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Gli antichi primati esistevano all’epoca del T. Rex?

Da tempo tuttavia gli scienziati ipotizzavano che il Purgatorius risalisse a tempi più antichi. I modelli evolutivi e gli studi genetici dei moderni primati suggeriscono che le origini dei primi parenti dei primati risalgano a circa 81,5  milioni di anni fa, nel corso del periodo Cretaceo, ma la scarsità di ritrovamenti fossili di quest’epoca non consentiva ai paleontologi di confermare questa teoria. 

Quando Chester incontrò per la prima volta Clemens, in occasione di una conferenza della Society of Vertebrate Paleontology (Società di paleontologia dei vertebrati) nel 2009, i denti e i frammenti di mandibola erano le uniche prove che gli scienziati avevano sull’esistenza del Purgatorius. Sentendo che Chester era interessato a questa specie, Clemens lo invitò a esaminare i campioni della collezione del museo.

“A volte in questo settore c’è la tendenza a tenere per sé i fossili a disposizione e a non permettere ad altri di studiarli” racconta Chester. “Ma Bill era esattamente l’opposto da questo punto di vista: era contento di rendere accessibile la sua collezione a un giovane ricercatore impaziente di collaborare con lui”.

Nel 2012 Chester stava osservando al microscopio minuscoli frammenti fossili che poi identificò come appartenenti alle ossa della caviglia di un Purgatorius. Il suo studio del 2015, realizzato insieme a Clemens e altri due colleghi, analizzò la mobilità dell’articolazione e rivelò che l’animale probabilmente era in grado di muoversi agilmente sugli alberi. Così iniziò a prendere forma l’immagine dei primissimi antenati dei primati.

“Quello fu uno dei miei principali momenti di epifania riguardo al Purgatorius”, afferma Chester.

Prosperare nel mondo post-estinzione

Nel 2018 Wilson Mantilla si è reso conto di aver messo in un cassetto per troppi anni quella che sapeva essere un’altra importante scoperta sul Purgatorius. Dopo aver coinvolto Clemens nella ricerca sui denti fossilizzati scoperti nel 2003, una serie di eventi della vita posticiparono il prosieguo di quello studio: finire la tesi di laurea, completare un percorso di dottorato, trovare un lavoro.

“Temevo che altri potessero batterci sul tempo” racconta, “che qualcun altro descrivesse ritrovamenti ancora più antichi oppure trovasse altri denti della stessa specie e ne pubblicasse la descrizione prima di noi”.

Ma Wilson Mantilla era finalmente pronto a riprendere in mano il manoscritto che aveva iniziato molto tempo prima. Chiese a Chester di collaborare all’analisi di nuovi fossili.

Usando una tecnica detta della datazione radiometrica per misurare la presenza di composti con un tasso noto di decadimento, i ricercatori sono riusciti a datare i campioni in un arco di tempo che comprende i primi 100.000 anni dopo la fine del periodo Cretaceo, 66 milioni di anni fa. Questo ha confermato che si trattasse dei più antichi fossili di primate conosciuti.

Dopo aver studiato attentamente decine di frammenti diversi di mascella di Purgatorius provenienti da Hell Creek, il team si è convinto di aver identificato una nuova specie, oltre ai resti della specie nota di Purgatorius janisae. La nuova specie è stata denominata Purgatorius mckeeveri, in onore della famiglia del Montana che consentì a Clemens e ai suoi colleghi di lavorare sulla propria terra.

L’esistenza di due specie di questa epoca indica che il lignaggio dei plesiadapiformi risale al periodo Cretaceo. E questo solleva nuovi interrogativi su come i nostri antenati siano sopravvissuti all’evento di estinzione di massa. I ricercatori hanno iniziato a studiare come questi antichi primati possono essere stati influenzati da un ambiente che comprendeva predatori come il Tyrannosaurus rex, giganti erbivori come i triceratopi e piante da fiore che in quel periodo erano in una fase di intensa diffusione e diversificazione.

Da molto tempo gli scienziati ipotizzavano che una delle caratteristiche che ha differenziato gli antichi primati da altri mammiferi fosse una dieta frugifera. Nel nuovo studio i ricercatori hanno confrontato la dieta dei primi primati con altri animali che vivevano nello stesso periodo.

“Per capire il ruolo che questi primati avevano nel proprio ambiente, dobbiamo studiarli nel contesto, che comprende anche gli altri animali che ne facevano parte” afferma Silcox. “Da questo punto di vista il lavoro svolto in questo studio è migliore di quanto fatto finora da chiunque altro”.

Invece di avere denti lunghi e appuntiti per rompere l’esoscheletro degli insetti, come molti piccoli mammiferi del tempo, il Purgatorius aveva denti relativamente corti con cuspidi più stondate, ideali per la masticazione della frutta e di altro materiale vegetale. Lo studio del 2015 di Chester suggerisce anche che questi antichi primati fossero in grado di raggiungere il loro cibo preferito sugli alberi, sfuggendo in questo modo anche ai predatori a terra.

In quell’epoca i frutti erano piuttosto piccoli, spiega Wilson Mantilla, si presentavano principalmente sotto forma di bacche raggruppate alle estremità dei rami. Negli anni successivi all’estinzione di massa, i frutti diventarono più grandi, e questo coincise con un forte aumento dei parenti del Purgatorius. Tra i 328.000 e gli 847.000 anni circa dopo la fine del periodo Cretaceo, i plesiadapiformi si erano diffusi e diversificati in quello che oggi è il Nord America, arrivando a rappresentare circa il 25% di tutta la fauna nell’area di Hell Creek.

“È una storia di co-evoluzione dove vediamo le piante proporre i propri frutti polposi e contenenti semi più grandi ai primati che ne approfittano” racconta Chester. “Poi i primati spargono i semi [attraverso le feci] spostandosi tra gli alberi”.

La vita sugli alberi potrebbe anche aver stimolato l’evoluzione nei primati di tratti strettamente correlati alle attuali scimmie, come ad esempio la capacità di saltare e gli occhi frontali, che aiutano a valutare la distanza tra i rami. “Questa sembra essere stata una sorta di seconda fase” afferma Chester “innanzitutto hanno dovuto sviluppare la capacità di muoversi sugli alberi per raggiungere i frutti alle estremità dei rami”.

Ma c’è ancora un collegamento mancante tra i plesiadapiformi e i primati che si sono evoluti successivamente: gli animali sconosciuti che potrebbero collegare questi due gruppi. “Con un po’ di fortuna riuscirò a testimoniare la scoperta di questa specie” afferma Chester “oppure invece troveremo il fossile che dimostra che questa teoria è completamente sbagliata”.

Il primate originale

Ci sono ancora molti misteri da svelare in merito all’evoluzione dei primati, inclusa l’origine del loro lignaggio e le modalità con cui questi arrampicatori simili a scoiattoli si sono evoluti fino a diventare i grandi primati dei giorni nostri.

Alcune delle risposte potrebbero essere vicine. Sono stati documentati soltanto un centinaio circa di fossili di Purgatorius, ma l’attività di Clemens a Hell Creek ha prodotto altri 1500 denti e frammenti di mascella che attendono di essere studiati.

Grazie alle sovvenzioni della Leakey Foundation, Chester e Wilson Mantilla hanno intenzione di studiare quei fossili e di esaminare ancora più a fondo la collezione Berkeley in cerca di altre parti di scheletro di Purgatorius.

“Piano piano stiamo colmando le lacune” afferma Chester, “per alcuni ambiti abbiamo soltanto pochi pezzi, frammenti incompleti, ma che ci stanno comunque aiutando a realizzare una visione di insieme più completa per comprendere meglio le primissime fasi della nostra evoluzione come primati”.

Un importante collaboratore è però purtroppo venuto recentemente a mancare. Il 17 novembre 2020, qualche mese prima della pubblicazione dello studio, Clemens è morto di cancro all’età di 88 anni.

Ma Wilson Mantilla (ora è lui a portare i propri studenti a Hell Creek), afferma che la ricerca sta portando avanti l’eredità del suo mentore. “Senza il suo lavoro e la sua conoscenza niente di tutto questo sarebbe stato possibile”.

“Era un vero eroe” aggiunge Chester “non era solo un ricercatore estremamente competente, era una persona gentile che si dedicava molto ai propri studenti. Bill ha lasciato il segno non solo in termini di contributo scientifico ma anche formando tanti paleontologi appassionati che oggi seguono le sue orme”.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/rss/all/rss2.0.xml


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