Convenzione sulla diversità biologica delle Nazioni Unite che si terrà a Kunming, in Cina, gli scienziati sottolineano l’importanza della cooperazione globale per la protezione dei mari. A Kunming, l’ONU spera che 190 Nazioni sottoscriveranno un accordo sulla biodiversità in cui l’obiettivo del “30% entro il 2030” è uno dei principali intenti.

“Questo è uno dei motivi che hanno mosso il nostro lavoro” afferma Sala, che dirige il Pristine Seas Program presso la National Geographic Society. “Dobbiamo accertarci che i dati scientifici siano assolutamente chiari, in modo da non consentire alle manovre politiche di prevalere nelle decisioni sulle aree naturali da porre sotto tutela. Siamo già nelle condizioni ipotizzate dalla legge dei rendimenti decrescenti: gli oceani non sono più in grado di compensare il nostro impatto. Non riescono a tenere il passo con il disturbo antropico. Dobbiamo lasciare agli oceani più spazio, in modo che possano continuare a mantenere noi e il resto delle forme di vita del pianeta”.

Gli scienziati affermano che la maggior parte di quelle che hanno denominato aree prioritarie si trovano all’interno delle zone economiche esclusive delle nazioni costiere, ovvero quelle aree che si estendono fino a 200 miglia nautiche al largo della costa. L’istituzione di alcune aree marine protette anche nelle zone di alto mare — dove le acque sono governate dalle leggi internazionali — apporterebbe importanti benefici in termini di recupero dell’habitat e delle popolazioni ittiche. Tali aree includono il pianoro delle Mascarene nell’Oceano Indiano, la Dorsale indiana sudoccidentale tra l’Africa e l’Antartide, e un altro paio di imponenti dorsali sottomarine: la Dorsale medio atlantica e la Dorsale di Nazca del Perù.

Le acque più produttive del mondo

Proteggere la Dorsale di Nazca, una catena montuosa sottomarina formatasi dall’attività vulcanica, significherebbe proteggere la biodiversità in quelle che sono alcune delle acque più produttive del pianeta. L’habitat della Dorsale di Nazca ospita specie come gli squali di profondità, serve da nursery per il pesce spada e lo sgombro, ed è una tappa migratoria nonché area di alimentazione per le balenottere azzurre. Oltre il 40% dei pesci e degli invertebrati che vivono nei pressi di questi rilievi marini non si trovano in nessun altro luogo della terra, e la zona scelta per la nuova area marina protetta contiene molte specie minacciate, in pericolo o le cui popolazioni sono in forte declino, e habitat fragili che hanno lenti processi di recupero dai danni provocati dalle attività umane.

L’AMP proposta ha un’estensione di circa 27.000 miglia nautiche quadrate (quasi 93.000 km quadrati), che corrispondono a circa il 7,3% delle acque peruviane. Majluf, che ricopre anche il ruolo di vicepresidente in Perù di Oceana, un’organizzazione non profit di conservazione ambientale, afferma che la protezione di quest’area impedirebbe il possibile danneggiamento di questi monti sottomarini se l’area fosse aperta alla pesca del moro oceanico, commercializzato come branzino cileno o spigola cilena, e pescato usando i palangari fissi. Attualmente meno del 7% del pescato annuale di moro oceanico viene realizzato all’interno del perimetro dell’area protetta proposta.

Dichiarando la dorsale area protetta si terrebbe al di fuori delle acque peruviane anche una flotta cinese che pesca i calamari al largo del Sud America, afferma Majluf, che non ha partecipato al lavoro pubblicato su Nature.

Se l’area marina protetta della dorsale di Nazca dovesse essere finalizzata, il Perù raggiungerebbe 8 dei 10 punti percentuali per i quali si è impegnato a proteggere le proprie acque. Majluf afferma: “la direzione da percorrere per il futuro è realizzare piccole ma molteplici aree marine protette, più vicine alla costa, e contrastare ulteriormente le attività umane”.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/rss/all/rss2.0.xml


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