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Anche gli oceani nascono e muoiono. Dove si formerà il prossimo?

“Da sempre abbiamo una scatola nera sotto i piedi”, spiega Douwe van Hinsbergen, esperto di placche tettoniche presso l’Università di Utrecht nei Paesi Bassi. Ma ora l’analisi sismica consente agli scienziati di studiare queste antiche lastre di pietra e riportare indietro l’orologio geologico scoprendo le forze sotterranee che muovono il nostro mondo. Questi resti spettrali di fondale marino si nascondono sotto quasi ogni continente e van Hinsbergen e i suoi colleghi ne hanno catalogato quasi un centinaio nel loro cosiddetto Atlante del mondo sotterraneo (Atlas of the Underworld).

Tra le parti più antiche ci sono dei residui di placche oceaniche risalenti a circa 250 milioni di anni fa che oggi si trovano al confine tra mantello e nucleo. Di queste fa parte l’Oceano Paleotetide, che un tempo lambiva le coste del Gondwana, un supercontinente composto principalmente da quello che ora corrisponde a Sudamerica, America, Africa, India, Arabia, Australia e Antartide.

Mettendo insieme questi pezzi di fondo marino, i codici a barre magnetici e una serie di altri dati geologici, il team di scienziati è riuscito a realizzare una sorprendente ricostruzione di un miliardo di anni di passato del nostro pianeta.

Merdith, uno dei creatori del modello di ricostruzione, aggiunge che questa non è la rappresentazione definitiva dell’antica forma della Terra che potrebbe anzi essere aggiornata con il ritrovamento e l’analisi di nuovi dati. Ma osservare questa danza di continenti e oceani evidenzia ancora una volta la natura affascinante della mutevole superficie del nostro pianeta.

“Fa tutto parte del puzzle globale”, afferma Shephard.

Increspature sugli habitat terrestri

Mentre gli oceani si aprono e si chiudono e i continenti si spostano sul pianeta, gli ambienti in trasformazione pongono le basi per le mutazioni della vita. La formazione di un nuovo oceano, ad esempio, può essere una manna per la biodiversità, come è avvenuto quando la Pangea si è spezzata, secondo il lavoro di Peters e colleghi.

La Pangea conteneva i gruppi ancestrali di tutte le principali creature terrestri odierne, spiega Peters; dopo che il supercontinente si è spaccato in più parti, gli animali terrestri si sono evoluti nei rispettivi territori isolati sviluppando una varietà di colori, dimensioni e stili di vita. I nuovi flussi di circolazione oceanica hanno apportato umidità nelle zone continentali  interne, prima secche. Nel frattempo, lingue di acque basse e illuminate dal sole si sono aperte lungo nuove piattaforme continentali consentendo alla vita marina di prosperare.

“Quelle aree ai bordi delle piattaforme continentali formano habitat ideali per creature come molluschi e pesci”, afferma Peter. Lo spaccamento della Pangea ha creato le condizioni per l’esplosione della vita sulla Terra.

Anche gli spostamenti tettonici più lievi possono avere impatti drastici sul mondo in superficie. Un esempio particolarmente eclatante è la formazione dell’Istmo di Panama, una striscia di terra che collega l’America del Nord all’America del Sud, spiega Peters: 20 milioni di anni fa circa l’acqua scorreva dall’Atlantico al Pacifico attraverso questa arteria oceanica ma quando la placca del Pacifico si è inserita sotto la placca caraibica ha sollevato il fondo del mare spingendo in superficie i vulcani sottomarini.

Il canale di collegamento tra gli oceani iniziò a restringersi per poi chiudersi completamente. Questo cambiamento portò le acque calde a deviare verso nord in una corrente ora nota come corrente del golfo che ha aumentato le temperature nell’Europa nordoccidentale rendendo più mite il clima della regione, nonostante questa si trovi a una distanza a nord dell’equatore simile a quella di alcune gelide parti del Canada.

Questo cambiamento pose inoltre le basi per l’attuale circolazione termoalina (il cosiddetto Grande Nastro Trasportatore) delle correnti oceaniche che controlla l’andamento delle tempeste, il flusso di nutrienti e molto altro. “La chiusura dell’Istmo di Panama ha avuto importanti conseguenze”, afferma Peters.

Gli oceani futuri

Nel futuro del nostro pianeta ci sono molti spostamenti tettonici che modificheranno ulteriormente il nostro mondo. Tra circa 250 milioni di anni le masse continentali della Terra potrebbero riunirsi nuovamente formando un supercontinente: Pangea Ultima. In questo possibile scenario, ipotizzato da Christopher Scotese, direttore del progetto PALEOMAP, l’Oceano Atlantico è quasi chiuso e ridotto a un modesto mare interno.

Ma il futuro geologico rimane un grande punto interrogativo. Potrebbe succedere l’opposto: potrebbe chiudersi l’Oceano Pacifico formando un supercontinente dall’altra parte del mondo, chiamato Novopangea. Altri modelli ancora suggeriscono diverse combinazioni di cambiamenti che prevedono la chiusura dell’Atlantico e del Pacifico e la nascita di nuovi oceani in Asia.

A prescindere da quale sarà lo scenario nel nostro distante futuro, gli spostamenti tettonici sono già in atto. Gli scienziati ritengono che il prossimo oceano della Terra potrebbe formarsi nella zona del rift dell’Africa orientale dove una crescente cresta di roccia rovente sta separando una striscia di terra lungo la costa orientale del continente, spiega Cynthia Ebinger, geofisica presso l’Università Tulane che ha condotto approfondite ricerche nell’area.

Questo spaccamento ha conseguenze molto tangibili oggi, come rivela l’abbondante vulcanismo in questa parte del mondo, compresa la devastante eruzione del monte Nyiragongo nella Repubblica Democratica del Congo che recentemente ha causato lo sfollamento di 400.000 persone e fatto almeno 32 vittime. Un altro vulcano, sulla costa dell’Eritrea, sta avendo un impatto diverso: sta tenendo a bada il Mar Rosso, proteggendo parti dell’Etiopia nordorientale che sono sotto il livello del mare dalle inondazioni, racconta Ebinger. Un tempo in questa regione si formò un piccolo oceano, e anche se l’acqua si è ormai prosciugata da tempo, il movimento delle placche terrestri potrebbe prima o poi ricrearlo.

Ma se è vero che i movimenti tettonici sono un fattore determinante per il passato e il futuro geologico del nostro pianeta, un’altra potente forza sta agendo sui processi terrestri: noi. L’uomo sta emettendo nei cieli gas che riscaldano il pianeta a ritmi senza precedenti alterando la circolazione oceanica e atmosferica con conseguenze letali. Con le importazioni e i viaggi l’uomo sta inoltre mescolando gli ecosistemi come non è mai successo prima.

“Questo è un processo che la Terra non ha mai vissuto, in nessuna era”, afferma Peters.

L’epoca dell’uomo è un attimo in termini di tempi geologici ma le nostre azioni lasceranno certamente segni indelebili sul nostro mondo, in particolare gli interventi di mescolanza della biosfera, continua Peters.

“I segni saranno presenti in ogni organismo che esisterà in futuro”, afferma, “così come la Pangea esiste in ogni organismo esistente oggi”.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/rss/all/rss2.0.xml


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