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Coronavirus: il tragico inquinamento causato dalla dispersione di mascherine usa e getta

Abbiamo perfezionato i vaccini in tempo record per contrastare il COVID-19 ma il problema dei rifiuti al tempo della pandemia sembra tristemente senza soluzione.

Un anno fa l’idea che mascherine, guanti e salviette usa e getta potessero diventare sostanze inquinanti per l’ambiente a livello globale non era una preoccupazione urgente. I dispositivi di protezione individuale (DPI) erano considerati essenziali per impedire la diffusione del COVID-19. Nessuno immaginava quanti ne sarebbero stati necessari e per quanto tempo. Poi la produzione è esplosa e adesso ci troviamo a fronteggiare un’enorme quantità di rifiuti.

Da allora, la letteratura scientifica ha prodotto più di 40 studi che documentano l’uso e lo smaltimento dei DPI e ne definiscono l’entità su scala globale. Questi numeri, allora sconosciuti, ci danno oggi un quadro della situazione.

A livello globale vengono utilizzati 65 miliardi di guanti ogni mese. Il numero delle mascherine è quasi il doppio: 129 miliardi al mese. Questo significa che ogni minuto vengono utilizzate 3 milioni di mascherine.

Un altro studio documenta che ogni giorno vengono gettate 3,4 miliardi di mascherine o schermi facciali. Si stima che in Asia vengano buttate 1,8 miliardi di mascherine al giorno, la quantità più alta tra i continenti. La Cina, con la più grande popolazione mondiale (1,4 miliardi di persone) getta via quasi 702 milioni di mascherine al giorno.

Sono tutti dispositivi che possono essere definiti usa e getta perché sono abbastanza economici da essere utilizzati una sola volta e poi buttati via. Ma ecco il problema: una volta buttati, non svaniscono.

Plastica mascherata

Mascherine, guanti e salviette sono realizzati con molteplici fibre di plastica, prevalentemente polipropilene, che rimane nell’ambiente per decenni, se non per secoli, frammentandosi in sempre più piccole micro e nanoplastiche. Una singola mascherina può rilasciare in mare 173.000 microfibre al giorno secondo uno studio pubblicato su Environmental Advances.

“Non è che scompaiono”, afferma Nicholas Mallos che supervisiona il programma sui detriti marini di Ocean Conservancy.

Mascherine e guanti abbandonati vengono trasportati dai venti e finiscono in fiumi e torrenti che li portano in mare. Gli scienziati hanno rilevato la loro presenza sulle spiagge del Sud America, negli sbocchi fluviali della baia di Giacarta, in Bangladesh, sulla costa del Kenya e sulle disabitate Soko Islands di Hong Kong. I DPI usati hanno intasato gli scarichi delle strade da New York City a Nairobi e ostruito i macchinari della rete fognaria municipale di Vancouver, nella Columbia Britannica.

Questi materiali arrivano anche nel mondo animale. La scaltra folaga eurasiatica, un uccello alto 30 centimetri dal becco bianco, è stata vista nei Paesi Bassi raccogliere mascherine per costruirci il nido; speriamo che le sue larghe ed esili zampe non rimangano impigliate negli elastici, come è successo, diventando a volte fatale, a cigni, gabbiani, falchi pellegrini e passeri, secondo uno studio pubblicato su Animal Biology.

Mascherine, guanti e salviette non sono riciclabili nella maggior parte dei sistemi di smaltimento urbani e non dovrebbero finire nella raccolta differenziata domestica. Le mascherine possono contenere un mix di carta e polimeri, tra cui il polipropilene e il poliestere, che non possono essere separati in classi pure di singoli materiali per il riciclaggio. Inoltre sono così piccole che rimangono impigliate nei macchinari per il riciclaggio, bloccandoli (i DPI utilizzati nelle strutture sanitarie sono infatti smaltiti come rifiuti sanitari pericolosi).

Joana Prata, ricercatrice di salute ambientale all’Università di Porto in Portogallo e autrice principale di uno studio sulle ripercussioni della plastica durante la pandemia, ha sottolineato la necessità di fornire chiare informazioni ai cittadini sull’utilizzo e lo smaltimento dei DPI: “Vanno smaltiti tra i rifiuti indifferenziati in sacchetti ben chiusi”, ha scritto.

Il peggioramento di un problema globale

I problemi creati dai DPI arrivano in un momento complicato del processo di azioni messe in atto per contenere i rifiuti di plastica a livello globale. Si prevede che la quantità di rifiuti di plastica che si sta accumulando negli oceani triplicherà nei prossimi 20 anni e non c’è nessuna reale soluzione all’orizzonte. Se tutti gli impegni presi dalle aziende in termini di utilizzare maggiori quantità di plastica riciclata venissero mantenuti, il cambiamento prodotto ridurrebbe questo aumento previsto solo del 7%.

La pandemia ha visto anche un incremento nella produzione di imballaggi monouso perché i consumatori hanno acquistato più cibo da asporto e perché il divieto delle plastiche usa e getta, tra cui le buste per la spesa, è stato sospeso a causa della paura che i materiali riutilizzabili potessero diffondere il virus. Nello stesso tempo, in parte a causa dei tagli al budget dei comuni in difficoltà economica, un terzo delle aziende che si occupavano di riciclaggio negli Stati Uniti sono state parzialmente o completamente chiuse.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/rss/all/rss2.0.xml


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