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Olio di palma: come salvare l’ambiente e, insieme, i piccoli agricoltori

L’olio di palma – che si può trovare in ciò che mangiamo, nei cosmetici e nei prodotti per la cura del corpo, come la crema da barba –  pone l’Indonesia, nazione che conta per i due terzi della produzione mondiale di olio di palma, in una posizione difficile. Per soddisfare la domanda crescente (raddoppiata negli ultimi vent’anni), si vorrebbero convertire in piantagioni aree di foresta vergine. E un nuovo studio su Nature Scientific Data –  confrontando le recenti immagini satellitari dell’Agenzia Spaziale Europea con le immagini raccolte in 50 anni dal progetto Landsat – ci dà l’evoluzione del fenomeno, mostrando come la più grande area adibita alla produzione di olio di palma sia, dal 2000, l’isola di Sumatra e Kalimantan (parte indonesiana del Borneo). Dall’altro lato, però, c’è la consapevolezza che ridurre l’Indonesia a un’immensa piantagione sarebbe un colpo letale per la biodiversità e per le speranze di contenimento delle emissioni di gas serra. La buona notizia arriva da uno studio pubblicato su Nature Sustainability da Patricio Grassini, docente di agronomia alla University of Nebraska-Lincoln: si possono conciliare esigenze ambientali ed economiche, aumentando la produzione di olio di palma senza toccare le foreste, se si migliorano le pratiche agricole dei piccoli e piccolissimi agricoltori indonesiani.

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di

Giacomo Talignani

10 Dicembre 2020

Come nasce la vostra ricerca, professor Grassini?

L’Indonesia è la quarta nazione più popolosa al mondo, ed è il maggiore produttore ed esportatore mondiale di olio di palma. Ma allo stesso tempo oggi l’Indonesia è sotto pressione internazionale perché eviti di convertire in piantagioni di palme le foreste pluviali e le foreste torbiere. Come conciliare la necessità di produrre più olio di palma con quella di preservare l’ambiente? Da questa domanda è partita la nostra ricerca su come intensificare l’attuale produzione di olio di palma sui terreni già usati per questo scopo, senza invadere gli spazi delle foreste.

Patricio Grassini insegna agronomia alla University of Nebraska-Lincoln 

E cosa avete trovato?

Abbiamo scoperto che c’è un margine piuttosto grande per migliorare la produttività delle piantagioni esistenti. Praticamente, oggi, le piantagioni di olio di palma producono pressappoco la metà di quanto, potenzialmente, potrebbero produrre.

Il reportage

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08 Febbraio 2021

Quali sono le ragioni di questa inefficienza?

Se vai in Indonesia, troverai due tipi di piantagioni di palma da olio. Le grandi piantagioni, da migliaia di ettari, che contano per il 60% del totale della produzione, e poi troverai moltissime piccole piantagioni da 2-3 ettari, che tutte insieme producono il restante 40%. La produttività dei piccoli agricoltori è molto bassa rispetto a quanto potrebbe essere se adottassero strategie migliori. In particolare, i piccoli agricoltori fanno un uso insufficiente o inappropriato dei fertilizzanti, scarso controllo delle erbe infestanti, mancanza di sistemi per contenere l’erosione del suolo. Poi ci sono anche inefficienze legate all’istruzione e al mancato accesso a risorse tecniche.

Può farci qualche esempio?

Ad esempio abbiamo trovato che in molti casi questi agricoltori non effettuavano la corretta potatura delle palme, o non seguivano i criteri temporali migliori per massimizzare il raccolto. Quindi in molti casi si parla di problemi che, per essere risolti, necessitano di un investimento, come nel caso del fertilizzante, ma anche di problemi che richiedono solo una maggiore trasmissione di conoscenze.

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30 Settembre 2020

Qual è la sua opinione sulle polemiche internazionali sull’olio di palma?

La discussione sull’olio di palma è molto polarizzata. In Europa si propone di porre il veto sui prodotti con olio di palma, in Indonesia si sente parlare della campagna europea contro l’Indonesia. Insomma è molto facile cadere in uno dei due estremi. Da una parte c’è chi vuole produrre più olio di palma senza se e senza ma. E dall’altra parte c’è chi pensa solo a proteggere la foresta senza prendere in considerazione altre esigenze. Io credo che il tema dell’intensificazione della produzione nei terreni già coltivati sia qualcosa che può avvicinare le due posizioni opposte, e aiutare a trovare un compromesso, in una nazione in via di sviluppo dove l’olio di palma è una delle maggiori fonti di sussistenza. Le altre nazioni devono mostrare sensibilità verso  l’aspirazione della popolazione indonesiana di svilupparsi economicamente, ma dall’altra parte l’Indonesia non può isolarsi dal resto del mondo…

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Il governo indonesiano ha interesse a proteggere la biodiversità ed evitare la conversione delle foreste in piantagioni?

Sì, perché l’Indonesia si è impegnata a ridurre del 30% le sue emissioni di gas serra, e la maggior parte delle emissioni deriva dalla conversione agricola, quindi evitare la deforestazione aiuterà il governo a rispettare gli accordi di Parigi. Con le nostre ricerche aiutiamo l’Indonesia a capire come soddisfare contemporaneamente gli obiettivi ambientali ed economici, un approccio che in passato è completamente mancato. Se invece si continua a ragionare solo per estremi diventa molto difficile trovare una soluzione.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml


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